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Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 novembre 2012
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La rottamazione proposta da Renzi sembra essere l’unica via d’uscita dalla stasi della politica italiana.

Il cambiamento di rotta deve avvenire partendo dai militanti delle retrovie, dai più stazionari ed agitati,  ma soprattutto dai giovani  ai quali gli over del parlamento hanno promesso attenzioni e potere futuro. E’ chiaro che il ristagno economico e
parlamentare sia deludente. Proprio per arginare questo fenomeno i nuovi imprenditori e professionisti si fanno portavoce di una svolta decisiva da loro preannunciata come necessaria.

Da banali spettatori i giovani vogliono diventare protagonisti della rinascita del paese.

Anche all’interno della nostra comunità si promette spesso spazio ai giovani, e con il passare del tempo la nostra voce è sempre più incisiva e determinata nell’affermare ideali frutto di accurate riflessioni e ricerche e sicuramente non febbrili impulsi dovuti ad agitazioni post adolescenziali.

L’Ugei ne è l’esempio più lampante. Significativa è stata anche in questo senso la presenza di Matteo Renzi al diciottesimo congresso ugei.

Un cambio generazionale è forse l’unica proposta plausibile per cambiare rotta a partire dallo stravolgimento dei piloti delle istituzioni.

Accanto alla questione giovanile, deve  però  essere sottolineato che il concetto di rottamazione non deve essere appiatito solo su una questione anagrafica. Si tratta invece di un auspicio di mobilità politica, da non confondere con rigurgiti di politica del trasformismo o clientelismo, capace di garantire idee innovative e significativi e positivi cambiamenti.

Nella ristretta cerchia di dirigenti politici sono ammessi tutti gli intraprendenti indipendentemente dalla loro età purchè armati di buona volontà ed idee decisive, pragmatiche e realizzabili.

L’intento è quello di porre un freno alle ideologie utopiche creando un connubio tra giovani e veterani capace di giovare in maniera concreta alla società.

Carlotta Livoli


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 ottobre 2012
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Chiunque vada in Israele può accorgersi della mostruosa crescita che il paese ha avuto in poche decine di anni. Sotto ogni punto di vista: culturale, economico, tecnologico, e scientifico. Palazzi vertiginosi crescono inesorabili su una terra che, in 60 anni, da arida è diventata fiorente come poche al mondo. I treni sfrecciano a tutta velocità sui binari da Haifa a Tel Aviv. Sulle strade i caffè e i ristoranti sono sempre stracolmi, e i giovani camerieri corrono all’impazzata urlando “Rega!”. Le vivaci donne anziane sono sedute ai bar di rechov Ben-Yehuda sorseggiando un caffè e fumando una sigaretta, commentando l’ultimo pettegolezzo dell’insegnante di yoga  (e anche piuttosto rumorosamente). Le persone corrono freneticamente per le strade, la maggior parte parlando al telefono (uno smartphone quasi sempre). L’autista dell’autobus litiga per l’ennesima volta con un passeggero che ha sbagliato fermata. I centri commerciali pullulano di famiglie numerosissime: papà, mamme, e tanti figli (e spesso la mamma è anche incinta).

Insomma, la sensazione che si prova stando in una grande metropoli quale Tel-Aviv e Yerushalaim è di grande movimento, ma soprattutto evoluzione e crescita. Le università di ottimo livello ricche di possibilità sfornano studenti freschi di laurea, che con la loro conoscenza regalano uno step in più alla crescita di questa macchina ben oliata che è Israele.

Ma ciò che rende Israele il vero “miracolo economico” è l’immenso numero di start-ups sviluppate da Israeliani nel corso degli anni. Ciò che lascia sbalorditi è come sia possibile che Israele, un paese neonato e della grandezza della Lombardia, costantemente in guerra, e che non dispone di risorse naturali, sia diventato il secondo Paese (dopo gli Stati Uniti) col maggior numero di start-ups.

Secondo Dan Senor e Saul Singer nell’ormai famoso libro “Start-up nation”, gli Israeliani avrebbero meno paura di rischiare e di fallire. Essendo un paese di immigranti, sono abituati a cominciare da zero. “Un paese di immigranti è un paese di imprenditori”. Il governo e la burocrazia sarebbero ciò che si dice “start-up friendly”, ovvero favorevoli a nuove idee e iniziative. Inoltre gli israeliani prediligono una buona dose di chutzpah (faccia tosta) rispetto alle buone maniere, e raggiungono più velocemente il loro obiettivo. Non esattamente in stile Silicon Valley.

Secondo gli autori un altro fattore a contribuire a questo successo è l’arruolamento al militare. In Zavah le regole non sono estremamente gerarchiche: anche i più giovani hanno la possibilità di insegnare qualcosa ad un ufficiale. Questo significa che in un ambiente simile c’è spazio per la creatività e l’intelligenza, anzi, queste doti vengono fortemente incoraggiate.

E mentre gli scenziati del Weizmann Institute e del Technion Institute of Technology lavorano su ogni ricerca nell’ambito della scienza e della medicina, numerosi imprenditori lanciano nuove applicazioni e high tech avanzatissime.

Il modello israeliano dovrebbe fungere da spunto ed incoraggiamento per tutti quei giovani che ancora non riescono a uscire da quella tana comoda che è la famiglia e concentrarsi sui loro progetti. Solo mettendosi finalmente in gioco e puntanto non sui finanziamenti (che mancano quasi sempre), ma sull’efficienza e la creatività delle loro idee, i giovani italiani possono realizzarsi come start uppers.

Sonia Hason



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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