intervista

Consiglio UGEIUGEI5 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Luca Clementi e Luca Spizzichino

Romano, classe 1964, una delle voci più autorevoli del panorama giornalistico italiano, stiamo parlando di Maurizio Molinari, dal 2016 direttore del quotidiano “La Stampa”. Corrispondente estero per il giornale torinese, prima da New York, poi da Bruxelles e Gerusalemme. Durante la sua carriera è stato  in Medio Oriente, Africa e Turchia, e ha intervistato alcuni dei personaggi più influenti dell’epoca contemporanea. Molinari, oltre ad essere un giornalista, è anche uno scrittore di saggi. Tra i più celebri: Il Califfato del terrore. Perché lo Stato islamico minaccia l’Occidente (2015), Jihad. Guerra all’Occidente (2015), Duello nel ghetto (2017), Il ritorno delle tribù (2017), Perché è successo qui. Viaggio all’origine del populismo italiano che scuote l’Europa (2018), ed Assedio all’Occidente. Leader, strategie e pericoli della seconda guerra fredda (2019), del quale abbiamo parlato in questa intervista esclusiva, attraverso il quale abbiamo potuto notare direttamente la sua capacità di saper interpretare in maniera chiara e analitica il complesso scenario mondiale che stiamo vivendo, dal crescente clima di  antisemitismo alle terze elezioni in Israele, fino ad arrivare alle recentissime tensioni tra Stati Uniti e Iran, a seguito dell’uccisione del Generale Qasem Soleimani, numero due della teocrazia iraniana e capo delle Forze Quds, unità d’élite delle Guardie Rivoluzionarie.

Direttore, grazie per il tempo che ci ha concesso. Per noi è un privilegio averLa come primo intervistato di HaTikwa 2020. Non Le facciamo perdere tempo e partiamo subito con la prima domanda. Nell’ultimo anno, si è vista in maniera più evidente ed eclatante una preoccupante ondata di antisemitismo che sta colpendo tutto l’Occidente. Dalla vandalizzazione dei cimiteri alle minacce di morte alla Senatrice a vita Liliana Segre, fino ad arrivare all’attentato di Halle, durante Kippur. Quali sono le cause di questa recrudescenza che sta preoccupando le varie Comunità ebraiche occidentali?

L’antisemitismo è un fenomeno che accompagna la storia dell’umanità, quindi, anche se con intensità differenti, si manifesta in maniera costante. È un fiume carsico, non è qualcosa che scompare, ogni volta va sotto e riemerge, con caratteristiche nuove che si sommano a quelle precedenti. Nell’ultimo anno i nuovi aspetti sono fondamentalmente due: il primo riguarda gli Stati Uniti, dove si sta manifestando un antisemitismo violento, analogo a quello che in passato abbiamo visto in Europa e in Asia. La novità è che a compiere questi attacchi sono o gruppi di suprematisti bianchi, o estremisti afroamericani, che sono un fenomeno completamente nuovo, in quanto non erano mai arrivati a compiere atti violenti tesi a uccidere gli ebrei. Il secondo riguarda l’Europa, dove, invece, lo scenario è molto diverso. Le novità si vedono nell’antisemitismo a bassa intensità, ovvero tutta una serie di eventi che riguardano aggressioni minime: spinte, insulti e tiri di sassi. E questi attacchi il più delle volte non sono classificati come atti antiebraici, e questo pone un problema, perché non c’è una normativa in Europa volta a punirli. La difficoltà nell’identificare le novità è che queste si sommano a fenomeni preesistenti. La vandalizzazione dei cimiteri, per esempio, è un fenomeno che c’è sempre stato in Europa, soprattutto per mano dell’estrema destra, ma non bisogna confondere questi fenomeni con il dilagare di micro-aggressioni, soprattutto in paesi come la Francia, il Belgio, la Germania, la Gran Bretagna e i paesi scandinavi, dove le Comunità ebraiche si trovano in seria difficoltà. La domanda da porsi è: perché in Europa questa tipologia di attacchi sta dilagando? Penso che la risposta abbia a che vedere con la tensione sociale che c’è in molti paesi europei, dovuta all’impoverimento della società e alla moltiplicazione di fenomeni politici estremi che portano a fenomeni di intolleranza. È errato, tuttavia, identificare l’antisemitismo con singoli fenomeni politici: esso si nutre di volta in volta di elementi differenti. In Europa, per esempio, l’insofferenza e la protesta sociale dilagano e investono tutti i paesi, indipendentemente dal colore della protesta, che sia di destra o di sinistra, e portano ad un aumento dell’intolleranza nei confronti degli ebrei. Per capire il fenomeno bisogna uscire dalle categorie classiche: se uno segue quest’ultime, non capisce l’antisemitismo, perché questo attraversa la storia e vive di luce propria. Se noi andiamo a vedere cosa accade all’interno delle famiglie dell’estrema destra o estrema sinistra in Europa, notiamo che si sviluppano in maniera molto diversa. All’interno dei gruppi sovranisti, identificano gli ebrei come l’alleato dei migranti, mentre nell’estrema sinistra l’ebreo è identificato come la terza colonna di Israele, considerato uno Stato despota che viola i diritti umani. Le due narrative nutrono questa intolleranza, e quindi questi fenomeni a bassa intensità. In Italia le aggressioni sono ancora sporadiche, ma in città come Berlino, Londra, Leeds o Manchester si tratta di una realtà complicata.

Cambiamo argomento, nelle ultime settimane in Israele si è deciso di ritornare ancora una volta alle elezioni, le terze in poco meno di un anno e mezzo. Con l’imminente processo a Benyamin Netanyahu, quale sarà il futuro del Likud? Quali sono le previsioni quindi, per la prossima tornata elettorale? 

Bellissima domanda, io credo che il fatto che le primarie del Likud si siano concluse con la conferma di Netanyahu sia la prova che Netanyahu ha ancora un’importante possibilità di restare Primo Ministro d’Israele. Fino a quando il Likud fa quadrato attorno a Netanyahu, la sua forza come leader è superiore a quella di ogni altro leader politico. C’è in teoria da affrontare la spada di Damocle dell’inchiesta da parte della magistratura. Le terze elezioni, poi, saranno molto drammatiche, poiché sono un unicum nella storia di Israele. Saranno fondamentalmente una resa dei conti tra Netanyahu e il suo oppositore Benny Gantz. La mia impressione è che Netanyahu e Gantz fossero vicini ad un accordo anche dopo le seconde elezioni, ma non è stato possibile perché gli alleati di uno e dell’altro si sono opposti. Io credo che, qualora l’esito delle elezioni dovesse sostanzialmente essere simile, questa volta Netanyahu e Gantz potrebbero fare un compromesso, senza i loro alleati.

Di recente è stato pubblicato il suo ultimo libro “Assedio all’Occidente” nel quale lei parla di un’imminente seconda Guerra Fredda. Su quali fronti si scontreranno le varie super potenze? E nello scacchiere geopolitico, economico e tecnologico, che ruolo avranno l’Italia e Israele? 

La cosa più nuova di questa seconda Guerra Fredda è che i protagonisti sono gli Stati Uniti e la Cina, e la sfida è una sfida soprattutto sul piano della tecnologia. Mentre nel caso della prima Guerra Fredda si trattava una sfida ideologica tra Stati Uniti, Occidente e Unione Sovietica, in cui uno voleva occupare l’altro, in questo caso è una gara esclusivamente tecnologica: vince chi riesce a sviluppare le nuove tecnologie emergenti in maniera più efficace e più aggressiva. Sappiamo che le risorse degli Stati Uniti sono maggiori, ma è anche vero che la Cina è in vantaggio, soprattutto nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e della tecnologia del 5G. Questo significa che gli Stati Uniti devono rincorrere la Cina come dovettero rincorrere l’Unione Sovietica nel 1957 quando ci fu il lancio dello Sputnik. La sfida fondamentale avviene soprattutto nello spazio cibernetico, ovvero lo spazio dove si sviluppano le comunicazioni internet. Tutta questa vicenda investe l’intero pianeta, anche l’Italia, perché fa parte del blocco degli alleati USA. Nello sviluppo delle tecnologie cibernetiche è molto indietro, e quindi è un paese molto vulnerabile. Questo è un problema per gli Stati Uniti, perché dal punto di vista cibernetico qualcuno avere la tentazione di passare per l’Italia. È molto più facile attaccare paesi come l’Italia o la Spagna o il Portogallo, piuttosto attaccare gli Stati Uniti, la Gran Bretagna o il Canada, perché sono messi meglio da quel punto di vista. Israele è un paese protagonista, perché seppur non appartenendo a nessun blocco, ha un potenziale di spesa cibernetica molto alto. Dal punto di vista dello sviluppo delle nuove tecnologie, Israele è uno dei paesi più avanzati al mondo. Questo significa che tanto gli Stati Uniti quanto la Cina hanno interesse ad averlo dalla propria parte. Questo è molto interessante, perché costituisce una geografia completamente nuova, un mondo completamente diverso da quello in cui siamo nati. Oggi bisogna comprendere come il controllo dei dati dell’informazione che ci scambiamo con i telefoni è molto più importante di aerei, carri armati, navi o altro.

Quali sono i possibili scenari dopo l’uccisione del Generale Soleimani da parte degli Stati Uniti? Quali saranno le reazioni iraniane? Lo Stato d’Israele è in pericolo? 

L’intenzione del Presidente americano è di ridurre il potere militare iraniano in Medio Oriente. Per questo ha eliminato Qasem Soleimani, generale dei Pasdaran e responsabile della creazione, del sostegno, dell’addestramento e dell’armamento delle milizie sciite in Libano, in Siria, in Iraq, in Yemen e altrove. Questo è il colpo che l’Iran ha subito. E’ legittimo supporre che l’Iran cerchi una risposta, se non altro perché Soleimani era il numero due del grande Ayatollah alla guida della Rivoluzione Ali Khamenei, e quindi in ballo c’è l’onore stesso di Khamenei, che è uscito molto indebolito da questo attacco e deve guidare una risposta contro gli Stati Uniti per non perdere credibilità a Teheran. L’interrogativo è: quale tipo di operazione gli iraniani possono condurre? Quando i leader dei Pasdaran affermano che hanno 35 obiettivi a disposizione americani (oltre alla città di Tel Aviv), lasciano intendere la possibilità di poter colpire con i loro missili le basi americane in Iraq e nel Golfo o lo Stato d’Israele. E’ chiaro che se l’Iran colpisse con dei missili delle basi americane, si creerebbe un’escalation: gli americani risponderebbero a loro volta, in maniera anche probabilmente più pesante. Io credo che lo scenario che abbiamo davanti sia quello a cui molto spesso abbiamo assistito fra Israele e gli Hezbollah: quando questi ultimi subiscono un colpo pesante, reagiscono e tentano di salvare il proprio onore con attacchi sul terreno, ma non si spingono mai fino ad una guerra aperta. Detto questo, ciò che conta è che la volontà di Trump di ridurre il potere militare iraniano in Medio-Oriente può portare a nuovi episodi militari di scontro tra USA ed Iran. Io non credo che si arriverà ad una guerra, perché, come dice Trump, l’eliminazione di Soleimani punta a prevenire ulteriori conflitti, non ad incentivarli. Detto questo, chi conosce il Medio-Oriente sa che le previsioni sono fatte per essere smentite. Per gli iraniani, lo Stato d’Israele è parte integrante del sistema americano in Medio-Oriente, quindi ogni minaccia proferita contro gli Stati Uniti investe anche Israele. Soleimani guidava le milizie sciite, e in più occasioni hanno attaccato lo Stato ebraico. Dunque è legittimo supporre che nella fase calda di confronto tra USA e Iran ci siano delle minacce molto concrete per la sicurezza di Israele. Per questo il Segretario di Stato americano Pompeo ha avuto un colloquio con Netanyahu, e io credo che sia stata una conversazione simile a quelle che lui ha avuto con il leader dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, delle monarchie del Golfo, degli Emirati. Tutti i paesi dove gli americani hanno rapporti di alleanza importanti sono oggi possibili obiettivi degli attacchi iraniani.

 L’avvicinarsi della Giornata della Memoria e la recente dipartita di alcuni Sopravvissuti ci obbligano a fare una riflessione: in che modo si potrà tramandare il messaggio della Memoria alle nuove generazioni? 

Io credo che una ricetta ebraica sia quella che ci ha lasciato Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace, autore del libro ‘’La notte’’ e anch’egli Sopravvissuto: la chiave per ricordare la Shoah è l’Haggadah. Bisogna utilizzare lo stesso metodo degli Ebrei quando ricordano l’Uscita dall’Egitto. Ogni anno gli Ebrei leggono un testo per due sere e dicono: ‘’Io leggo come se fossi uscito dall’Egitto.’’ Quindi, per far fronte alla futura dipartita dei Sopravvissuti, le nuove generazioni devono riuscire a ricordare la Shoah come se fossero loro stessi dei Sopravvissuti. L’interrogativo è: come si fa? Nel caso dell’Haggadah c’è un testo, mentre qui non c’è. Un metodo fattibile potrebbe consistere nella scelta da parte di ogni giovane della storia di un Sopravvissuto: studiandola, imparandola e facendola propria, potrebbero divenire loro stessi gli eredi. In ogni casa ebraica ci sono dei Sopravvissuti, soprattutto in Europa. Se ogni ebreo europeo studiasse la storia di un parente o di un conoscente e diventasse personalmente il testimone di quella storia, potremmo conservare compiutamente la memoria della Shoah. Ogni giovane deve sentirsi personalmente responsabile della scelta, dell’approfondimento e della trasmissione di queste storie. Questa mi sembra una maniera molto ebraica di affrontare la questione.

 Per chiudere, un consiglio per la nostra Redazione, nata da pochi giorni. Come far sentire la nostra voce in temi di attualità che ci riguardano strettamente? Qual è il miglior modo di fare giornalismo oggi? Ci sono dei punti fermi da non tralasciare mai? 

Ci sono due aspetti: il primo riguarda i contenuti, il secondo riguarda il loro metodo di distribuzione. Per quanto riguarda i contenuti, la chiave è la qualità. Quando si scrive qualcosa, è necessario fare duro lavoro. Di qualunque argomento si tratti, se l’articolo è frutto di studio, approfondimento, consultazione di fonti, allora si tratta di un lavoro di qualità, che dà credibilità a chi lo scrive e a chi lo pubblica. Se invece l’articolo è scritto in fretta e in modo superficiale, allora scredita chi lo scrive e chi lo pubblica. Questa è una regola vera sempre, a prescindere del mutare dei tempi. La vera novità sta nel metodo per raggiungere più persone oggi: il prodotto in carta è importante, ma non prioritario. La cosa importante è raggiungere più persone possibili con l’utilizzo delle nuove tecnologie: il digitale, il video, le foto, i social network. Le nuove tecnologie cambiano a grande velocità, la difficoltà si trova nello stare al passo con i tempi: anche domani potrebbe uscire un nuovo metodo di diffusione, e in quel momento sarà necessario declinarlo su ogni piattaforma, per arrivare ad un pubblico sempre più ampio.


Consiglio UGEIUGEI22 Settembre 2011
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Come vi avevamo anticipato in queste pagine, questa estate, nel corso della Summer University tenutasi a Salonicco, si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Presidium (un Parlamento) e della presidenza della EUJS.

La delegazione italiana, composta da Amalia Luzzati, Benedetto Sacerdoti, Giuditta Bassous e capitanata dal Presidente Ugei Daniele Massimo Regard ha raggiunto l’obbiettivo di far eleggere Tana Abeni quale rappresentante italiana in seno al Presidium.

Tana ha militato per anni fra le fila dell’Ugei, giungendo a svolgere il ruolo di Vice Presidente, la sua personalità dirompente e le sue qualità organizzative hanno convinto i votanti che l’hanno scelta per ricoprire la carica di Vice-Presidente del Presidium.

Nella stessa occasione è stata eletta Presidente della EUJS Andi Gergely, ungherese laureata in Intercultural Business Administration alla Lauder Business School di Vienna.

Noi abbiamo avuto il piacere di conoscere Andi di persona nel corso degli eventi Ugei, piacere che abbiamo pensato di condividere con voi attraverso un’intervista che trovate integrale sul sito di Hatikwa e di cui di seguito riportiamo alcuni brani.

Quando e come hai iniziato il tuo coinvolgimento nelle organizzazioni ebraiche?

Ho iniziato a 9 anni, i miei genitori mi portarono all’Hashomer Hatzair a Budapest. In Ungheria questa organizzazione si concentra nel rafforzare l’identità ebraica dei ragazzi, da loro la capacità di pensare in modo critico e di essere attivi nelle comunità. Crescendo sono diventata una madrichà e la mia missione è stata di tramettere quei valori alle generazioni future.

Puoi raccontarci le esperienze che ti hanno formato?

Negli ultimi anni sono stata attiva e coinvolta in diversi eventi ebraici internazionali per studenti. Per esempio ho fatto parte del team della WING e ho partecipato all’organizzazione della Muslim Jewish Conference. Quest’ultima riunisce, giovani ebrei e musulmani provenienti da tutto il mondo, lo scopo è che imparino  l’uno dall’altro, ma soprattutto che si crei un dialogo sostenibile tra comunità ebraiche e musulmane. Il mio coinvolgimento mi ha portata a collaborare con l’EUJS a maggio di quest’anno nel corso di un seminario interreligioso in Marocco è stata la prima volta che ho lavorato con l’EUJS, un’esperienza che mi ha insegnato, ispirato, divertito.

Da dove nasce la decisione di candidarti?

La ragione per cui ho deciso di candidarmi alla presidenza non è facile da spiegare e ha diversi motivi. Trovo che questa organizzazione rappresenti un’opportunità per i giovani per scoprire il loro potenziale, che dia ai ragazzi che vi partecipano la possibilità di conoscersi e sviluppare progetti congiunti. Ho personalmente stretto amicizie e fatto importanti esperienze grazie all’EUJS, alcune hanno anche rimesso in discussione alcuni miei punti di vista.

Quali sono le tue idee e speranze per la presidenza?

La mia missione all’EUJS è di creare seminari e conferenze che siano coinvolgenti e che facciano imparare allo stesso tempo, coinvolgendo i partecipanti e ispirandoli a mettere in pratica le loro idee tornati a casa. Inoltre insieme a tutto il consiglio vogliamo rinnovare la connessione tra i gruppi locali e l’EUJS, coinvolgendoli nella organizzazione della attività internazionali. Con me ho 8 incredibili consiglieri ed un direttore esecutivo che si sentono legati a questa organizzazione e sono pronti alla nuova ed eccitante sfida dei prossimi due anni!

Debora Sadun