giulio piperno

Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 ottobre 2018
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Vienna, città di pensatori come Freud, Martin Buber, di artisti quali Klimt e Schiele, è un luogo pieno di fascino, dovuto alla sua importanza nella storia europea moderna e alla bellezza dei suoi splendidi palazzi. Ho avuto modo di visitarla in questi primi giorni di ottobre, godendo delle ultime giornate di sole, sotto la cui luce la città e i suoi maestosi edifici si sono resi ancor più belli. Vienna è anche una città lanciata verso il futuro, fra le più vivibili del mondo secondo molti sondaggi.

Il mio viaggio a Vienna non è stato casuale, bensì in occasione del grandioso “Shabbat n’ Waltz” svolto dal 5 al 7 ottobre a Vienna per celebrare l’anniversario per i 70 anni di “JOH”, l’unione degli studenti austriaci ebrei. Il gala è stato inserito all’interno di uno shabbaton, al quale hanno partecipato ragazzi da tutta Europa e non solo: tedeschi, italiani, francesi, serbi, croati, ma anche americani, australiani e israeliani. Durante lo shabbaton si sono potute approfondire varie tematiche. Molte attività si sono focalizzate sul ruolo degli ebrei austriaci dal periodo che va dall’emancipazione nella seconda meta dell’Ottocento, su volontà di Francesco Giuseppe d’Asburgo, fino al 1938, data dell’Anschluss che ha determinato l’inizio delle persecuzioni e dello sterminio. Ai 260.000 ebrei che vi erano prima della seconda guerra mondiale, ne corrispondono oggi meno di 15.000; ma sia prima sia dopo la Shoah questa minoranza ha sempre contribuito alla vita del paese. Ad esempio portando in Austria la cultura del “saloon”, il salotto ottocentesco come luogo fra il pubblico e il privato, di dibattito e di discussione. Amos OZ sosteneva che al tempo dell’impero austroungarico ci fossero gli austriaci e gli ungheresi, e poi gli austroungarici, ovvero gli ebrei, distaccati dalle rivalità etniche intestine e fedeli cittadini del proprio paese. Altre attività, del tutto simili ai “caffè dilemma” organizzati dall’Ugei in Italia, hanno creato momenti di confronto su tematiche diverse in ottica ebraica e non sorprende che nella patria della psicanalisi il tema più dibattuto sia stato il rapporto fra sessualità ed ebraismo. Senza dubbio, l’evento principale del weekend è stato il gran gala, a cui hanno preso parte più di 500 persone, di cui la maggior parte giovani. Ad aprire la serata sono state le rappresentanze municipali ed ebraiche, seguite da un Walzer danzato dai ragazzi del JOH. Degna di nota, la presenza di coppie omosessuali, di ambo i sessi, per lanciare il messaggio di rifiuto contro qualsiasi discriminazione. Una volta partite, le danze  sono proseguite fino all’alba. Questo ballo ha voluto essere un inno alla gioia, alla vita dei giovani austriaci e di chi con loro ha voluto festeggiare.

C’è il simpatico detto che quando un romano va fuori dall’Italia non va all’estero, bensì a controllare le province. Ma Vindobona ne ha fatti di passi avanti, e questa volta mi sono sentito io, venire dalla provincia dell’ebraismo giovanile europeo.

Pensieri su una Vienna non più imperiale

Ho visitato Vienna in aprile con il tepore del sole di primavera, in inverno, con il freddo e la neve ghiacciata per le strade, e in ottobre, con le foglie rossicce nei parchi. Vienna è bella ma non perché per secoli culla dell’Europa, io direi piuttosto che è bella nonostante questo. Camminando per i Ringe non ho incontrato nessuno che ricordasse neppure vagamente un personaggio dei romanzi di Roth, né alcun luogo che ricreasse l’atmosfera dei suoi racconti. Ho mangiato la sacher, sono andata nella zona dei musei e ho fotografato l’imponente statua di Maria Teresa che si erge regale in mezzo alla piazza, ho visitato il museo di Sissi e sono andata al Prater. E niente, non ho trovato la Vienna di cui avevo letto né nelle strade che ospitano oggi negozi di Bitcoin né nei caffè. Che non vi sia quell’atmosfera ora è forse ragionevole, mi chiedo però se allora, ai tempi di Roth, Schnitzler, Freud e Zweig vi fosse qualcosa di analogo. I lettori ritrovavano i propri personaggi preferiti intenti a salire sulla ruota panoramica del Prater?

O forse è più corretto pensare che il mito asburgico, un po’ come l’ebraismo negli ultimi duemila anni, invece che nello spazio abbia preferito svilupparsi nel tempo?

Giulio Piperno, Marta Spizzichino


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 giugno 2018
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“The Racist Law” è il nome del convegno tenutosi domenica 27 maggio a Roma, presso il MAXXI. Il tema della conferenza è stato l’antisemitismo, in particolare nel contesto della storia italiana.

Inizia con i saluti dell’Ambasciatore nonché capo della delegazione italiana IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) Sandro De Bernardin a della Presidentessa UCEI Noemi Di Segni, i quali introducono il tema dell’antisemitismo, ponendo come punto di domanda e riflessione, come e quando vederne i primi segnali nella nostra società. Sono seguiti gli interventi dei numerosi ospiti, che hanno affrontato l’argomento da diversi punti di vista. Steve Katz, esperto americano della storia della Shoah ha fornito un’introduzione storica dell’antisemitismo. Partendo dalla concezione apostolica degli ebrei, sviluppa un discorso in tappe storiografiche, passando per il medioevo, la rivoluzione francese, fino al XX secolo. Con il cristianesimo nasce la concezione metafisica dell’ebreo, quella parte di umanità che ha rifiutato la rivelazione messianica. Il deicidio come colpa ontologica rende l’ebreo colpevole e crudele per natura agli occhi della popolazione europea. La sua condizione di diverso e malvagio sembrerebbe apparentemente trovare la sua fine con le rivoluzioni americana e francese e la conseguente emancipazione; ma ne fa invece seguito un antisemitismo diverso, su base etniconazionale prima, per poi raggiungere il culmine fra le due guerre mondiali, con l’antisemitismo razzista su base biologica. Segue l’intervento dell’ex premier Giuliano Amato, che inizia il suo discorso ragionando sulla “differenziazione” e la “discriminazione” in ambito legale. La differenziazione non è un male di per sé, siamo tutti ugualmente diversi, ma lo diventa quando diventa presupposto di discriminazione, favorendo un gruppo e perseguitando un altro. Il percorso per l’uguaglianza è stato lungo e non è ancora completamente raggiunto. Riflette sull’importanza del linguaggio giuridico, non sempre rispecchiato nei comportamenti degli individui, ma comunque alla base della giustizia sociale. Sottolinea, infine, la differenza fra il razzismo usato nel corso dei secoli per la sottomissione dei popoli diversi dal proprio e l’antisemitismo del XX secolo; il primo con il fine di sfruttamento dei diversi e del consolidamento di società gerarchizzate; il secondo con il fine della totale eliminazione degli ebrei. Il discorso inizia quindi a focalizzarsi sulle leggi razziste. A contestualizzarle all’interno del regime fascista è l’intervento successivo della professoressa Lucia Ceci, insegnante di Storia a Tor Vergata, che descrive i “testi di legge organica su Eritrea a Somalia”, del 1933. E’ a partire da questi infatti che inizia a comparire il linguaggio razzista all’interno del regime. Con la conquista dell’Etiopia, l’Italia diventa razzista; la legislazione antiebraica rappresenta un salto di qualità, non considerabile una conseguenza inevitabile della legislazione razzista coloniale, ma nel clima culturale della quale si inserisce. Il professor Francesco Cassata ha invece spiegato il ruolo dell’eugenetica, soffermandosi sull’influenza del cattolicesimo nell’eugenetica italiana. A dare informazioni tecniche e dettagliate sulle leggi razziste del 1938 è Michele Sarfatti, con l’intervento conclusivo della prima sessione.

La seconda sessione inizia con l’intervento di Roberto Finzi, professore di storia economica, sulla sorte dei professori universitari ebrei cacciati con le leggi razziste. Il mondo universitario italiano non ha mai fatto i conti con questa vicenda. Un’occasione di rinnovamento mancato, quello che successe nel dopoguerra. Casi tragici come il caso Terni ne sono emblema. Una parentesi del rapporto fra Chiesa e persecuzioni razziste durante la seconda guerra mondiale viene fornita dal Professor Melloni (università di Modena). Gli speaker successivi riprendono una prospettiva più internazionale, con l’intervento di Michel Rosenfeld sull’antisemitismo e la discriminazione razzista in America, del professor Shaub sulla discriminazione nei confronti dei convertiti nel mondo ispanico e del Professor Ten Have sulle legislazioni razziste nei paesi occupati, con l’esempio particolare dell’Olanda. A concludere il seminario è l’intervento (fuori programma) di Yehuda Bauer, per decenni capo delle ricerche storiche dello Yad Vashem e fondatore di IHRA, con un sollecito legare tutta la teoria esposta durante la giornata con quello che è la realtà quotidiana: l’antisemitismo non è sempre presente e non va dato per scontato, ma quando c’è, è importante saperlo affrontare

Una conferenza dunque ricca di spunti di riflessioni e di ricordo degli eventi passati. L’antisemitismo va e viene nel corso della storia e dei popoli, ma conoscendo il passato e comprendendone le dinamiche saremo pronti ad affrontare il futuro.

Giulio Piperno


Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 febbraio 2018
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Sembra iniziare in modo piuttosto confuso, l’incontro con Vera Vigevani Jarach, tenutosi il 15 febbraio presso a Milano. Si rivolge subito al pubblico, chiedendo la nostra opinione sui recenti fatti di cronaca, ricollegandosi al clima elettorale e al riemergere di partiti fascisti in Europa e in Italia. Passa poi a raccontarci della situazione politica in Argentina, per poi soffermarsi sul suo incontro con il Papa. Ritorna poi all’Argentina, questa volta degli anni ‘70, e accenna ad alcuni episodi avvenuti ai tempi di Videla, il dittatore che cambiò le sorti del suo paese. Sembra mischiare fra loro discorsi scollegati, ma man mano che la serata va avanti, si intuisce che quella di Vera non è confusione, bensì “connessione”; non si può parlare di un paese, di un evento, di una storia come di una cosa unica e comprensibile nella sua specificità, siamo tutti legati da un destino comune. Basta uscire dal nostro piccolo per vedere come odio, disprezzo, dominio, colonialismo, sopruso, razzismo siano mali che hanno da sempre afflitto tutta l’umanità, nelle diverse declinazioni che tali dinamiche hanno assunto nel corso della storia e in diversi luoghi. Come lei stessa ci ricorda, non serve tornare all’Argentina degli anni ‘70 per sapere dei desaparecidos, si possono trovare anche oggi, basta cercarli negli abissi del mar Mediterraneo. Lo stesso concetto di “desaparecido” sarebbe nato in Algeria, in seguito alle angherie perpetuate dai militari francesi nei confronti degli autoctoni. E così, sempre più immersi nei suoi racconti, si entra nella sua ottica universale.

Entra più nel dettaglio, e ci narra del suo sbarco in Argentina, alternando momenti tragici con aneddoti divertenti, come aver dovuto concludere la scuola elementare in un istituto italiano, che sebbene in Argentina, rimaneva fascista! Ci descrive con rammarico la deportazione dei parenti rimasti in Italia, traditi da compatrioti, ma anche la riconoscenza degli argentini, e la solidarietà trovata in Sud America. La nascita della sua famiglia, e il tracollo autoritario che per la seconda volta sconvolse la sua vita. Arriva poi finalmente a raccontare la triste sorte di sua figlia, Franca, che insieme a oltre 30.000 persone, per lo più giovani, sparì nell’oscurità della dittatura. Ci spiega come nacque la protesta delle madri della piazza di Mayo, della loro lotta che non riesce a definire eroica, poiché lei la trova semplicemente umana. La sua non è una testimonianza come le altre. La sua non è solo una testimonianza della sofferenza umana, di dove può arrivare il male. La sua è una testimonianza della resistenza, di come l’uomo il male lo possa fronteggiare. Quello che lei condanna, dopo una vita di persecuzioni e ingiustizia, più che i carnefici, è il silenzio. Il silenzio di chi non si oppone di fronte alla sofferenza, il silenzio di chi preferisce guardare da un’altra parte, il silenzio di chi si rassegna che le cose non possano cambiare. E lei è la prova vivente di quanto invece si possa fare.

Quella che abbiamo avuto l’onore di ascoltare non è una rassegnata vecchietta di 95 anni, ma un’energica attivista, non più troppo ottimista, ma con comunque tanta speranza per l’avvenire. Ha avuto modo di conoscere le nuove generazioni, mediante i numerosi incontri con scuole e associazioni, ed è fiduciosa, poiché ha trovato nei giovani tanta voglia di conoscere e di capire, tanto interesse verso il prossimo. Dopo una serata del genere, come spesso succede, torna il punto di domanda: come può il “mai più”, la frase tanto ripetuta di fronte a tragedie come la Shoah, diventare una certezza? Il secolo XX ha visto eventi inimmaginabili, ma i testimoni del passato stanno ormai venendo a mancare. Il passato prossimo di tale vicende riecheggia nelle testimonianze dei sopravvissuti, ma non rischia forse di diventare un passato remoto, con la loro imminente morte? Le storie dei singoli sfumano nel discorso storico generale, che col passare del tempo perde la carica emotiva e le tragedie rischiano di riassumersi in numeri e dati racchiusi in manuali. La coscienza collettiva sugli episodi del ‘900 è ancora bene o male forte. Forse però, l’unica cosa che può rendere la lezione della storia perpetua è estrapolarne valori e concetti come pilastri culturali del presente e del futuro, come possono essere la tolleranza, il rispetto, ma soprattutto, come ci insegna Vera Vigevani Jarach, l’interesse e l’amore verso il prossimo. “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”: sono un uomo, nulla che sia umano mi è estraneo. Questa frase lapidaria, scritta dal poeta latino Terenzio rimanda a un filantropismo universale che non è facile trovare, ma che Vera, in una serata da non dimenticare, ci ha trasmesso.

Giulio Piperno


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 gennaio 2018
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Cari Ugeini ed Ugeine,

Alzi la mano chi conosce tutti e sette. Come pensavamo, ecco quindi una piccola presentazione personale dei vostri consiglieri.

“Mi chiamo Alessandro Lovisolo, ho 20 anni, sono di Torino e studio architettura. Ho scelto di candidarmi e poi di far parte di questo consiglio UGEI perché credo che si debba migliorare il senso di comunità dei giovani ebrei italiani, in primis con una maggiore partecipazione e un maggior interesse agli eventi organizzati, per creare un gruppo unito di dibattito e scambio culturale; per questo motivo ho deciso di assumere il ruolo di consigliere addetto alla comunicazione con gli enti giovanili per far conoscere l’UGEI anche alle nuove generazioni.”

“Voglio raccontarvi una breve storiella yiddish. C’era una volta un uomo che, avvicinatosi ad un ebreo gli chiese: “Ma perché voi ebrei rispondete a una domanda con un’altra domanda?”. E l’ebreo: “Perché non dovremmo rispondere così?”. Per far fede al mio sottilissimo senso dell’umorismo, in effetti, a chiunque mi abbia chiesto il perché della mia candidatura a Torino ho risposto proprio “Perché no?”. Che in fondo è stato veramente così, naturale, quasi scontato, una battuta non cercata, che ho deciso di partecipare più attivamente alla vita dell’UGEI, di fare quel passo in avanti. Mi presento: sono Carlotta, 24enne, estremamente chiacchierona, scienziata o letterata, dipende a chi lo si chiede. Milano è la mia casa, anche se negli ultimi anni ho passato più tempo in aeroporto o stazione, valigia in mano, che tra le vie meneghine. Le mie attività ebraiche spaziano dalla Shomer durante il liceo, ad alcuni progetti dell’UCEI, e più assiduamente dal 2014 ad ora in CEM a Milano come giornalista per il Bollettino. Per questo anno ho moltissime idee, e soprattutto energia, essenziale per migliorare e rendere sempre più inclusiva la nostra Unione. Il sentimento propositivo e aperto che ho percepito a Torino spero rimanga non solo tra noi consiglieri, ma in generale tra tutti gli Ugeini e tutte le Ugeine. I protagonisti principi del nostro mandato.”

“Mi chiamo Luca Spizzichino, ho 22 anni, vivo a Roma e studio economia e finanza. Lavoro per il Dipartimento Educativo Ufficio Giovani e scrivo per il mensile Shalom della Comunità ebraica di Roma. Nella vita sono sempre stato molto introverso, ma da qualche anno sentivo la necessità di dover tirar fuori la mia voce e di rendermi parte attiva della nostra unione. In questo Congresso, il secondo a cui partecipo, mi è scattata la molla! Le riflessioni sulla situazione attuale dell’ebraismo giovanile italiano, e le mozioni che sono state discusse, hanno fatto sì che mi candidassi per entrare a far parte di questo consiglio. Se ho deciso di candidarmi é perché vorrei fare in modo che le idee uscite fuori durante questo congresso diventino qualcosa di concreto e non parole al vento. Quest’anno oltre a ricoprire il ruolo più consono con il mio percorso di studi, il tesoriere, sarò anche il responsabile per gli eventi a Roma, so già che sarà un lavoro difficile ed estenuante, ma cercherò in tutti i modi di portare avanti il mio compito, non creando conflitti con le diverse realtà locali, cercando, anzi, di creare un clima di collaborazione e coesione. L’energia e la forza di volontà in questo nuovo consiglio non mancano e sono sicuro che insieme ai miei compagni di viaggio riusciremo a fare grandi cose!”

“Mi chiamo Simone Israel, ho vent’anni e sono nato a Verona. Studio a Torino e sono al secondo anno di Ingegneria Biomedica. Ho deciso di candidarmi dopo aver intrapreso un progetto nel 2017 chiamato MiNYanim, volto a formare dei ragazzi europei su nozioni come ebraismo, Israele e la sua storia e soprattutto leadership. Ho partecipato attivamente all’UGEI dal congresso di Bologna nel novembre 2016, prima ho frequentato l’Hashomer Hatzair per 7 anni. Sono il consigliere che si occupa di tutta la parte che riguarda il sito ed i social network e svolgo anche il ruolo di Direttore esecutivo.”

“Il mio nome deriva dal nome ebraico ‘Alisa’, che significa gioia, nome ebraico che venne dato a mia madre alla sua nascita. I miei genitori, allora a Londra, decisero di renderlo più italiano aggiungendoci una ‘s’ in mezzo, rendendolo Alissa, confondendo tutti perché non è né Alessia, e nemmeno Elisa. Ho 25 anni e al momento lavoro a Bruxelles, dove ho intrapreso un percorso lavorativo volto a combattere il fenomeno della radicalizzazione violenta. Da più giovane, ho partecipato all’Hashomer Hazair a Milano e, durante la mia formazione universitaria, intrapresa alla Statale di Milano dove ho studiato Relazioni Internazionali, ero coinvolta in molte attività della CEM. Vorrei dare più voce ai giovani ebrei d’Italia e far conoscere loro le attività portate avanti da altri enti simili in Europa; per questo mi sono esposta come responsabile delle attività internazionali, oltre che come responsabile del giornale Hatikwà.”

“Ruben Spizzichino, ho 22 anni e sono nato e cresciuto a Roma. Appassionato di comunicazione pubblica e d’impresa, sono attivo nel volontariato, i primi passi nel movimento giovanile Benè Akiva. Oggi responsabile dell’Assessorato alle Politiche Giovanili over 18 della Comunità Ebraica di Roma e al secondo anno come Vice Presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, delega al dialogo interreligioso. Auspico in un consiglio equilibrato, unito e motivato.”

“Mi chiamo Giulio Piperno, romano di nascita padovano di adozione, sono salito in Veneto per intraprendere un corso di studi in neuroscienze. Sono sempre stato partecipe all’interno dei movimenti giovanili, e dopo il mio percorso alla Hashomer Hatzair sono passato all’UGEI per mantenere vivo il mio attivismo. Ho seguito il master Hans Jonas in leadership ebraica e sono stato consigliere UGEI nel 2016. Ho viaggiato molto, anche grazie agli eventi UGEI, e ho avuto modo di conoscere le diverse realtà giovanili ebraiche, realtà anche molto diverse da quella di mia provenienza. Credo sia molto importante il confronto fra i ragazzi di queste diverse realtà, ed è per questo che ho preso l’incarico di responsabile di piccole e medie comunità. Sono arrivato all’UGEI in un momento di transizione tra una generazione e un’altra, e c’era molta incertezza sul futuro. Oggi tale transizione è stata completata, e a Torino ho avuto modo di partecipare a un congresso vivo e pieno di proposte e voglia di realizzare. Sono molto fiducioso sulle potenzialità del nuovo consiglio, e spero che insieme ai miei compagni riusciremo a ottenere il massimo risultato”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 dicembre 2017
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Foto di Alessia Gabbianelli

Un nuovo Consiglio per i giovani ebrei d’Italia, eletto ieri a Torino al termine dei lavori del Congresso ordinario. In ordine di preferenze ricevute sono stati eletti il romano Giulio Piperno, la milanese Carlotta Jarach, il trentino (ma residente a Torino) Simone Israel, il torinese Alessandro Lovisolo, i romani Ruben Spizzichino e Luca Spizzichino, la milanese Alissa Pavia. Il rinnovo delle cariche ha riguardato anche quelle dei revisori dei conti: confermati Federico Disegni e Daniel Sacerdoti.

Il Congresso ha visto la partecipazione di figure storicamente attive nell’organizzazione, ma anche di nuove leve che hanno partecipato con entusiasmo all’elaborazione di molte mozioni. Una tre giorni quindi di lavori, di scambio di idee per il futuro e riflessioni sull’operato del Consiglio uscente, presieduto da Ariel Nacamulli. Ed è proprio Nacamuli ad esporre le sue riflessioni nella relazione finale: “Quello che si è appena concluso è stato un anno di grandi incertezze dalle tensioni internazionali, non ultime quelle recenti in Israele. È stato per noi l’anno di Irua, del Silent Party a Milano e ovviamente del Congresso di Torino. La prima parte dell’anno è stata caratterizzata da Irua, verso cui si sono mosse le energie, sia prima che dopo l’evento. È stata forse possibile un’analisi di alcune dinamiche giovanili, in parte già note: la grande frammentazione a Roma, una lontananza delle piccole comunità, una Milano poco interessata a partecipare a eventi nazionali”. E poi spiega perché la scelta sia ricaduta sul capoluogo piemontese: “La capitale UGEI di quest’anno è Torino. La scelta è dovuta all’ottimo lavoro del gruppo locale nel corso degli ultimi anni e da una mancanza di grandi eventi UGEI in Piemonte”.

congAd aprire ufficialmente i lavori del XXIII Congresso i saluti delle autorità comunitarie: a fornire un’introduzione sulla comunità ebraica di Torino e sulla storia degli ebrei piemontesi è il presidente Dario Disegni. Segue una breve lezione di rav Ariel Di Porto, rabbino capo, in cui ricorda la figura di rav Giuseppe Laras, scomparso quest’anno il 15 di novembre. In particolare si sofferma su alcune parole del rav che paragonava la condizione dell’ebraismo italiano all’origine della festa di Chanukkah, con il buon auspicio che l’olio, purchè scarso in quantità ma non in qualità, possa durare nel tempo. Tre gli interventi che hanno intervallato l’andamento dei tre giorni di lavori congressuali: quello di Sara Salmonì su Masa Italia e le esperienze di formazione in Israele, seguito poi dalla presentazione del “Progetto Tirocini” con Saul Meghnagi, che ha anche illustrato la recente nascita di un’associazione musicale in ricordo di Alisa Coen, a cui ha preso parte anche Giulio Disegni, vicepresidente UCEI, che ha sottolineato l’impegno verso i giovani e le sfide che ci attendono nel 2018 (tra le molte quelle legate al settantesimo anniversario della nascita dello Stato d’Israele e l’ottantesimo dalle Leggi Razziste). Infine l’intervento di Michael Sierra su Giovane Kehilà e gli ebrei italiani d’Israele.

Durante il congresso si è ampiamente discusso dei temi quali l’importanza di proseguire e approfondire il rapporto con la CII, Confederazione Islamica Italiana, di rinsaldare ulteriormente le relazioni tra UGN a UGEI in modo tale da favorire il naturale passaggio dei ragazzi di 17 anni, maturando fin da subito un di un “senso di appartenenza” all’UGEI. Riflessioni anche su Hatikwà, affinché il nuovo Consiglio vigili perché continui ad essere di fatto e non solo di nome un giornale aperto al confronto delle idee.

Alice Fubini

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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