israele

Consiglio UGEIUGEI3 Marzo 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino

In queste ore si stanno concludendo gli scrutini di quella che è stata la terza tornata elettorale in un anno, un unicum nella storia dello Stato d’Israele, registrando inoltri dati altissimi sull’affluenza, i più alti dalle elezioni del 1999. Con lo scrutinio al 97%, la composizione della Knesset, si sta delineando in questo modo: il Likud di Benyamin Netanyahu, con 36 seggi; Blue and White, il partito dell’ex Generale Benny Gantz, si ferma a 32 seggi; Joint List, la lista araba, con 15 seggi, uno dei migliori risultati mai ottenuti dal partito; i partiti religiosi Shas e United Torah Judaism, hanno guadagnato rispettivamente 10 e 7 seggi; gli stessi seggi della coalizione di sinistra Labor-Gesher-Meretz (7) e di Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman (7), all’ultimo posto Yamina, il partito di destra guidato da Naftali Bennet.

Con la seguente composizione del Parlamento israeliano, nessuna delle due grandi coalizioni raggiungerebbe la maggioranza, scanso grandi scossoni portati dal conteggio delle schede dei soldati e degli invalidi che verranno conteggiati per ultimi. Con la coalizione di destra guidata dal Likud che si ferma a un passo dal traguardo a 59 seggi, mentre quella guidata da Kahol Lavan si fermerebbe a 50.

Guardando ai risultati di queste concitate elezioni, possiamo notare come anche questa volta a fare l’ago della bilancia per la formazione di un nuovo governo, sia anche questa volta Avigdor Lieberman, soprannominato ormai dagli analisti, il “Kingmaker”, colui che può decidere le sorti di questa tornata elettorale. Ma il dato più impressionante è quello che riguarda il Likud, o per meglio dire quello di “Bibi” Netanyahu, il Capo di Stato più longevo della storia dello stato ebraico, che con l’imminente processo, parte dei media contro e le dichiarazioni negative di alcuni ex funzionari di alto grado, è riuscito comunque a far ricredere tutti quei sondaggi che negli scorsi mesi lo davano per spacciato.

Interessante l’analisi fatta dal Jerusalem Post sulla figura di “King Bibi”, come soprannominato dai suoi supporters, il quale lo ha definito un Mago. Nessuno riesce a fare campagna elettorale come lui, con un carisma, un’energia e un’oratoria che nessuno ha in questo momento in tutto il panorama politico israeliano. Nonostante le pesanti accuse che lo porteranno a processo tra due settimane, è riuscito a prendersi la fiducia di quegli elettori che lo scorso settembre lo avevano “abbandonato”, a partire dalla vittoria schiacciante nelle primarie del Likud contro Sa’ar, passando per la rinuncia all’immunità fino ad arrivare al Deal of the Century. La sua strategia ha funzionato, e ha raggiunto un risultato che lui stesso considera “la più grande vittoria della mia vita”, sbilanciandosi rispetto alle passate elezioni, nonostante l’insicurezza di una maggioranza capace di formare un governo. Nel frattempo, Netanyahu ha già iniziato le prime riunioni con i rappresentanti degli altri partiti di destra, per capire il da farsi.

Mentre all’Expo di Tel Aviv, Netanyahu e il Likud festeggiavano la vittoria, parziale, di questa terza campagna, dall’altra parte Benny Gantz, ha fatto trasparire una certa delusione, commentando così i risultati: “Non è questo il risultato che consentirà ad Israele di tornare sulla retta via. Il senso di delusione e di dolore è comprensibile”. “L’importante è restare uniti, fedeli ai nostri principi. Non consentiremo ad alcuno – ha aggiunto – di distruggere il Paese, di mandare in frantumi la democrazia”.

Prima di martedì prossimo non si avranno i risultati ufficiali, ma tutti i partiti sono concordi sul fatto che bisogna scongiurare in qualunque modo la possibilità di una quarta tornata elettore, che potrebbe portare a risultati drammatici.


Consiglio UGEIUGEI6 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

È opinione diffusa che americani e israeliani siano sempre stati fortemente alleati, soprattutto sul piano geopolitico. Ma se si guarda a cosa pensa al riguardo l’opinione pubblica dei due paesi, e in particolare quella americana, la questione si fa ben più complicata.

L’opinione pubblica americana

Partiamo dall’opinione pubblica americana: secondo un sondaggio pubblicato nel gennaio 2018 dal Pew Research Center (PRC), tra i più importanti centri di statistica al mondo, negli ultimi 40 anni l’opinione pubblica americana è rimasta stabilmente filoisraeliana: nel 1978 il 45% degli americani era più vicino a Israele che ai palestinesi, contro il 14% più filopalestinese e il restante 41% neutro; nel 2018, la percentuale di filoisraeliani era del 46%, contro un 16% di filopalestinesi.

Apparentemente non vi è stato un forte cambiamento, ma la realtà è ben diversa: se si va a guardare a come sono cambiate le opinioni in base agli schieramenti politici, emerge che tra i repubblicani la percentuale di filoisraeliani, dal 1978 al 2018, è salita dal 49% al 79%; tra i democratici, invece, nello stesso periodo la percentuale è calata dal 44% al 27%. Nello stesso arco di tempo si sono notati altri fenomeni particolari: tra la metà degli anni ’80 e i primi anni ’90 la percentuale di filoisraeliani crollò tra entrambi gli schieramenti, probabilmente a causa della vicenda di Jonathan Pollard, un analista dell’intelligence americana che in quegli anni aveva venduto a Israele documenti top secret. Fu a partire dal 2001, in seguito all’Attentato alle Torri Gemelle, che le opinioni su Israele si fecero sempre più polarizzate tra repubblicani e democratici.

Nel rapporto emergono anche altre differenze, ad esempio in base all’età e al tasso di istruzione, dove però i filoisraeliani prevalgono in tutte le fasce; riguardo all’età, ad esempio, il 56% degli americani dai 65 anni in su è filoisraeliano, contro il 32% di quelli dai 18 ai 29 anni, che però sono comunque di più dei filopalestinesi, che nella stessa fascia di età sono il 23%. Mentre per quanto riguarda l’istruzione, se tra chi non ha nemmeno il diploma i filoisraeliani sono il 51%, tra i laureati sono il 39%, contro un 22% di filopalestinesi. Mentre se si guarda alle differenze tra le varie fedi, i più vicini a Israele sono gli evangelici con una percentuale del 78%, contro il 43% dei cattolici e il 26% dei non credenti; quest’ultima categoria, quella che mette insieme atei e agnostici, è l’unica dove prevalgono i filopalestinesi, al 29%.

Gli ebrei americani e israeliani

Un altro sondaggio del PRC, uscito nell’ottobre 2013, spiegava che anche tra gli ebrei, come tra gli americani in generale, il sostegno a Israele aumentava di pari passo con l’età, con il 38% degli ebrei dai 65 anni in su “fortemente legati” a Israele e il 41% che si sentivano “abbastanza legati”, contro il 25% e il 35% nelle stesse categorie per gli ebrei sotto i 30 anni. E anche in questo caso i repubblicani erano nettamente più vicini a Israele dei democratici, con percentuali del 50% per i primi e del 25% per i secondi su chi aveva un legame forte.

Non c’erano invece grosse differenze in base all’istruzione, con i laureati e i senza diploma rispettivamente al 32% e al 30%; vi era invece una grossa differenza tra i vari tipi di ebraismo, con gli ortodossi al 61% fortemente legati a Israele contro il 24% dei riformati e il 16% dei non praticanti.

La ragione di queste divergenze è che nel corso dei decenni gli ebrei israeliani e americani sono diventati sempre più lontani per orientamento politico: infatti, secondo un sondaggio del gennaio 2017, gli ebrei israeliani che si consideravano di destra e di centro erano rispettivamente il 37% e il 55%, contro un 19% di destra e un 29% di centro tra gli ebrei americani. Sul fronte opposto, gli ebrei americani che si consideravano di sinistra erano il 49%, contro l’8% degli ebrei israeliani. Ciò ha portato anche a divergenze di opinioni sui temi più delicati: il 61% degli ebrei americani era convinto che uno stato ebraico e uno palestinese potessero convivere vicini, mentre tra gli ebrei israeliani la percentuale scendeva al 43%. E se il 52% degli ebrei israeliani pensava che gli USA non aiutassero abbastanza Israele, tra gli ebrei americani la percentuale era del 31%.

Dopo l’elezione di Donald Trump questo divario sembra essersi allargato ulteriormente, tanto che gli ebrei americani sembrano essere diventati meno filoisraeliani dei loro connazionali cristiani: nel maggio 2019, il PRC rivelava che il 42% degli ebrei americani pensava che Trump favorisse troppo Israele, contro il 22% dei protestanti e il 34% dei cattolici.

In conclusione, dai dati emerge chiaramente che l’opinione pubblica americana, e in particolare quella ebraica, ha un approccio molto più eterogeneo nei confronti di Israele di quanto si sia portati a pensare. Tuttavia, è chiaro che le giovani generazioni di americani siano sempre meno amiche dello Stato Ebraico, e bisogna sperare che prima o poi vi sia un’inversione di tendenza.


Consiglio UGEIUGEI27 Settembre 2019
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HaTikwà (L. Clementi) – 30000 attacchi di matrice antisemita solo nel 2018. Un numero allarmante, che ha spinto il Governo israeliano ad elaborare un report e presentarlo durante la Conferenza sull’Antisemitismo indetta a Bruxelles qualche giorno fa. “La delegittimazione dello Stato d’Israele: il volto accettabile dell’Antisemitismo”. Questo il titolo dell’evento, quasi a rimarcare il contenuto del documento, all’interno del quale si mostra una stretta connessione tra l’aumento delle violenze ai danni delle Comunità ebraiche europee e la crescita del movimento “Boycott, Divestment, Sanctions”, che nasce per il boicottaggio dello Stato d’Israele in tutte le sue forme, oltre che per la messa in dubbio della sua stessa esistenza, ma che in svariate situazioni ha mostrato palesemente la propria anima antisemita, attraverso la riproposizione di stereotipi, vignette e offese di ogni genere che non si sono limitate alla normalissima critica politica, mandando preoccupantemente l’orologio della Storia 80 anni indietro.

Il report è stato innanzitutto presentato alla stampa al Press Club. Ad illustrarlo, il Ministro israeliano della Sicurezza Pubblica e degli Affari Strategici Gilad Erdan, insieme all’Inviato Speciale USA per monitoraggio e lotta all’Antisemitismo Elan Carr, al Direttore Generale del Ministero Affari Strategici israeliano Tzachi Gavrieli, al Direttore EIPA Tal Rabina e al Chairman EJA Rabbi Menachem Margolin. Il focus è stato “togliere la maschera” al Movimento BDS, mostrando la necessità di una tolleranza zero ai danni di un movimento che nasce apparentemente per la difesa dei Diritti Umani, ma che all’interno dei suoi organici presenta individui che più volte hanno strizzato l’occhio a movimenti antisemiti, promuovendo violenza fisica e verbale ai danni della popolazione ebraica mondiale.

Gli esempi riportati sono stati suddivisi in tre categorie: accusa di dominio ebraico mondiale e genocidio dei nemici, comparazione dei leader israeliani con quelli nazisti e delegittimazione dell’esistenza dello Stato ebraico. “Chiederemo ai leader europei e mondiali che venga adottata una definizione che copra tutte le forme di Antisemitismo, incluso l’operato del BDS, così da proteggere le Comunità Ebraiche e gli ebrei europei – dice Erdan – Spero che il nuovo Parlamento Europeo cambi la precedente politica, rappresentata dall’operato della Mogherini. Due mesi fa, tre attivisti BDS affiliati ad associazioni terroristiche hanno parlato in Parlamento. Invito il Presidente Sassoli a non far ripetere quanto accaduto: l’Europa non deve permettere che si ricrei il clima antecedente all’Olocausto. Never again”.

Molto importante e degno di menzione è stato il contributo degli Stati Uniti durante la giornata, per mezzo dell’Inviato Speciale Carr, il quale ha inequivocabilmente ribadito che la posizione di Trump e della politica statunitense è chiara: accanto a Israele nella lotta all’Antisemitismo ed equiparazione assoluta dei termini Antisionismo e Antisemitismo nei loro significati primordiali per come intesi dal BDS, cioè essenzialmente odio contro gli ebrei. Carr ha ribadito la necessità di poter criticare ogni Stato, poiché questo è un principio giusto di ogni Stato democratico, ma giudica l’accanimento contro Israele a prescindere da ciò che dica o faccia inaccettabile e assurdo. Secondo l’Inviato Speciale USA, è giusto parlare di delegittimazione di Israele come volto inaccettabile di un nuovo Antisemitismo, in quanto dal BDS stesso viene proposto un linguaggio progressista e ricco di diritti fondamentali per poter rovesciare la medaglia e mostrare Israele e gli ebrei come oppressori. Dopo la conferenza al Press Club, le discussioni si sono spostate al Parlamento Europeo, nella Sala Aldo Moro. Lì Carr ed Erdan hanno essenzialmente ripetuto i concetti presentati al Press Club, questa volta con l’ausilio di una presentazione video all’interno della quale sono stati mostrati fumetti, tweet, post offensivi e antisemiti di numerosi attivisti BDS. Tra gli intervenuti, infine, presenti Katharina Von Schnuberin, Coordinatrice Europea nella lotta contro l’Antisemitismo, Traian Basescu, ex Presidente della Romania, Anna Asimakopolou, Europarlamentare greca, Anna Fotyga, Europarlamentare polacca. Tutti hanno ribadito l’esigenza di una maggior collaborazione a livello europeo per arginare l’antisemitismo e riconoscere nell’Antisionismo una nuova forma di Antisemitismo.


Consiglio UGEIUGEI13 Maggio 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – La storia di Kobi Marimi è l’ennesima storia in perfetto stile Cenerentola. Dopo il trionfo di Netta Barzilai e i suoi chili di troppo esibiti con orgoglio, quest’anno il rappresentante israeliano all’Eurovision Song Contest mostra un ulteriore volto dell’Israele umana e spesso vulnerabile. Un’Israele ancora inedita. Nato a Ramat Gan, Kobi è il tipico antieroe inibito dei fumetti. Immaginatevi Pippo, l’amico di Paperino. Ecco, Kobi è  Pippo. Kobi è il nostro compagno di banco delle medie, il cameriere che ci serve la pizza, il vicino di casa che incontriamo ogni tanto in ascensore. Eppure, in tutta questa apparente normalità, Kobi nasconde un talento straordinario. Prova dunque a intraprendere la carriera di attore di teatro, ma presto realizza di non essere mai il protagonista, di essere sempre l’attore di accompagnamento. Così all’età di ventisette anni, con un sogno da realizzare e senza alcuna speranza di riuscirci, si presenta alle audizioni del “Hakochav Haba”, competizione canora il cui vincitore diventa di diritto rappresentante israeliano all’ambito Eurovision Song Contest. Nel peggiore dei casi, Kobi dovrebbe rinunciare al suo lavoro di cameriere in un locale di Tel Aviv. Il risultato, invece, è assicurato. Sin dalla sua prima apparizione sul piccolo schermo, Kobi conquista il cuore di migliaia di persone. Timido e impacciato, goffo e un po’ maldestro, Kobi si trasforma davanti alle telecamere spogliandosi delle vesti di brutto da anatrocollo e diventando un bel cigno. Comincia a raccontarsi, a raccontare della sua infanzia sofferta in quanto bambino grasso e denigrato dagli amici. Un  po’ come Netta stessa ha fatto lo scorso anno, infatti, anche Kobi parla spesso di accettazione del proprio corpo e della propria persona, condannando con forza ogni forma di pregiudizio. Eppure c’è in Kobi un qualcosa di più autentico e fragile rispetto alla caotica Netta. Scopro che Kobi è davvero un antieroe, uno di quelli che balbettano lievemente quando gli pongo una domanda scomoda e che aspetta qualche secondo prima di darmi una risposta, perché preferisce scegliere bene le parole da utilizzare. Per farla breve, Kobi vince la competizione del “Hakochav Haba” e diventa ufficialmente il rappresentante israeliano all’Eurovision Song Contest, che quest’anno avrà luogo a Tel Aviv, nonostante tutto. O forse, per merito di tutto. Tutto ciò che si porta appresso. Da quel giorno Kobi è immerso nelle prove e nei preparativi della competizione, determinato a non deludere chi l’ha fortemente voluto su quel palcoscenico. Perché c’è una frase che l’antieroe di Ramat Gan non dimentica mai di pronunciare nelle sue apparizioni televisive. Una frase che ha ripetuto anche in questa intervista con sincerità disarmante, nonostante io sia profondamente convinto che non l’avrebbe sostenuta con altrettanto ardore se l’avessi incontrato quando era ancora un ragazzo qualunque. Una frase decisamente banale e ingenua. E forse, anche per questo, così importante di questi tempi. “Sognare è un diritto di tutti”. 

 

Kobi vorrei che mi aiutassi a capire come cambia la vita di un ragazzo qualunque, che conduce una vita assolutamente normale, che fa il cameriere in un locale a Tel Aviv, e che d’un tratto viene catapultato sul palcoscenico più importante e ambito del mondo.

Diciamo che ho smesso di lavorare nel locale a Tel Aviv e ho cominciato a fare il lavoro che ho sempre sognato. Ecco, diciamo che quel ragazzo qualunque sta realizzando il sogno che coltiva sin da quando era bambino.

Tra un attimo parleremo di sogni, ma prima vorrei che mi raccontassi di quell’attimo in cui hai realizzato che hai vinto la gara del “Hakochav Haba” e che non c’è più via di ritorno.

A volte credo di non aver ancora realizzato. Ho sempre sognato di rappresentare Israele all’Eurovision, ma mai ho creduto davvero che ciò potesse accadere. Ricordo solo l’istante in cui stavano per decretare il vincitore del “Hakochav Haba” e mi sono detto: Kobi, stanno trasmettendo questo momento in diretta nazionale e c’è la possibilità che sia tu il vincitore. Cerca di non avere reazioni esagerate!

Per molti artisti, specie qua in Israele, l’Eurovision è l’ultimo traguardo di una lunga carriera. Tu invece cominci la tua carriera dall’apice. Non hai paura di cadere da lì su e farti male?

Credo che chiunque abbia il desiderio di calcare questo palcoscenico debba mettersi in gioco, a prescindere da quanto lunga sia la carriera alle sue spalle. Sognare è un diritto di tutti. Io per esempio ho ventisette anni ed è almeno da un decennio che fantastico sull’Eurovision. Sicuramente fa paura, ma sono così felice che non voglio rovinare questo momento. Me lo merito.

Se non sbaglio è già la terza volta che pronunci la parola “sogno”. Parliamo allora di sogni, anche perché lo slogan di questo Eurovision è “Dare to dream”. E forse non a caso. Cominci la tua carriera realizzando il tuo più grande sogno Kobi, che altri sogni ti rimangono da realizzare?

Qualche tempo fa il mio manager mi chiedeva com’è possibile che ancora mi emoziono a salire sul palco. In effetti dovrei essermi abituato a esibirmi dopo tutti questi mesi di prove. Gli ho risposto che non importa quante persone mi guardano, dieci o un milione, quando hai un messaggio da trasmettere agli spettatori è sempre emozionante esibirti. Il mio sogno è continuare a trasmettere la mia arte, e non importa quale palcoscenico sarà disposto a ospitarmi.

C’è una domanda che sono in dubbio se porti, perché quando si incontra un artista bisogna parlare di arte e non di altro. Tuttavia, dopo la vincita di Netta Barzilai dell’anno scorso, non possiamo ignorare l’argomento della propria immagine e del proprio corpo.

Chiedi pure.

Anche tu, come Netta, hai raccontato alle telecamere del tuo passato. Di essere stato un bambino grasso, solo, incompreso e pieno d’insicurezze. Volevo chiederti Kobi se pensi che aver avuto un passato difficile sia diventato un requisito indispensabile per piacere agli israeliani. Intendo dire, forse gli eroi non piacciono più. Forse è meglio essere degli antieroi.

Penso che sia una coincidenza che per il secondo anno di fila questo argomento abbia trovato tanto spazio nei titoli dei giornali. Ogni artista, anzi, ogni persona incontra delle difficoltà nella propria vita. Credo che queste cicatrici alimentino la nostra creatività e ci diano la possibilità di alzarci la mattina con il desiderio di cambiare la realtà. Di renderla migliore. Nel mio caso e nel caso di Netta il movente era lo stesso, la nostra infanzia e il nostro corpo, ma non credo che siano gli unici argomenti che tocchino gli israeliani.

Eppure il messaggio tuo e il messaggio di Netta sono un po’ diversi. Anzi, in realtà sono proprio opposti. Netta ci invita ad accettarci e ad amarci per ciò che siamo, con tutti i nostri difetti e tutti i nostri chili di troppo. Tu invece hai attraversato un lungo viaggio prima di diventare il Kobi che conosciamo oggi.

Non credo di aver terminato il viaggio. Il cambiamento non avviene in una notte, il cambiamento avviene ogni giorno. Ancora oggi. Ho perso peso, questo è vero, ma ci sono molte insicurezze che ancora mi porto dietro.  

In un passo della canzone che proporrai all’Eurovision canti, o meglio, gridi a piena voce “I am someone”, ovvero “Io sono qualcuno”. Credi che quel richiamo sia rivolto al Kobi bambino di cui abbiamo parlato?

Ehm… Possibile…

Immaginavo, cos’altro vorresti dire al Kobi bambino?

Ciò che dico al Kobi di oggi e a chi mi ascolta. Dobbiamo ricordarci ogni giorno che siamo qualcuno, che valiamo qualcosa. Ce lo dimentichiamo troppo spesso. La vita ci sottopone a così tante pressioni che è nostro compito dire a noi stessi che valiamo per ciò che siamo.

C’è un altro passaggio della canzone in cui canti “And now I’m coming home”, ovvero “Ed ora torno a casa”. Alcuni sostengono che questa frase lasci intendere il ritorno dell’Eurovision in Israele. Pensi che ospitare l’evento favorisca o sfavorisca la tua potenziale vincita?

In realtà non si tratta di una frase tattica per indicare il ritorno in Israele. La casa in questione è quel luogo in cui ci sentiamo sicuri. In cui ci sentiamo noi stessi.

E se mi intestardissi e ti chiedessi nuovamente se pensi di essere favorito o sfavorito?

Ti direi che è la prima volta che partecipo all’Eurovision e non conosco abbastanza bene le dinamiche per darti una risposta concreta. Ma cerco sempre di essere positivo e vorrei esserlo anche questa volta. Sapere che la mia famiglia e i miei amici sono accanto a me in questi giorni mi tranquillizza molto.

La tua canzone ha ricevuto molte critiche sui social e nei media. Dopo il carnevale di Netta dell’anno scorso, pensi di capire il perché delle polemiche e la delusione dei fan o non te ne capaciti proprio?

Le critiche ci sono sempre state e sempre ci saranno. Penso che il ruolo principale di qualsiasi forma di arte sia quello di scuotere gli animi delle persone. Però voglio dirti che ricevo decine e decine di messaggi da parte di quelle persone che inizialmente avevano fortemente criticato la mia canzone e che ora chiedono scusa perché hanno scoperto di adorarla. Io per esempio ci ho messo un sacco di tempo prima di farmi piacere il Sushi. Ci sono alcune cose a cui ci si bisogna abituare.

Se posso permettermi, personalmente non credo che gli israeliani siano delusi dal fatto che canterai una ballata, chi ti conosce e ti segue sa che mai e poi mai ti saresti esibito all’Eurovision con una canzone in stile Netta. Penso che la delusione sia dovuta dal fatto che gli israeliani si aspettavano una canzone dalle sonorità meno internazionali e più locali, considerato sopratutto che la competizione avrà luogo quest’anno a Tel Aviv e non in Europa.

Possibile, non lo escludo, ma voglio dirti una cosa che ho imparato nel periodo in cui studiavo recitazione e mi esibivo a teatro. Non importava quante persone venissero a complimentarsi con me al termine dello spettacolo, bastava che ci fosse una sola persona che mi faceva notare che il calzino sporgeva dal pantalone, che tornavo a casa con l’amaro in bocca e con la sensazione di aver fallito. Non voglio concentrarmi su chi fa polemica, voglio dare spazio a chi mi sostiene e riempie di complimenti. E poi l’Eurovision non finisce qui, l’anno prossimo ci sarà di nuovo e l’anno dopo ancora. Israele avrà la possibilità di mandare ogni volta un rappresentante che mostri un volto inedito del paese e di chi ci abita. Questa volta hanno scelto me.

Kobi, una parola che descrive ciò che stai vivendo? E per favore non dire “emozionante” o “incredibile”.

Wow… Che domanda difficile! Ehi, dici che “wow” possa andare bene come risposta?

Direi che “wow” va più che bene.

 

 


Consiglio UGEIUGEI15 Aprile 2019

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HaTikwa (D. Zebuloni)To Bibi or not to Bibi? Questo è stato il grande dilemma delle appena concluse elezioni politiche israeliane. Si è parlato poco di economia e sviluppo, di politiche interne ed estere. Persino il tema della sicurezza è passato in secondo piano, nonostante un missile partito da Gaza abbia abbattuto una casa nel centro di Israele proprio due settimane prima dell’election day. L’argomento di tutte le campagne elettorali era uno ed uno solo: Bibi o Gantz? O meglio, Bibi o non Bibi?

Non sono dunque i 36 mandati da lui ottenuti ad averlo reso il grande vincitore di queste elezioni. Non è stata nemmeno la sua nomina di Primo Ministro per la quinta volta dal ’96 ad oggi ad averlo inserito nell’olimpo dei grandi leader della storia dello Stato di Israele. Il trionfo di Bibi si misura nella straordinaria e al contempo sinistra capacità di attirare a sé i riflettori senza dire una parola. Sono state poche e ben studiate infatti le interviste che Netanyahu ha concesso ai media, le uniche per altro da lui concesse in tutti e quattro gli anni del suo ultimo mandato. Nonostante ciò, o forse proprio a causa di ciò, quest’ultime sono state le interviste più trasmesse dai media nazionali e internazionali, nonché le più discusse sui social e per le strade del paese.

Per citare l’opinionista politico Amit Segal: “Bibi ha vinto le elezioni con il 70% dei voti, di cui il 35% erano a suo favore e il 35% a suo sfavore”. Ecco, non potrei riassumere in maniera più efficace l’esito di queste elezioni. Tutti hanno votato in funzione di Bibi, ma solo la metà dei votanti l’ha fatto a suo favore. Il restante 35% degli israeliani non ha votato con la speranza di avere il generale Gantz al governo, bensì ha votato con il disperato desiderio di non riavere Netanyahu al governo, di non vivere in un paese la cui atmosfera ricordi vagamente quella della Russia di Putin.

Eppure chi ha commentato la vincita del Likud definendola “la morte della democrazia israeliana”, o peggio ancora alludendo ad uno sterile parallelismo con il Presidente turco Erdogan, non ha capito nulla della politica israeliana in generale e della società israeliana in particolare. Per ogni cittadino israeliano che condanna Bibi ce n’è uno che lo venera. Per ogni israeliano che attacca Bibi ce n’è uno che lo difende. Per ogni israeliano che vede Israele nel baratro ce n’è un altro che vede Israele all’apice. La verità è che il bianco e il nero, anche nel caso di Bibi, non esistono. Esistono invece cinquanta sfumature di grigio (!) che rendono Bibi un eroe e al contempo un antieroe. O in parole semplici, un umano. Un comune mortale.

“Da giornalista quale sono” ha affermato la conduttrice televisiva israeliana Ilana Dayan, “ho l’obbligo di andare a fondo e condannare ogni singolo sbaglio commesso da Netanyahu, ma ho anche l’obbligo di lodare le sue manovre di sicurezza contro l’Iran. Ho l’obbligo di approfondire le accuse mosse contro di lui, ma ho anche l’obbligo di dargli credito per gli importanti traguardi economici ai quali ci ha condotti. Bisogna dunque capire una volta per tutte che non c’è niente di male a guardare le due facce della medaglia”. Forse Ilana Dayan ha ragione, non c’è proprio nulla di male nel guardare le due facce della medaglia. La politica come la vita d’altronde non è sempre un bivio. La politica come la democrazia non si limita alla domanda esistenziale: to Bibi or not to Bibi.