israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Marzo 2019
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HaTikwà (F.Tedeschi) – Caro amico, in riferimento al tuo articolo pubblicato per Pagine Ebraiche, ho una proposta per te: entrambi siamo “evidentemente” stufi della religione del nostro popolo: è ingombrante, con troppi precetti, troppo arretrata, la legittimità di articolare pensieri profondi viene concessa solo ai rabbini che hanno studiato per anni e ogni volta che proviamo ad esprimerci sullo stesso piano veniamo tacciati di inopportunità o persino di ignoranza, proprio noi che siamo laureati ed umanisti (sic!). Sai che c’è? Fondiamo una nostra nuova religione. Andiamocene via sbattendo la porta perché non vogliamo aver nulla a che fare con questi fondamentalisti. Ovviamente non buttiamo via tutto dalla nostra esperienza di vita precedente: ci sono tante cose dell’ebraismo per cui comunque andiamo matti come ad esempio il Klezmer, o leggere la Torah (ma solo interpretandola in maniera esclusivamente personale), teniamo anche la Tefillah, ma magari togliamo qualche pezzo noioso o spinoso e qualche pezzo lo facciamo in italiano, magari un po’ pop, così le preghiere saranno veramente partecipate. Però una cosa cambiamola radicalmente: invece di pregare rivolti verso Gerusalemme, verso quel muro che come sai è sempre molto affollato e su cui spesso si finisce per litigare, prendiamoci come luogo sacro Roma, anzi la Basilica di San Pietro, che con quel suo bel baldacchino dell’altar papale ci ricorda tanto la Tevah tipica delle nostre sinagoghe piemontesi. Nessuno vorrà forse negare le inscindibili relazioni plurisecolari che legano ovviamente il nostro Popolo con la Santa Sede.

Ovviamente sarebbe bello se i fedeli della nostra nuova religione andassero tutti i giorni, ma in particolare domenica, a celebrare i nostri gioiosi riti sotto, per esempio, la Pietà del Michelangelo indossando Talled e Tefillin. Sicuramente il Papa ne sarà felicissimo e le miriadi di turisti, pellegrini e fedeli nel vederci lì fare i nostri riti non ci percepirà come fuori luogo. Certo, sicuramente la maggior parte dei fedeli di quel luogo non sarà violenta con noi come quei vergognosi, deplorevoli, violenti (chiedo un aiuto dal pubblico per trovare altri aggettivi) Charedim del Kotel. Magari semplicemente saremo scortati di peso fuori dalla gendarmeria vaticana, ma noi siamo testardi e non demorderemo: San Pietro e anche nostra e di certo non ci accontenteremo neanche se ci dessero una navatina laterale. Noi vogliamo per forza l’altare maggiore la domenica mattina. Il cristianesimo ha rinunciato a tantissime delle sue regole in passato, perché non dovrebbe farlo anche questa volta? Caro amico, fai bene a condannare quelle violenze, dobbiamo farlo tutti. La violenza però non è una questione soltanto fisica, c’è anche la violenza verbale, c’è il bullismo, c’è ad esempio anche la provocazione continua e martellante che cerca di far passare per normale ed accettabile ciò che accettabile non è. Entrare in una nostra comunità con un panino al prosciutto, anche se a casa nostra siamo abituati a consumarlo, è un atto offensivo ed il battersi perché questo diventi invece legittimo in nome della nostra libertà personale è comunque, in fin dei conti, un atteggiamento violento.

Andare al Kotel e compiere pubblicamente atti contrari alla Halachà è allo stesso modo un atto violento e per alcuni profondamente offensivo. E attenzione: questo vale indipendentemente da quale sia la tua religione nel momento in cui lo fai in piena coscienza delle regole di quel luogo. Quella del Kotel è tutto sommato una battaglia in cui si ripropongono i soliti schemi della manifestazione politica: si protesta a testa alta facendo assai rumore e alla prima reazione della polizia, dei charedim o dell’esercito, si passa alla fase vittimistica per denigrare l’avversario. Un po’ come certa propaganda palestinese che entrambi contrastiamo. Io non ho mai apprezzato questa strategia della lotta politica: per me, se credo fortemente in quella battaglia e se sono io a provocarla compiendo un gesto politico, ogni spintone, ogni arresto deve essere considerato una medaglia al valore nella mia lotta.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Marzo 2019
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HaTikwa (D. Coen)Non capita tutti i giorni di ricevere a casa il primo ministro del tuo Paese. Ebbene sì, a mio fratello e a me, è successo. Era un giorno come tutti gli altri: università e lavoro, quando ad un certo punto ricevo una chiamata da mio padre, che mi è venuto a trovare dall’Italia, per dirmi che devo annullare tutti gli impegni e non far venire a casa nessuno nelle prossime ore. Nella mia mente iniziano a viaggiare un sacco di idee. Comincio a domandarmi cosa possa essere successo e, quindi, di corsa torno a casa. Dopo qualche minuto bussano alla porta, Benjamin Netanyahu, il Primo Ministro dello Stato di Israele, è fuori dalla porta di casa con due deputati della Knesset ed una scatola di cioccolatini. Entrano e ci sediamo introno al tavolo, emozionati iniziamo a parlare di politica e di Israele.

Molti possono pensare che sia stato soltanto una farsa mediatica per ricevere più voti in prossimità delle elezioni, forse è così, ma mio fratello ed io abbiamo avuto modo di parlare direttamente con lui su argomenti importanti ed attuali. Abbiamo condiviso con lui la nostra esperienza di Olyim Hadashim e gli abbiamo spiegato cosa secondo noi si può ancora migliorare in tutto questo delicato processo. In poche parole, un modo per confrontarci e cercare di cambiare qualcosa. Benjamin Netanyahu è una persona simpatica, con un alto senso dell’umorismo, con un tono di voce profondo e diretto.

Insieme abbiamo discusso dei maggiori cambiamenti che Israele ha avuto negli ultimi vent’anni, in ambito economico e di relazioni estere. Un’economia che ha raggiunto il Giappone, con le tasse che si sono abbassate di quasi la metà per favorire la creazione della Startup Nation, per dare la possibilità ai giovani di iniziare la propria carriera e mettersi in gioco. Israele ormai è leader, non soltanto nel campo economico, ma anche nelle relazioni internazionali, negli addestramenti militari comuni con Italia, Francia, America, Grecia e non solo. Israele ha aperto relazioni con molti Paesi africani ed arabi (sunniti musulmani) così come si è ben distinta per gli aiuti umanitari in Paesi colpiti da disastri naturali. Israele, insomma, da piccolo e povero Paese del Medio Oriente ad una delle potenze nel mondo in tutti gli ambiti. Dopo quasi un’ora di discussioni purtroppo ci siamo dovuti salutare, ma con una sua promessa a me e ai miei amici della marina: il prossimo incontro, tutti insieme con Benjamin Netanyahu nei suoi uffici a Gerusalemme.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 Marzo 2019
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HaTikwà (L.Clementi) – “Tutti i Campionati del Mondo devono essere aperti a tutti gli atleti e le nazioni idonee a competere in sicurezza e senza discriminazioni. Quando un paese ospitante esclude gli atleti di una particolare nazione, per ragioni politiche, non abbiamo assolutamente altra alternativa se non quella di cercare un nuovo ospite per i campionati”. Con le parole del Presidente del Comitato Paralimpico Internazionale (IPC) Andrew Parsons si è finalmente conclusa la Questione Malesiana. Riassumendo in breve: la Malesia avrebbe dovuto ospitare i Mondiali Paraolimpici di nuoto tra il 29 luglio e il 4 agosto dell’anno corrente, ma a seguito della decisione di non accettare la delegazione israeliana date le “reiterate umiliazioni subite dagli abitanti di Gaza e della Cisgiordania ad opera dell’esecutivo Netanyahu”, la manifestazione non si svolgerà più lì. Il mio ultimo articolo per HaTikvà trattava dell’avanguardia sportiva israeliana, in barba ai boicottaggi e alle manifestazioni di antisionismo. Neanche il tempo di inviarlo per la pubblicazione che esce la notizia dell’esclusione della delegazione. Non potevo non proseguire il discorso, ma ho ritenuto opportuno farlo a bocce ferme, finiti i tumulti e chiusa la questione, per precisare alcune cose che, a mio avviso, il lettore deve sapere.

In primo luogo, il contesto sociale malese è veramente incredibile. La popolazione è formata principalmente da malesi (50,1%), cinesi (22,6%), Orang Asli (11,8%), indiani tamil (6,7%), poi altre etnie minoritarie (8,8%). Le religioni professate sono: l’Islam (63,7%), il Buddismo (17,7%), il Cristianesimo (9,4%), l’Induismo (6%), il Confucianesimo, il Taoismo e la Religione tradizionale cinese. Tutto questo per dire che l’enorme melting pot che si respira nel paese potrebbe avere come conclusione naturale una situazione di convivenza e di tolleranza ad ampio raggio. Potrebbe. Infatti è esattamente l’opposto: i malesi sono essenzialmente musulmani, l’Islam è religione di Stato e (neanche a dirlo) la popolazione di etnia malese è l’unica a godere di pieni diritti politici e civili. Ora che il lettore può non sorprendersi più di nulla, possiamo cominciarlo ad erudire su ulteriori fatti: l’esclusione israeliana dai Mondiali si inserisce all’interno di un contesto davvero difficile. Saifuddin Abdullah, Ministro degli Esteri di Kuala Lumpur, ha recentemente affermato che il proprio paese non accoglierà più israeliani, poiché “le brutalità’” perpetrate ai danni dei Palestinesi avrebbero “superato ogni limite’”. Abdullah ha inoltre definito “un brutale attentato alla verità storica, promosso da una cricca revisionista appoggiata da Netanyahu” la decisione presa da alcuni Stati di riconoscere Gerusalemme come Capitale unica e indivisibile dello Stato d’Israele.

Il quadro che ne esce è paradossale: la Malesia critica l’operato di Netanyahu per le azioni perpetrate ai danni del popolo palestinese, ma dall’altra parte non tutela i diritti politici e civili della totalità dei propri abitanti. La Malesia invoca la violazione dei diritti umani, ma dà il grande esempio di tolleranza chiudendo i propri confini agli israeliani e non consentendo loro nemmeno la partecipazione ai Mondiali Paralimpici. Antisionismo, ecco cos’è. Per questo non hanno rapporti diplomatici con lo Stato d’Israele. E guai a parlare di antisemitismo, è solamente una giusta reazione nei confronti di uno Stato oppressore. Poi la Malesia può capire la situazione: anche loro sono stati oppressi, dai britannici. Però un’occhiata per vedere se ci sono state azioni antisemite da parte del Governo malese la si dà comunque. Per buona fede. Mahathir Mohamad, Primo Ministro malese. Oltre 20 anni di Governo, il più longevo della loro storia a parte una breve parentesi dal 2003 al 2018. Il politico scrisse nel 1970, in un suo libro: “Gli ebrei non hanno solo il naso grosso, vanno anche istintivamente verso i soldi”. Poi, in un discorso nel 2003: “Un miliardo di musulmani non può essere sconfitto da pochi ebrei. Sono orgoglioso di essere chiamato antisemita. Come posso non esserlo, quando gli ebrei parlano così spesso degli orrori che hanno sofferto durante l’Olocausto e poi mostrano la stessa crudeltà dei Nazisti”. Continua lo sproloquio lo scorso agosto: “Dovremmo essere in grado di criticare tutti. L’antisemitismo è un termine che è stato inventato affinché gli ebrei non siano criticati per aver commesso cose sbagliate.’’

Al lettore i fatti. Al lettore le conclusioni.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 Febbraio 2019
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HaTikwà (L.Spizzichino) – Nella notte di domenica 24 febbraio, si è tenuto nel Dolby Theatre di Los Angeles, uno degli eventi più importanti dell’industria cinematografica statunitense ed internazionale, la 91esima edizioni degli Academy Awards, meglio conosciuto come gli Oscars.

Nell’edizione di quest’anno, presente anche Israele, a rappresentarla Guy Nattiv, regista 45enne di Tel Aviv, che ha vinto il premio per il Miglior Cortometraggio con “Skin”. Della durata di venti minuti, il breve film racconta la storia di Bryon Widner, naziskin dell’Alabama, che nel 2006 per amore decise di togliersi i tanti tatuaggi naziskin che mostravano la sua indiscussa fede di suprematista bianco, razzista, ultraviolento e appartenete ad uno dei gruppi più fanatici americani, il Vinlander Social Club Skinhead Gang.

Dopo oltre seicento dolorose sedute laser, ha letteralmente cancellato dal suo corpo i rapporti con quel mondo fatto di birre, droga, pestaggi, prove di coraggio e odio per tutti quelli che non sono bianchi. Un cambiamento che ha portato Widner addirittura a scappare dalla banda di cui faceva parte, perché visto come un vero e proprio traditore e una persona da perseguitare.Ad aiutarlo nella fuga e nel cambiare vita e a cancellare le tracce di quel vergognoso passato, un attivista che lo aiutato nel suo percorso durato due anni e costato moltissimo.

Nel suo discorso di accettazione di questo prestigioso premio, Nattiv ha detto: “I miei nonni erano sopravvissuti alla Shoah” commosso ha proseguito il suo discorso ricordando chel’odio che loro subirono oggi lo vediamo ovunque, negli Stati Uniti e in Europa. Questo film è parla di educazione, è di come insegnare ai vostri figli qualcosa di diverso, di migliore”. Non sono mancati i complimenti del Presidente dello Stato d’Israele Reuven Rivlin si è congratulato con Nattiv in un messaggio. «Caro Guy, tutto il merito per “Skin” va a te, Sharon e Jaime Ray, ma il film è un regalo ai nostri figli e nipoti, per il futuro che desideriamo per loro. Orgoglioso di essere israeliano! Mazal Tov!». Dopo i tanti prestigiosi premi internazionali vinti dal panorama cinematografico israeliano, dopo più di quarant’anni, un israeliano torna a vincere la statuetta d’oro più ambita dal mondo del cinema, l’Oscar.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Febbraio 2019
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HaTikwà (D.Moresco-R.Spizzichino)Spesso c’è diffidenza nei confronti dei politici. Un po’ schivi, quasi mai raggiungibili, quasi sempre distanti. L’Onorevole Emanuele Fiano con noi è stato di una disponibilità quasi disarmante, di una gentilezza che ha pochi simili. L’intervista è stata divisa in tre capitoli. Lo abbiamo fatto sia per necessità, visto che la lunghezza complessiva avrebbe inficiato la qualità del lavoro, sia per renderla più fruibile, pubblicando giorno per giorno una delle tre parti.

ITALIA

Cosa significa per lei essere ebreo e sedere al Parlamento?
Le percezioni cambiano nel corso del tempo. Sicuramente inizialmente, questo ha significato una forma di riscatto famigliare, ho pensato ai miei nonni, ai miei zii, a mio cugino Sergio di 18 mesi, perché il loro percorso di morte verso Auschwitz è iniziato in questa aula del parlamento sostanzialmente nel dicembre nel 1938 quando furono approvata all’unanimità le leggi razziali che fecero si che un nonno perdesse il lavoro e che l’altro fosse licenziato, mio padre fosse espulso dalla scuola e tutte le cose che sapete iniziarono qua dentro. Quindi il fatto che un ebreo fosse in parlamento – io non ero l’unico ma comunque siamo sempre stati in pochi – era una forma di riscatto. Poi una volta,  il primo anno, ci fu una cosa che mi colpì molto, perché nei corridoio di questo palazzo immenso, sono esposte delle piante e delle mappe dei posti a sedere dell’aula parlamentare con i nomi di chi ci si sedeva nelle precedenti legislature. E allora, casualmente, mi capitò di vedere una di queste piante e vidi due o tre cognomi ebraici di prima del 1938 e questo mi fortificò nella percezione che ho io della presenza della mia famiglia – e anche delle vostre famiglie – millenaria in questo Paese e nelle istituzioni. Devo dire che quando ho iniziato a fare politica la mia ferita nei confronti di questo paese era più aperta di adesso. Non sentivo che questa ferita che ha riguardato le leggi razziali e la Shoah nei confronti delle nostre famiglie ebraiche fosse sanata. A me la politica ha aiutato a sanare un po’ questa ferita, si è trasformata molto anche in un sentimento di essere una sentinella, avere le antenne più alte di altri su alcune cose che stavano succedendo. Sapendo che non bisogna fare della nostra condizione, radice, percezione, una questione monotematica, però anche le vicende recenti, tra queste la questione complessa della immigrazione, come spesso ha detto Liliana Segrè, che per fortuna, grazie al Presidente, che non smetteremo mai di ringraziare, Mattarella, è diventata è senatrice a vita. Lei stessa dice che le questioni dell’immigrazione la fanno pensare, non sono assolutamente la stessa cosa delle leggi razziali e della Shoah, però alcune questioni la fanno ancora pensare, quindi, dopo aver vissuto questa cosa come il riscatto della ferita, che ancora c’è, ma è stata lenita da centinaia di persone che qui ho conosciuto, che con me condividono l’ideale, non solo del mio partito, anzi di tutti i partiti, che condividono l’ideale di libertà e democrazia, ho sentito che la necessità di stare qua era quella di essere una antenna più sviluppata di altre per la percezione dei fenomeni di discriminazione, d’ingiustizia sociale, che si verificano.

Ebreo, italiano, antifascista. Può metterle nell’ordine che ritiene più corretto?
Non penso che la vita sia un foglio di Excel dove tu hai la possibilità di catalogare con ordine matematico. Io sono insieme italiano, ebreo e antifascista. Ebreo, italiano e antifascista. Le cose sono insieme, anche perché, come forse ci ha insegnato Primo Levi, l’osservazione della vita riserva più aree grigie che aree bianche e nere, dunque la nostra identità è comunque un cumulo di radici. Non potrei mai e per nessuna cosa al mondo, rinunciare alla mia radice ebraica, ma anche non rinuncerei alla mia radice italiana, né alla mia condizione antifascista. Vengo da una famiglia nella quale mio nonno, il papa di mio papa, era fascista. Mio nonno era stato prigioniero degli austriaci nella prima guerra mondiale. Era un combattente dell’esercito regio, orgoglioso di quelle battaglie, dunque aderì. Io non conosco la storia dei suoi sentimenti, ma aderì, come molti altri ebrei a quel partito, perché in Mussolini vedeva, forse prima anche in D’Annunzio, una forma, una idea, una capacità di riscatto di una frustrazione di coloro che erano tornati da quella guerra, vinta dall’Italia, ma che di quella vittoria, come dice D’Annunzio, mutilata, non avevano percepito l’esito positivo nei loro confronti. Lo dico perché la storia è strana: ovviamente mio nonno fu espulso 1938 dal partito nazionale fascista e gli stessi fascisti lo arrestarono nella primavera del 1944, lo incarcerarono nel carcere delle Murate a Firenze, lo portarono al campo di transito di Fossoli, lo consegnarono ai nazisti del comandante Tito di Fossoli, lo misero in viaggio verso Auschwitz e poi morì. Quindi le identità sono un fatto complesso non potrei mai rinunciare a nessuna di queste parti. Io non vengo da una famiglia comunista, no di sicuro: mio padre ha sempre votato repubblicano, mia madre socialista. Una famiglia di sentimenti progressisti, democratici, ma l’antifascismo non c’è dubbio che sia l’esito di ciò che il fascismo ha fatto a questo paese, ciò che ha fatto a noi. Quindi, l’adesione alla democrazia, secondo me, comporta con se l’antifascismo e l’anti totalitarismo in generale, perché non c’è solo il fascismo nel ‘900 come forma di totalitarismo.


EUROPA

Il 29 marzo i giovani sovranisti sbarcheranno a Roma, alla presenza di Matteo Salvini e di Marine Le Pen. Che cosa dovrebbe fare un giovane ebreo italiano secondo lei?
La manifestazioni sono libere e difese dalla nostra Costituzione. La signora Le Pen ha cercato di emendare la posizione post fascista di suo padre. Nell’ultima campagna elettorale disse una cosa terribile, che dimostra verso dove può portare il sovranismo,“Nessun poliziotto francese si macchiò di colpe nella deportazione degli ebrei dal Velodromo di inverno da Parigi”, esattamente il contrario di quello che è successo, perché purtroppo molti poliziotti francesi si  macchiarono invece di una terribile complicità. Spesso i sovranisti tendono a voler ripulire la storia del loro paese dalle colpe terribili, nel caso del periodo della seconda guerra mondiale e in generale di altre. Penso che l’idea del sovranismo, ovvero l’esaltazione di un’identità il più pura possibile dal meticciato, dalla mescolanza, sia un’idea molto pericolosa per l’identità ebraica. Gli ebrei hanno dimostrato per millenni della loro presenza in Europa una capacità difficile, molto rara: quella di integrarsi mantenendo la propria identità. Una battaglia contro l’assimilazione che non vuol dire incapacità di vivere seguendo le leggi del posto, che è un principio ebraico, che tu vivrai secondo la legge del luogo in cui vivi, senza perdere le nostre regole dell’Alachà  e ciò che ci viene dal nostro passato. Penso che il sovranismo abbia invece la caratteristica di voler considerare che esiste un confine entro il quale la tua identità è salvaguardata, oltre il quale non è salvaguardata. Io non credo che sia un caso che due tra i paesi che hanno i leader più sovranisti d’Europa, Orban in Ungheria e i leader polacchi, siano paesi nei quali i fenomeni antisemiti siano cosi tanto vividi. In Polonia ogni anno negli ultimi anni, nel giorno dell’anniversario dell’Indipendenza, si svolge una incredibile manifestazione dei movimenti neofascisti europei dove è possibile ascoltare anche slogan di carattere antisemita e anti islamico. E così nell’Ungheria di Orban, in altri momenti, i partiti alleati del partito di governo, hanno chiesto in quel parlamento la lista degli ebrei ungheresi, ricordando a noi cose terrificanti. Quindi l’idea che esista un’identità unica che tu devi preservare e che non devi confondere con altre identità è una caratteristica dei sovranisti che io combatto e che confligge con l’idea di libertà che esprime la capacità che hanno avuto gli ebrei nella storia, di mantenere la propria identità e di integrarsi nel posto dove vivono. Peraltro se noi guardiamo all’età d’oro della convivenza tra ebrei e islamici in Spagna, pensiamo ad una cosa che oggi ci appare impossibile, ma che prima della grande persecuzione, persecuzione cattolica, fino al 1492 in Spagna due culture cosi diverse potevano convivere. Io non penso che ci sia una difficoltà a poter dire che noi combattiamo, che va combattuto oggi, l’antisemitismo di origine islamica, che per esempio, in Francia produce una innumerevole serie di aggressioni personali, che poi ha portato ovviamente il terrorismo islamico dell’ISIS a compiere stragi terribili, e questa è una cosa molto preoccupante, anche se forse oggi la situazione dell’ISIS, per fortuna, è leggermente diversa, contemporaneamente penso che l’idea che sta attraversando l’Europa, frutto anche di quel problema complesso che è l’immigrazione, cioè lo sviluppo di idee sovraniste sia un pericolo per chi vuol difendere un’identità differente, ma che vuole convivere con le altre.

Se in Italia dicono “Prima gli italiani”, in Francia “prima i francesi”, in Ungheria “prima gli ungheresi” e così via. Che fine farà l’Europa?
Sarà una fine. Sul tema dell’Europa io penso che noi dobbiamo batterci, noi che vogliamo gli Stati Uniti d’Europa, per l’elezione diretta del Presidente della Commissione Europea, altrimenti non c’è futuro. Fin quando la Commissione Europea sarà succube delle, anche legittime, necessità politiche elettorali dei singoli stati, per le quali la Merkel o piuttosto un Macron o Sanchez, devono prendere delle decisioni più in una certa direzione, perché magari in quel momento nel loro paese c’è un dibattito politico di un certo tipo; fintanto che la cessione di sovranità dei paesi europei per la costituzione di un unione europea vera, dunque nella dimensione degli Stati Uniti d’Europa, non ci sarà, si morirà. La stessa questione dell’immigrazione, trattata come è stata trattata fino adesso dall’Europa, è una gestione miope, debole. Come dire: se l’Unione Europea si mette d’accordo su una strategia, per esempio, della ridistribuzione dei migranti, ma poi i singoli stati si rifiutano di adempiere a quanto previsto dalla Commissione Europea, è ovvio che i cittadini europei, non importa di quali partito siano, certamente non importa di quali religione siano, si trovano a non credere a un’istituzione che non serve. Noi non dobbiamo mai dimenticare che questa istituzione ci ha consegnato oltre 70 anni di pace in questo continente, perché l’Europa è stata costruita perché venivamo da una guerra. I leader che lei ha citato, pensano invece che la cessione di sovranità non debba esserci e che ogni stato debba rispondere a se stesso. Io penso che questo, soprattutto nella dimensione globale che hanno oggi le economie, sia terrificante. Dall’altra parte, facciamo finta di non saperlo, ma l’andamento dell’economia italiana o europea dipende in maniera straordinaria da quello che succede in Cina oggi: se la Cina va bene o male, se la Cina è un mercato buono, se l’esportatore o l’importatore buono. Questo influisce sui regimi, sui valori di crescita o decrescita dell’economie europee. Pensare di affrontare questa dimensione globale da soli è sicuramente pericoloso e significa voler la fine dell’Europa.


ISRAELE

Netanyahu, all’indomani dell’attacco all’Hyper Cacher di Parigi nel 2015 disse: “A tutti gli ebrei d’Europa, voglio dire che Israele non è solamente il Paese nella cui direzione voi pregate, ma lo Stato di Israele è anche casa vostra”. Alla luce delle numerose migrazioni ebraiche verso Israele. Come giudica le parole dell’attuale primo ministro israeliano?
Io mi sento a casa mia in Italia, ma certamente quando sbarco in Israele sento di scendere in una comunità che anche è mia. Io mi sento cittadino italiano e cittadino europeo. L’appello di Netanyahu fatto in un momento in cui la paura ha serpeggiato fortissimo tra gli ebrei francesi e per questo era per dire “qui avete un porto sicuro”. E’ difficile ragionare di questioni che sono di sentimento, non solo di razionalità. La prima volta che sono andato in Israele nel 1973 con mio padre, sopravvissuto ad Auschwitz, vidi mio padre alla fine delle scalette inginocchiarsi e baciare l’asfalto dell’aeroporto di Lod e dire o pensare, non mi ricordo se in quel momento o dopo, che se Israele ci fosse stata all’epoca nel 1943-44, la sua mamma non sarebbe stata uccisa. Questo è un sentimento che razionalmente è difficile spiegarlo, perché l’offesa, la ferita, che noi abbiamo subito, è più grande della capacità razionale di spiegarlo. Mi è capitato un episodio nei giorni scorsi che mi ha messo molto in difficoltà: io ho reso noto il tweet del Senatore Lannutti, per il quale è stata aperta un’inchiesta per aver condiviso i protocolli dei Savi di Sion, il Corriere lo mise in prima pagina e poi la cosa è diventata di dominio pubblico. Dopo lui nei giorni successivi rispondendo a qualcuno disse “io mi sono scusato”, allora io gli ho risposto su twitter: “Ma tu pensi che basti scusarsi per aver condiviso il testo che è stato alla base dell’ideologia nazista che ha tentato di distruggere il mio popolo?” e qualcuno, non so chi, non conosco le persone, più di uno, se guardiamo i loro profili, persone provenienti dall’estrema destra, mi ha risposto “ma tu devi decidere. Perché scrivi “del mio popolo”. Tu sei italiano o ebreo?”. Dunque questa difficoltà a comprendere che l’identità personale possa essere complessa, è uno dei temi che riguarda anche la domanda che mi ha fatto prima sul sovranismo e anche alla domanda che riguarda Israele – parlo dello stato perché non parliamo all’adesione alle politiche dei governi d’Israele – per quanto riguarda lo stato, che ho vissuto in Israele, che ho una parte della famiglia in Israele, ho mio cognato in Israele, i miei fratelli hanno vissuto a lungo e si sono laureati in Israele, anche se adesso non abitano più lì, ho dei nipoti in Israele, tanti zii. Certo penso che sia in parte è anche casa nostra, ma io mi sento un cittadino italiano vivamente a tutto tondo fedele a queste istituzioni e a questa nazione. La frase di Netanyahu, se vuol dire non c’è speranza per l’ebraismo nella diaspora, non la condivido, se vuol dire che per gli ebrei ci sono diverse possibilità è un’altra frase. Mi ricordo anni fa un dibattito molto bello, ma molti anni fa, 30-35 anni fa, tra Avraham Bet Yehoshua, famoso e straordinario scrittore israeliano e Eugenio Gentili Tedeschi, un membro della comunità ebraica di Milano, grande architetto, intellettuale, amico di Primo Levi, ormai scomparso. In quella serata della comunità ebraica di Milano, Bet Yehoshua sosteneva sostanzialmente che non c’era speranza per l’ebraismo della diaspora. Ovviamente un ebreo italiano come Eugenio Gentili Tedeschi, che aveva partecipato alla resistenza, un grande intellettuale, che sentiva dentro di se insieme la radice ebraica e quella italiana, rispose che questa era un’offesa a millenni di presenza ebraica nella diaspora, che noi siamo un pezzo di questa Europa e di questa Italia e che abbiamo il diritto e il dovere di continuare questa radice e questa tradizione. Peraltro mi pare che questa sia venuta fuori anche nella Comunità Ebraica di Roma, quando il presidente della Comunità, Riccardo Pacifici, ci tenne a sottolineare la millenaria radice italiana della presenza ebraica a Roma. Le due cose convivono, non ci deve essere conflitto. Noi che siamo in Italia ci sentiamo italiani, completamente.

Se vengono assassinati innocenti in Europa si parla e si scrive terrorismo, mentre se lo stesso accade in Israele si parla di resistenza?
Perché c’è un pregiudizio, tendenzialmente antiebraico. Poi ci sono delle persone che giustamente rivendicano di non essere antisemiti, ma di essere contro Israele, poi li entriamo in una discussione, ma sicuramente perché c’è un pregiudizio: certamente chi uccide un civile per seminare il terrore compie un atto, a prescindere dalla latitudine del mondo in cui lo compie, noi lo facciamo cadere sotto la definizione di terrorismo. Fa parte anche di un’ideologia presente in un pezzo della sinistra, non nel Partito Democratico, per la quale Israele è uno stato usurpatore, addirittura in alcuni casi folli, paragonabili all’occupante nazista in Italia. Quei palestinesi che si ribellano nei territori occupati sono paragonati alla resistenza italiana e ai partigiani. Tutto questo non ha un fondamento storico, questo non vuol dire che io non voglia che in Israele sorga un giorno la pace per uno Stato palestinese democratico accanto ad uno stato israeliano. Io mi sono illuso che il progetto di Rabin e Peres potesse andare avanti, così come gli accordi di Oslo. Mi sono illuso perché poi son successe cose terribili, tra cui l’assassinio per mano ebraica di Rabin e molte altre cose che abbiamo scoperto di Arafat, che a quell’epoca stipulò con Rabin gli accordi di Oslo. Questo non permette di scrivere cose inenarrabili ed ingiustificabili o di paragonare Israele ai nazisti per una miriade di cose che possiamo raccontare: la prima è che Israele sorge per un voto dell’Onu che Israele accettò mentre il mondo arabo no e da lì è cominciato un conflitto. Se il mondo arabo avesse accettato questa presenza ebraica che è continuativa e che l’Onu e le nazioni del mondo sancivano come possibile coesistente di un’altra nazione arabo-palestinese, in quel caso, tutto ciò non sarebbe successo. Poi ci sono stati i territori occupati, la guerra del ’67 ed un’oggettiva necessità di risolvere la condizione esistenziale e nazionale del popolo palestinese. Il popolo palestinese, così come quello ebraico, non è un’unica cosa. C’è Hamas che ha uno statuto nel quale si espongono teorie sterminazioniste nei confronti degli ebrei nel mondo e si dichiara che la Humma non potrà mai essere divisa perché altrimenti si infrangerebbe la legge coranica. Hamas è stato sicuramente finanziato da coloro che vogliono la distruzione dello stato d’Israele: l’Iran. Quello che un tempo era un conflitto solamente territoriale, su come dividere il territorio, i territori occupati, dove far sorgere uno stato palestinese, come difendere la sicurezza di quello d’Israele, oggi non lo è più. L’Iran non ha nessuna rivendicazione territoriale nei confronti dello stato d’Israele, è uno stato che vuole l’eliminazione dello stato d’Israele e degli ebrei che vivono lì. L’Iran finanzia Hezbollah nel sud del Libano, che ha lo stesso proposito, la distruzione dello stato ebraico, e che non ha alcuna rivendicazione territoriale. I palestinesi di Hamas che ricordo vivono in una striscia in condizioni sociali e umane disperate, sono un’organizzazione politica che, dopo il massacro degli esponenti di Fatah durante le elezioni che fecero vincere Hamas, ha preso il potere nella striscia, utilizzando il denaro che viene dall’estero non per asili e ospedali, ma per costruire tunnel per far penetrare in Israele i terroristi. La storia va raccontata tutta, io mi batterò sempre per la coesistenza tra due stati, per due popoli, in quella terra, ma non accetterò mai che la storia venga travisata. Quando il governo d’Israele fa cose che io non condivido, lo dico, quando i palestinesi si comportano da terroristi e uccidono i civili, io lo dico.

Un esempio di questa mistificazione possiamo rintracciarla in alcuni media: “Ministra Israele, pena di morte per l’assassino della figlia di un rabbino”,“Israele, la ministra della Giustizia: ‘Pena di morte per il palestinese che ha ucciso la ragazza ebrea”. Secondo lei sono corretti questi titoli?
No. Non so cosa ci sia nell’articolo o in un precedente titolo, ma leggete i miei post, io sono intervenuto più volte per dire come la storia qui viene raccontata, anche di fatti complessi, credo di averne parlato l’ultima volta per gli incendi causati dalle mongolfiere e gli aquiloni dei palestinesi che hanno distrutto molti ettari di coltivazioni. La storia va raccontata tutta. Io ho detto che ho cognizione di quanto sia terribile la vita a Gaza, ma devi raccontare che un Generale israeliano di nome Sharon, poi diventato Primo Ministro, ha deciso di far uscire tutti i civili e le presenza militari israeliane. Gli israeliani non ci sono. Mi si risponde che però viene controllato il confine. Sì, c’è un confine tra un’identità nazionale, quella di Gaza, e lo stato d’Israele. Israele deve difendersi. Ci sono delle cose che Israele ha fatto che esulano dal comportamento corretto di un esercito, è possibile, io non sono per assolvere nessuno. Per esempio Gaza ha un altro confine con l’Egitto. Quando quel confine non funziona, nessun giornale ne scrive. Quando cibo, medicinali, aiuti o scambi economici non funzionano nel confine con l’Egitto, che è un paese che oggi, al contrario di anni fa, combatte i Fratelli Musulmani, quindi la componente islamista dell’Egitto, che ha una connessione ideologica storica con il movimento di Hamas, qui dentro non si scrive. Io sono per raccontarla tutta la storia, quando l’operazione Piombo Fuso, il conflitto più grande che c’è stato tra Israele e Gaza, provocò morti civili copiosi tra i palestinesi, io lo dissi. Per me i bambini palestinesi morti sono come i bambini israeliani morti. Non ammetto differenze in questo. Se tu racconti dell’azione militare israeliana a Gaza devi raccontare anche delle migliaia di missili palestinesi piovuti sulle comunità residenziali israeliane. Io sono stato a vederle con un viaggio parlamentare tanti anni fa, li ho visti i missili ficcati sui tetti degli asili israeliani. Certo gli israeliani hanno sviluppato un sistema di allarme di sicurezza che ha permesso in questi anni un numero limitato di vittime, ma non vuol dire che puoi raccontare solamente della reazione israeliana. Che cosa farebbe qualsiasi altro paese, membro dell’Onu, se gli sparassero dei missili, che sono lì da vedere, sono giganti. Sono artigianali? Possono uccidere i civili residenti. Altro sarebbe se avessimo attacchi missilistici che vanno a segno solamente contro basi militari. Si tratterebbe di un conflitto. Sono a conoscenza del fatto che a Gaza sono stati utilizzati i civili a scudo delle operazioni militari palestinesi e della presenza di batterie di missili, ma non toglie che io pianga sempre le vittime civili. I civili non hanno la responsabilità che hanno i militari o i paramilitari. Penso e l’ho scritto più volte che la stampa italiana, la radiotelevisione pubblica, non abbia affatto sempre una modalità di cronaca equilibrata nei confronti di Israele.