hasbarà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 febbraio 2018
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Mi chiedo spesso che cosa sia più utile fare per cercare di arginare la diffusa disinformazione che emerge quando il discorso si rivolge a Israele. Credo che la maggioranza delle persone, in Italia, non abbia una posizione di principio fortemente ostile a Israele e nemmeno particolarmente favorevole, ma sia piuttosto poco interessata, nonostante l’occhio dei media illumini in maniera spropositata, e in casi non rari distorca, quanto accade in questo piccolo Paese del Medio Oriente grande come una regione italiana di medie dimensioni. Perciò sono convinto che, discutendo di Israele e anche difendendolo dalle più comuni obiezioni sollevate per mettere in dubbio la stessa ragione di esistere dello Stato, sia più utile fornire una complessità che una serie di slogan adatti al massimo a farci sentire meglio, ma che certo non fanno cambiare idea ai nostri interlocutori. Penso anche che sia la cosa giusta da fare, ma non mi interessa oggi sottolineare questo aspetto, affrontato più volte su queste colonne molto meglio di come potrei fare io.

Chi si spende, spesso con dedizione, per la difesa di Israele dai suoi detrattori, dovrebbe sempre aver ben chiaro il proprio obiettivo: l’affermazione incondizionata delle proprie convinzioni oppure l’utilità per l’immagine di Israele?
Per chi sceglie la seconda possibilità è fondamentale uno sforzo per contestualizzare e normalizzare Israele nel discorso pubblico. D’altronde discutere di Israele come di un Paese democratico come la maggioranza di quelli europei, quindi non privo di problemi e contraddizioni, e non come una entità artificiosamente creata nel contesto mediorientale oppure un improbabile paradiso di perfezione, mi sembra già una risposta ad alcune tra le obiezioni più tipiche. L’altro criterio che reputo doveroso non perdere di vista è quello della proporzionalità, cioè la considerazione dei dettagli, per esempio politiche discutibili dell’attuale governo, come importanti ma non sovrapponibili sull’intero quadro, cioè la considerazione complessiva del Paese. Questo significa, ancora una volta, non dimenticare il contesto dei problemi e delle contraddizioni di Israele, che è quello di una democrazia in cui si può discutere di tutto: un contesto che non merita certo di essere messo a confronto con i regimi e le dittature circostanti, ma con Paesi come l’Italia.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 marzo 2016
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media_biasE’ stato sovente fatto notare che la disinformazione che colpisce Israele sui media italiani ed europei è pervasiva e influenza largamente una opinione pubblica che per lo più fraintende i motivi del conflitto, quando non è apertamente ostile agli ebrei vivi che difendono se stessi in una minuscola porzione di Medio Oriente. Sui morti di solito c’è una maggiore, sinistra elasticità, ma anche in questo caso non è affatto detto.

Quello che mi sembra significativo è che la disinformazione contro Israele e i suoi cittadini è quotidiana e sistematica. E’ anche un discorso autoreferenziale, ma date le dimensioni che ha assunto nell’epoca bulimica della comunicazione digitale si impone spesso e volentieri come “il” discorso su Israele. Le parti sono assegnate, les jeux sont faits, rien ne va plus. Voglio sostanziare questa riflessione con un esempio emblematico: uno di quelli in cui ci si imbatte tutti i giorni sfogliando i quotidiani o accendendo la televisione. Si tratta di una breve non firmata pubblicata da “Avvenire” il 3 marzo scorso con il titolo “Cisgiordania, assalto alla colonia: morti due palestinesi” (p. 12):

“Due adolescenti palestinesi sono stati uccisi l’altro ieri all’alba all’interno della colonia di Eli, a sud di Nablus (Cisgiordania): avevano tentato di accoltellare un israeliano – un soldato della riserva – all’interno dell’insediamento. I due aggressori avevano 17enni [sic!] ed erano residenti nel vicino villaggio di Qaryot. In serata, un altro tentato accoltellamento nell’insediamento di Har Bracha (Nablus): i due assalitori palestinesi sono riusciti a fuggire”.

media-hamasScusate se insisto: queste righe sono state pubblicate da “Avvenire”, testata autorevole che si professa “di ispirazione cattolica” e che di fatto dipende dalla Conferenza Episcopale Italiana; non contengono specifiche falsità, ma il motivo è davvero poco nobile: è l’insieme a essere falso.

1) La dinamica dei fatti è rovesciata, e con essa il nesso causa-effetto: prima viene descritta l’uccisione dei due palestinesi, soltanto successivamente leggiamo che “avevano tentato di accoltellare un israeliano”. E’ del tutto evidente che l’ordine in cui i fatti sono riportati non corrisponde alla sequenza con cui si sono verificati, e lo è ancora di più che questo è funzionale a un rovesciamento di responsabilità.

2) I palestinesi di cui vengono raccontate le imprese sono terroristi. Perché allora non vengono mai definiti come tali? Eppure non dovrebbero esserci dubbi: sono penetrati con coltelli e spranghe in un centro abitato con la chiara intenzione di uccidere.

3) Il compilatore della breve, più che interessarsi a quello che i due hanno compiuto, insiste sulla loro età, definendoli prima “adolescenti” e poi, per fugare ogni dubbio, dandone gli estremi anagrafici. L’ovvia conseguenza di questa insopportabile retorica è suscitare con essi – non vittime ma carnefici – l’immedesimazione del lettore.

media-spoonfeeding-cartoon-300x1804) La vicenda si svolge in una regione che rientra in quei territori che, dal punto di vista giuridico, risultano non “occupati”, bensì “contesi”. I “due adolescenti palestinesi”, però, provenivano da un “villaggio”, mentre gli israeliani risiedevano in una “colonia” (una occorrenza nel testo e una nel titolo) e in un “insediamento” (due occorrenze, ad abundantiam). Non si tratta, qui, di schierarsi a favore o contro l’opportunità di una presenza ebraica in West Bank – personalmente guardo con grande preoccupazione a un simile stato di cose. Si tratta, invece, di riflettere sul senso delle due misure impiegate: da una parte un villaggio, quintessenza di semplicità e vita conforme alla natura, dall’altra colonie e insediamenti, che alludono a una occupazione, a un non-diritto, a una violenza sul corso naturale della vita e degli eventi, ma anche, in modo sinistro, al campo semantico della biologia.

5) Sono i terroristi gli indiscussi protagonisti del resoconto: non a caso costituiscono il soggetto di tutte le frasi che lo compongono. Nel secondo caso riportato non si fa neppure menzione delle vittime israeliane, ma solo di un anonimo “accoltellamento”. Anonimo, dunque anche senza responsabili.

6) L’unico israeliano citato è definito “un soldato della riserva”: una informazione di per sé non mendace perché tutti gli israeliani, una volta terminato il servizio militare, entrano nella riserva; ma faziosa, perché l’uomo è stato aggredito a casa propria in veste di civile, non di soldato.

7) Il non detto, infine, è un pozzo buio di cui non si vede il fondo. Chi ha composto l’articolo, per esempio, avrebbe potuto scrivere che i due terroristi sono penetrati nell’abitazione di Roy Harel – questo il nome dell’israeliano ferito – che è riuscito a respingerli, evitando così che facessero strage della moglie e dei cinque figli. E’ stata la donna a telefonare alle forze di sicurezza, che sono intervenute rapidamente e, dopo essere state aggredite a propria volta dai due palestinesi, per fermarli li hanno uccisi.

Giorgio Berruto ha studiato filosofia a Pavia. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto ha studiato filosofia a Pavia. Vive e lavora a Torino


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