HaTikwa

Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Maggio 2019
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HaTikwà – La Parashà di questa settimana inizia con i comandamenti dati da parte del Signore riguardo le regole che il Kohen Gadol doveva seguire il giorno di Kippur. Tutto ciò viene detto a Moshe, solo dopo la morte dei figli di Aronne, Nadav e Avihu, avvenuta, secondo gran parte dei commentatori, per aver portato un sacrificio invalido. Yom Kippur è considerato da ogni ebreo come il giorno più importante del calendario ebraico, il momento di massima vicinanza al Creatore. In questo giorno veniamo perdonati di tutti i peccati da noi commessi. I Maestri insegnano che la nostra anima, nel momento in cui discende nel corpo, è come un vestito nuovo, perfettamente bianco. Ogni anno, purtroppo, compiamo alcune trasgressioni che vanno a sporcare questo abito. Il 10 di Tishri, il Signore ci dà l’opportunità di ripulire questo vestito e di renderlo ancora più bianco e puro. Tutto ciò porta ad un elevazione dell’anima, che si avvicina sempre di più a D-o.

La seconda parte della Parashà, oltre a trattare delle varie norme che regolano i rapporti sessuali, ci racconta del comandamento di non cibarci del sangue di nessun animale. A prima vista questo precetto potrebbe sembrarci far parte dei Chukkim, ovvero di quell’insieme di regole alle quali noi dobbiamo adempiere solo per fede in D-o, nonostante non comprendiamo la loro motivazione. Tuttavia il Signore ci dà una spiegazione a questa norma e facendo ciò giustifica anche un altro tipo di rito, ovvero quello di spruzzare il sangue sull’altare durante i sacrifici espiatori. Infatti la Torah ci dice che nel sangue risiede la vita di qualsiasi essere vivente. Di conseguenza esso va offerto sull’altare poiché grazie ad esso era possibile ottenere l’espiazione per le proprie colpe: “… per questo motivo Io ve l’ho dato da offrire sull’altare per espiare per le vostre vite: perché il sangue ottiene espiazione per la vita che contiene. ” Numerosi commentatori traggono da ciò che il sangue contiene simbolicamente l’anima di ogni essere vivente. Quando il popolo offriva sacrifici per espiare le proprie colpe, offriva ciò che rappresenta la connessione con D-o. Ogni giorno della sua vita.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Aprile 2019
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HaTikwa (L. Spizzichino) – Tra le serie tv sbarcate questo mese sui cataloghi di Netflix, una su tutte può destare curiosità più di altre, stiamo parlando di The Order. Arrivata il 7 marzo 2019 nella piattaforma streaming americana, viene raccontata la storia di Jack Morton, una matricola alla Belgrave University, un campus famoso per ospitare una misteriosa società segreta chiamata L’Ordine ermetico della rosa blu. Jack, vuole entrare a tutti i costi nell’Ordine per vendicare la defunta madre, scomparsa per mano del suo leader supremo, Edward Coventry. Una volta diventato un membro della strana società segreta Jack scoprirà presto che i suoi accoliti praticano la magia nera e che sono da sempre in lotta con una confraternita di licantropi votati a distruggere ogni creatura sovrannaturale. In questo teen drama però diversi sono i rimandi al mondo ebraico, dall’Arca dell’Alleanza fino al Golem, quest’ultimo infatti durante le dieci puntate di questa prima stagione (e probabilmente anche unica), viene usato da questi maghi come arma o come mero strumenti per raggiungere i propri scopi. Un utilizzo di certo meno nobile, rispetto a quello del famosissimo Golem di Praga.

Secondo la notissima leggenda praghese, nel XVI secolo, il grande Rabbi Yehuda Loew ben Bezalel, meglio noto come il Marhal di Praga, decise di creare un gigante completamente fatto d’argilla, il quale prendeva vita scrivendo sulla sua fronte la parola “verità” in ebraico, il cui compito principale era difendere il ghetto di Praga dagli attacchi antisemiti e dai pogrom. Ogni venerdì, prima dell’entrata di Shabbat, il rabbino lo immobilizzava cancellando la prima lettera sulla fronte, formando la parola “morto”. Secondo la leggenda il Golem si trova tuttora nella soffitta della Sinagoga Vecchia-Nuova, e secondo alcuni racconti della Seconda Guerra Mondiale, durante l’occupazione un soldato nazista salì nella soffitta con l’intento di trovare e distruggere il Golem, ma poco dopo questo soldato morì in circostanze sospette.

Riguardo il Golem, esistono moltissime altre leggende creando su di esso un alone di mistero che ha fatto breccia nella cultura popolare, infatti compare in svariati libri e film, ma si può trovare il Golem anche nel mondo dei fumetti e nei cartoni animati. Nel 1974, la mitica creatura di fango compare in diversi albi della serie Strange Tales della Marvel, nel 1991 invece il Golem di Praga compare come antieroe nella DC Comics, in una veste completamente differente da quella di difensore dei più deboli. Anche in tempi recenti è comparsa la figura del Golem anche in uno speciale di Halloween dei Simpson, nel quale viene riportato in vita da Bart per servirlo.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 Marzo 2019
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HaTikwà In questi giorni la mia famiglia è stata scossa dalla notizia di un brutto incidente in moto ai danni di mio fratello Edoardo. Grazie a D., dopo giorni difficili, ora sta bene e può/possiamo raccontare questa storia: sono stati giorni difficili, semplificati e resi migliori da un gruppo di medici che fanno parte dell’A.M.E (Associazione Medica Ebraica). Per chi non lo sapesse, a Roma è presente questo fantastico gruppo, fatto di giovani e meno giovani dottori, fatto sopratutto da persone con un cuore immenso. Loro, fin dai primi minuti dopo l’accaduto, ci hanno assistito e guidato nelle scelte migliori per intere giornate difficili come non mai.

Mi ha spiazzato la cura con cui il Dott. Alessandro Piperno che, prima a distanza, tramite messaggi, e poi fisicamente ha monitorato la situazione di mio fratello. Non possono non citare Gianni Zarfati, che fin dai primi minuti dopo l’incidente si è prodigato per attivare l’A.M.E. In questa lista di ringraziamenti non posso non citare il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello, per l’interessamento e il suo essere a disposizione per qualsiasi evenienza. Infine la mia immensa gratitudine va al Dott. David Luzon, che ci ha seguiti dal primo all’ultimo minuto, che nella sera di Purim ha lasciato moglie e figli e ci ha accolto all’Ospedale Israelitico con un sorriso facendoci sentire a casa. La Comunità romana non è mai stata una comunità semplice e vivendola attivamente è spesso avvolta da polemiche e discussioni più o meno futili. Nel momento del bisogno ci sono stati e, dopo questo brutto episodio, ne sono ancora più innamorato. Nel momento critico di un fratello ebreo, che sia io o chiunque altro, si mette tutto da parte e si arriva all’obiettivo senza pensare a null’altro. Non ne avevo dubbi, ma la disponibilità degli addetti ai lavori e soprattutto di tanti amici ebrei mi rimarrà per sempre nel cuore. Come recitava un murales a Tel Aviv, United We Strong: uniti siamo forti.

Grazie ancora di cuore, a nome della mia famiglia.

Andrea Terracina.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Marzo 2019
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HaTikwa (Rav R. Della Rocca) – Secondo un’opinione del Talmùd (Meghillà, 12 a) il decreto di sterminio del popolo ebraico da parte di Hamàn sarebbe riconducibile a una punizione per la partecipazione al grande banchetto di Achashveròsh, narrato nel primo capitolo della Meghillàt Estèr. Nonostante il Re avesse provveduto alla kashrùt del cibo, Mordekhai aveva proibito alla sua comunità di partecipare. Cosa si nasconde dietro questo inquietante Midràsh ?

Achashveròsh nel corso del banchetto avrebbe indossato le vesti del Sommo Sacerdote. I Maestri lo deducono dal fatto che la prima lettera del sesto verso della Meghillà è scritta più grande rispetto alle altre. La lettera è una ח-Chet (valore numerico 8): il Sovrano aveva tirato fuori per il banchetto gli arredi sacri del Santuario che erano stati depredati dal suo predecessore Nabucodonosor e si era vestito con gli otto abiti del Sommo Sacerdote! C’è un profondo legame tra la Meghillà e la Parashà di Tetzawè che si legge quasi sempre nello Shabbàt che precede Purìm, non negli anni di 13 mesi, ma questo legame è “nascosto” nella più perfetta tradizione della festa. Nella Parashà di Tetzawè vengono prescritti i due tipi di abbigliamento dei Cohanim: il vestito del Sommo Sacerdote, il Vestito d’Oro, composto da otto capi, e quello del semplice Sacerdote, il Vestito Bianco, composto da quattro capi. Qualsiasi atto di culto del Santuario, compiuto senza l’abito rituale, è invalido. Il Cohen Gadòl agisce per conto di tutto il popolo. Egli materializza questo concetto indossando una “divisa sacra“, che è in effetti di proprietà del popolo di Israele, per il suo onore e splendore, “E farai delle vesti sacre per Aron tuo fratello, per onore e splendore” Shemòt, 28; 2. 

Il voler vestire gli indumenti del Cohen Gadòl da parte di Achashveròsh in quella festa vuol dire legittimare la musealizzazione della kedushà di Israele. Achashveròsh non è né il primo, e né l’ultimo a farlo in questo modo . Il Furher, immàch shemò vezichrò , tra i suoi progetti di sterminio del popolo ebraico, aveva istituito a Praga il Museo della razza estinta, esponendo tutti gli oggetti e i paramenti sacri depredati nelle varie comunità di tutta Europa . E a Roma c’è ancora un leader religioso che indossa quegli abiti bianchi, che si ispirano a quelli del Sommo Sacerdote , per ribadire che è lui e la sua struttura ad aver preso il posto del culto del nostro Tempio di Yerushalaim.

Lo scenario della Meghillà, non è purtroppo molto diverso da quello di oggi in cui nell’Italia ebraica vi sono più Musei dell’ebraismo che Scuole ebraiche. Quando si vive un ebraismo sempre più ridotto a cerimonie di rappresentanza di fronte a poteri politici che non aspettano altro che sdoganare la “normalizzazione ” degli ebrei, si rischia di trasformare la nostra Tradizione in una reliquia del passato . È anche per questo che Purim resta la festa più attuale del nostro calendario, nella quale la grottesca consuetudine di mascherarci ci deve far provare il disagio e la goffaggine di indossare abiti non propri.

 


Rav Roberto Della Rocca,                                                                                                                                                                                                                                                    Direttore Area Formazione e Cultura

Unione delle Comunità Ebraiche Italiane 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Marzo 2019
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HaTikwà (F. Piazza o Sed) – Si è conclusa ieri la settimana del corso di alta formazione Ye’ud – Future Leader Training, organizzato dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane in collaborazione con World Zionist Organization e Unione Giovani Ebrei d’Italia. Il progetto ha coinvolto quattordici ragazzi da tutta Italia, che hanno partecipato in maniera molto attiva ed entusiasta accompagnati da un programma fitto e variegato. Si sono alternate visite ed incontri con diversi relatori su temi differenti. Grazie alla partecipazione di Dan Wiesenfeld, abbiamo affrontato il tema della leadership edel lavoro di squadra in modo accurato, ma anche originale.

La settimana si è aperta con una visita a Gerusalemme, partendo dal cimitero militare sul Monte Herzel. La guida, in modo estremamente toccante e sentito, ci ha raccontato gli atti eroici dei soldati che, volontariamente e consapevolmente, sacrificarono e sacrificano, la loro vita per lo stato d’Israele. Nel pomeriggio abbiamo esplorato il tunnel del Kotel di Gerusalemme conoscendo la realtà di questo muro, ormai unico e significativo per il popolo ebraico. Il secondo giorno abbiamo avuto l’onore di conoscere gli uffici della Corte Suprema per poi essere ospitati in maniera sorprendentemente accogliente negli uffici della WZO, che tramite un rappresentate ci ha presentato vari progetti Masa. Abbiamo concluso la giornata a Tel Avivaccolti dall’Ambasciatore italiano, Gian Luigi Benedetti e Rav Roberto Della Rocca presso la sinagoga italiana.

Durante la giornata del giovedì, particolarmente intensa, si sono alternati diversi oratori:  Sergio Della Pergola,  che ci ha mostrato tramite dati oggettivi la demografia degli ebrei nella diaspora. Jonathan Pacifici ci ha illuminati sulle possibilità lavorative che Israele offre, in particolare in ambito tecnologico. Il terzo oratore è stato Rav David Menasci, che ci ha permesso di conoscere una realtà dell’ebraismo sicuramente differente da quella che viviamo noi in Italia. Nel tardo pomeriggio abbiamo preso parte ad un’attività condotta da Daniel Segre, stimolante e ricca di significati; Rav Roberto Della Rocca invece ci ha parlato del Sinedrio. La giornata si è conclusa con un dibattito molto acceso e interessante tra Vito Anav e Roberto Della Rocca,  riguardo la politica israeliana.

Il venerdì siamo stati a Gerusalemme per poi trascorrere l’inizio dello Shabbat al Kotel, esperienza emozionante e indescrivibile. Qui abbiamo incontrato alcuni dei ragazzi di Giovane Kehila, con cui abbiamo passato anche lo Shabbat al Bet HaKneset di Eveline. Con Gabriele Segre abbiamo il concetto di leadership. In serata, una volta nel campus, abbiamo preparato i tradizionali mishlochei manot per i soldati soli in Israele in vista di Purim.

Il penultimo giorno ci siamo recati a Gush Etzion dove abbiamo avuto l’occasione di incontrare Rav Wigoda, che ci ha intrattenuti con una lezione affascinante  sulla storia di Purim. Ci siamo recati allo Zomet, un luogo di sviluppo di tecnologie capaci di aiutare le persone a vivere uno Shabbat in salute e sicurezza.        Questo viaggio mi ha dato la possibilità di mettere in discussione la mia identità di ebrea e la possibilità di sviluppare una mia, spero, futura abilità di leadership e di leader comunitario.

 

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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