giornata della memoria

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 Gennaio 2019
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HaTikwà – L’intervista è del 1979, porta la firma di Giorgio Segre ed è stata pubblicata su HaTikwà, una volta cartaceo. Per la Giornata della Memoria abbiamo pensato di pubblicarla nuovamente, in modo da renderla più fruibile e per far leggere nuovamente le parole di Primo Levi, sopravvissuto alla Shoah, partigiano, nonché chimico e scrittore. Le sue parole:

Ritiene che esista attualmente una cultura ebraica diaspora? E se sì, nel campo letterario gli esponenti di questa possono essere rapportati, sia pure con le ovvie varianti soggettive, a comuni denominatori?
Direi senza esitare di sì. Direi che esiste una cultura ebraica diasporica. Basta dare un’occhiata all’elenco dei premi Nobel. Esiste una presenza ebraica in tutti i rami della cultura. In tutti i paesi esistono tuttora colonie ebraiche consapevoli di esserlo, esiste nelle scienze umane, nelle lettere, nelle arti figurative, nelle scienze esatte, nelle scienze naturali. Direi che non manca in nessun luogo. Se poi veramente ci siano dei comuni denominatori, direi di sì. Ma con molte riserve, può essere molto piccolo il denominatore comune. Sarebbe interessante scavare e vedere che cosa c’è di ebraico in Saba, in Moravia per esempio: che cosa c’è di ebraico in non ebrei. Sarebbe molto interessante vederlo. Come è noto, negli Stati Uniti la letteratura è impregnata di ebraismo di oggi; e non soltanto da parte di autori ebrei, ma di tutti. L’America è il baricentro della cultura ebraica oramai. Si può dire che in tutti gli Stati Uniti c’è questa presenza differenziata, segmentata in una quantità di segmenti, che vanno dal classicismo addirittura, fino all’ebraismo più laico di Bellow, per intenderci. E’ curioso come sia un fenomeno di grande scala questa trasmigrazione, non dico dell’ebraismo, ma del baricentro dell’ebraismo, che non è più in Polonia, in Russia Bianca, in Ucrania, in Lituania. Ma è a New York. Ma non ha perso nulla per la strada: anzi si è arricchito. Addirittura l’yiddish, lingua straordinaria, meravigliosa, che in Italia è sconosciuta, sta facendo una capriola ulteriore: dopo aver attinto al tedesco, all’ebraico, al russo, al polacco, al lituano, adesso diventa English e attinge dell’inglese. Fenomeni che sono preziosi per i linguisti, perché assistono veramente ad una lingua che è la lingua più ibrida del mondo, vive proprio perché è ibrida. E’ una follia pensare a lingue pure. Pensi quanto è ibrido l’inglese. L’yiddish è ancora più ibrido dell’inglese, per lo meno ha un ibridismo più recente perché continua a trasformarsi. L’inglese è ormai bloccato dalla sua letteratura. L’yiddish ha una letteratura gloriosa, ma piccola, scarsa come volume, in proporzione, non è così appesantita. E’ in grado di continuare a evolversi con neologismi straordinari.

Che cosa ci può dire della cultura ebraica israeliana? 

Della cultura ebraica israeliana so molto poco. Ho l’impressione che non sia molto vitale, per lo meno che sia un po’ provinciale. E’ un’affermazione che butto lì, senza saperla giustificare, perché non ho sentito parlare di una letteratura israeliana moderna. So che c’è qualcuno che scrive: la figlia di Dayan, per esempio. Non ho letto i suoi libri: quindi non so pronunciarmi. Ho l’impressione che Israele tenda, come del resto è giusto che sia, a diventare un paese del Medio Oriente, quindi a recidere i suoi legami con la cultura europea ed occidentale in genere. Mi si dice che le nuove generazioni israeliane non siano più poliglotte. Parlano l’ebraico e forse l’inglese imparato a scuola, quando va bene; mentre invece la mia generazione, i miei coetanei israeliani, parlano quattro o cinque lingue, perché hanno conservato tutte le loro radici. Penso che in queste condizioni possa esistere, possa magari nascere una cultura specifica israeliana con caratteristiche diverse, cioè molto più mediorientale. Il che non è un insulto: vuol dire nuovi legami, legami col mondo arabo, col mondo islamico addirittura. Perché no? Mi risulta che la musica è già così: la musica israeliana di oggi ha attinto attivamente, e in modo fecondo, alla musica araba. Molto di più non saprei dire. Io sono un ebreo diasporico, e mi sento molto di più legato alla cultura occidentale. Non so molto di questa cultura nuova. Le cose che ho detto sono da prendere con riserva.

Lei ha parlato di argomenti dolorosi, come il rapporto fra l’oppressore e l’oppresso nei campi di sterminio e della figura stessa dell’aguzzino, perché, secondo lei, bisognerebbe indagare su come l’aguzzino giunge a fare determinate cose, che forse non avrebbe fatto in altre occasioni. Vorremmo che lei ci specificasse meglio il suo punto di vista.
Se sono stato vago in quell’intervista è perché sono tuttora vago su questo argomento. Non ho ancora le idee chiare su quello che farò o quello che vorrei fare. All’ingrosso si tratta di questo. La situazione della persecuzione ebraica, dell’Olocausto, ormai il termine è prevalso, tende a schematizzarsi, come tutto tende a schematizzarsi. Siamo degli animali, noi tutti esseri umani, che preferiscono le cose semplici. Ma le cose non sono semplici. Sono sempre complesse. Mi piacerebbe contribuire a un’analisi, diciamo sociologica. Io non sono un sociologo, o sono un sociologo dilettante. Ma comunque sono un testimone, l’esperienza l’ho conosciuta, l’ho attraversata. Mi piacerebbe ristabilirla nei suoi termini. Per cui questo binomio, la vittima e l’aguzzino, va studiato. Bisogna capire perché l’aguzzino è diventato aguzzino. Per quali vie. Se veramente era un aguzzino o forse invece no. Forse era uno che eseguiva tutti i compiti, tutti i gesti, tutti gli atti dell’aguzzino. Ma era uno come noi. E’ molto probabile ed è molto importante. E’ molto triste. E’ la tesi di Haren, questa della banalità del male. Questa tesi assomiglia a quella che sto dicendo. Cioè era molto più importante l’ambiente che non la natura umana interna. Non si parla di mostri. Io di mostri non ne ho visti neanche uno. Era gente come noi che agiva in quel certo modo per il fatto che esisteva un fascismo e un nazismo in Germania. Se tornasse un fascismo o un nazismo, dovunque si troverebbero persone che agirebbero in questo modo; e un discorso parallelo si può fare sulla vittima, sul perché di certi comportamenti, su cui molte cose si sono dette. Tipicamente le obiezioni che fanno i giovani israeliani si basano su “Noi non lo faremmo”. Ed è vero. Loro non lo farebbero, Ma se fossero nati quaranta anni prima lo avrebbero fatto. Si sarebbero comportati esattamente come gli ebrei deportati si sono comportati; e del resto anche i russi deportati, anche gli italiani deportati.

Cosa pensa delle varie manifestazioni e prese di posizione antisemite che si vanno intensificando in Italia e in Europa?
E’ difficile dire delle cose che non siano ovvie. E’ chiaro che davanti a fatti come quelli di Varese (*1) si prova dolore, si prova scandalo. Vorrei aggiungere una cosa. Mi sembra di poter distinguere un legame tra l’episodio dell’Express, l’intervista a Darquier de Pellepoix (*2), e l’intervista su Le Monde a Faurisson (*3) e questo fatto di Varese. E’ una tesi che propongo. Andrebbe discussa, dibattuta. Si direbbe: i tre episodi sono collegati da un’estrema stupidità. Non era cosi nella Germania di Hitler. Si potrebbero dire molte cose contro i nazisti, ma non che fossero tanto stupidi. Qui invece direbbe che c’è una delega agli idioti. E’ idiota perché è senile Darquier de Pellepoix. Idiota, bisogna parlare con rispetto dei malati di mente, ma è un malato di mente Faurisson? E questi di Varese, a quanto pare, erano dei ragazzini abbastanza inconsapevoli di quello che facevano. E’ probabile. Certamente è la delega agli idioti. I deleganti non è detto che lo siano, idioti, probabilmente non lo sono. E’ da valutarsi che non trovino di meglio tutti, anche in Francia, e usino gente di questo tipo.


(*1): 7 marzo a Varese. Al Palazzetto dello Sport, durante I’incontro di Pallacanestro tra la squadra locale Emerson e la squadra israeliana Maccabi, un gruppo di tifosi ha steso davanti a sé uno striscione con la scritta “1-10-100 Mauthausen”, inalberando delle croci che poi, spezzate in seguito all’intervento della polizia, sono state lanciate sul campo. Ostentando il saluto romano, sono state lanciate grida, quali “saponette, saponette”, “Ebrei ai forni”, “Adolf Hitler ce lo ha insegnato uccidere gli ebrei non è reato”, “Sieg Heil”, “Non facciamo parlare gli sporchi ebrei” eccetera. Arrestate 5 persone del gruppo, quasi tutti appartenenti alla sezione locale del Fronte della Gioventù (organizzazione giovanile del MSI).

(*2): Nel 1978, durante un’intervista rilasciata a L’Express dopo l’ennesimo rifiuto spagnolo ad estradarlo, Darquier de Pellepoix dichiarò: “Vi voglio dire cosa successe davvero ad Auschwitz. Sì, fu usato il gas, è vero. Ma per gassare i pidocchi”.

(3*): Nel 1978 fu pubblicato su Le Monde uno dei testi di Faurisson, intitolato «Le problème des chambres a gaz», cui seguirà un confronto sulle pagine del celebre quotidiano, l’opzione negazionista farà, seppure momentaneamente, la sua apparizione nel dibattito intellettuale, tentando di trovare spazio e legittimazione all’interno di una sedicente «battaglia delle idee». Dopo Faurisson, una lunga serie di storici dilettanti, privi di alcuna reale competenza in materia, come di documenti, materiali o testimonianze a sostegno delle loro posizioni, tenteranno di accreditare una tesi ripugnante in base alla quale la verità della Shoah corrisponderebbe invece alla «menzogna del XX secolo».


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Gennaio 2017
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Il 27 gennaio il presidente Ugei Ariel Nacamulli, insieme alla presidente Ucei Noemi Di Segni, è stato ospite della trasmissione televisiva Unomattina, in onda su Rai Uno. Ariel ha parlato a nome dell’Ugei dell’importanza della Memoria e del passaggio del testimone del ricordo tra le generazioni.

Questa è la registrazione della trasmissione, l’intervista comincia al minuto 36.

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Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 Gennaio 2017
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gm1Ogni anno il 27 gennaio assisto alla medesima scena, e con i social network ciò non fa che aumentare: da una parte ebrei e non, che citano a manetta Primo Levi, Elie Wiesel, Chaim Potok e molti altri autori magari senza aver nemmeno letto i loro libri, da un’altra chi si accanisce con la Giornata della Memoria sostenendo “perché solo gli ebrei? Gli armeni? I nativi americani? O anche solo tutte le altre minoranze vittime dei nazisti come rom, omosessuali e malati di mente? Sono morti di serie B?”; e poi (i peggiori) quelli che si lamentano che “sì sì abbiamo capito poveri ebrei ma tanto lobby sionista di qua lobby ebraica di là, si parla di loro perché sono potenti”. Io non ricordo il mio popolo oggi e basta. E sono davvero stanca che questa Giornata, nata con le migliori intenzioni, sia un ennesimo modo di attaccare Israele, da parte di quegli ignoranti che ancora confondono ebreo e israeliano, non rendendosi conto che è come dire che un carciofo è uguale a un lampadario.

gm2Paradossalmente comprendo più il negazionismo che questa dilagante banalizzazione. Almeno posso pensare che chi nega lo fa perché si nasconde incapace di capire così tanta malvagità (ma resta comunque un deficiente). La banalizzazione però è peggio. Significa che tutte quelle morti, tutte quelle sofferenze, di tutti, puff, scompaiono. Basta usare il giorno della memoria giusto per dire “ci penso almeno oggi”, basta usarlo per attaccare Israele, o per far finta in quel giorno di ricordarsi anche di tutti gli altri, rom, zingari, omosessuali, malati di mente, prigionieri politici e le loro stelle rosse marroni eccetera. Perché tanto, chi davvero ha a cuore tutto ciò, indipendentemente dal fatto che pensi agli ebrei o agli altri, ci penserà anche il 13 di febbraio, il 30 di maggio e il 6 di settembre.

La banalizzazione è il male più grande in cui possiamo incorrere. E noi, popolo che ama la vita, noi che amiamo la vita in tutte le sue sfaccettature, non possiamo permettere che di qui ad anni si crei il binomio ebreo-Shoah, come purtroppo già accade. Perché essere ebrei è vita, non è morte. Essere ebrei è avere una certa tradizione, è cantare l’Hatikvà sia da sionisti sia se non lo si è. È fare il kiddush il venerdì sera, è ballare a un bar mitzvà e gioire con gli amici e i parenti, è mangiare a Rosh Hashanà il melograno, a Pesach la matzà, accendere i lumi a Chanukkà. È dire “l’anno prossimo a Yerushalaim!”. Non diciamo forse “lechaim” (“alla vita”) dopo la benedizione del vino? Non regaliamo ciondoli con scritto “chai” come portafortuna? Essere ebrei è vita, non solo morte, non solo oggi.

Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera
Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 Gennaio 2017
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museo-auschwitz-birkenauI numeri tatuati sulle braccia, i corpi stanchi e malati ammassati uno sopra l’altro. Queste sono le terribili immagini che la giornata della memoria ha sempre rievocato in me. Ma quest’anno è diverso, è il primo anno dopo la mia visita ad Auschwitz. Ricordo bene il gelo di quel pomeriggio di fine marzo: il cielo primaverile era limpido come uno specchio d’acqua, ma l’umidità entrava nelle ossa, irrigidendo le membra. Entrata nel museo, vengo come risucchiata in un vortice di ricordi e immagini. E’ tutto esattamente come lo avevo immaginato, come nei film. La mia attenzione, però, viene subito attirata da un chiassoso gruppo francese, tenuto faticosamente assieme da una guida stanca: le ragazze, tutte con gonna oltre il ginocchio, mostrano orgogliosamente le bandiere di Israele, avvolte sulle spalle come un mantello. Qualcuno, all’improvviso, tira fuori un selfie stick e inizia a fare fotografie. Mi allontano, furiosa: qua dentro poteva esserci tuo nonno, stupido garçon, non ti vergogni?

oswiecim-polska“A Oświęcim c’è anche un museo ebraico”, mi aveva detto qualcuno. Come quasi tutte le località polacche, ospitava una fiorente comunità ebraica prima della guerra. Esausta dalla visita al campo, mi inoltro nel centro abitato, cercando la vecchia sinagoga. Con enorme stupore scopro di trovarmi in una grigia, anonima cittadina polacca: gli stessi supermercati di Cracovia, le stesse banche, persino gli stessi volti inespressivi. Questa è Oświęcim, una banalissima cittadina industriale. Mi volto, per capire dove sono, e il filo spinato, nonostante la distanza, troneggia enorme, coprendo tutto l’orizzonte. In quel momento, un pensiero mi colpisce, fortissimo, e il cielo si fa pesante, quasi claustrofobico: Come potevano non vederlo? Come potevano non accorgersi, non sapere? Non chiedersi cosa avveniva di là dal muro? Con che coraggio potevano svegliarsi ogni giorno, vedere quel muro e tirare dritto? C’era una comunità ebraica qui, a Oświęcim. Erano concittadini, compagni di scuola, vicini di casa. Ho sempre catalogato i nazisti come criminali. Non ho mai realizzato, prima di quel momento, l’enorme potere dell’indifferenza, dell’omertà. Di chi non ha dovuto affrontare nessun processo di Norimberga, ma si è reso ugualmente colpevole.

mezzQualche mese dopo sono stata a Myślenice, un tempo fiorente shtetl polacco, e a Wiśniowa, dove si trova l’ultima sinagoga in legno della Galizia ancora in piedi. Agnieszka Cahn, di una delle poche famiglie rimaste di Myślenice e oggi a capo della Myślenice Community Association, ha guidato il mio gruppo per la cittadina, parlando come un fiume in piena. Gli ebrei, qui, costituivano un terzo della popolazione. I negozi della piazza principale erano quasi tutti gestiti da ebrei: “Qui c’era Winmann, qui invece la macelleria degli Horowitz. Spesso durante l’estate venivano organizzate cene di Shabbat in piazza”, spiega. Mi mostra le tracce delle mezuzot alle porte, mentre leggo nei suoi occhi una ferita ancora aperta. Anche qui, ciò che mi ferisce di più è la colpevole, sinistra indifferenza: il responsabile locale dei rastrellamenti, quando il momento arrivò, non esitò a mandare ai campi i propri ex compagni di classe, i propri compaesani, nel vile silenzio generale. “Il mondo non sarà distrutto da quelli che fanno il male, ma da quelli che li guardano senza fare nulla”, disse Albert Einstein.

C’è una fotografia al Galicia Jewish Museum di Cracovia che, a prima vista, sembra messa lì quasi per sbaglio. Il riquadro raffigura dei campi di grano nella campagna galiziana, con al centro un piccolo bosco. In realtà, nel luogo dove adesso si trovano gli alberi, un tempo c’era un cimitero ebraico: anche se non ce n’è più traccia perché andato completamente distrutto durante la guerra, i contadini del luogo non dimenticano. E, anche se le lapidi non esistono più, non coltivano l’area dove si trovavano, in segno di rispetto verso i morti. Non sottovalutiamo l’importanza del ricordo.

indiffA distanza di 70 anni, il mondo oggi è molto diverso. Grazie agli smartphone siamo costantemente interconnessi e riceviamo le notizie da tutto il mondo in tempo reale, inclusi i video degli attentati e le immagini degli orrori in Siria. Il prezzo da pagare, però, è l’alienazione. Auschwitz rischia di diventare un luogo dove fare selfie, i morti del terrore di diventare numeri scritti su uno schermo. Ci si può abituare all’orrore fino a non vederlo più? E’ una domanda a cui non riesco e non voglio rispondere. L’orrore, purtroppo, esiste ancora, basta pensare alla devastante guerra civile in Siria, che in 6 anni ha provocato centinaia di migliaia di vittime. Il genocidio armeno è ancora impunito. Un milione e mezzo di morti, un popolo perseguitato che ancora vive quanto accaduto nel 1915 con una profondissima sofferenza. Elif Shafak, scrittrice turca, ha subito un’inchiesta nel 2006 per aver definito il massacro degli armeni come genocidio in un suo libro. L’accusa era “oltraggio all’identità turca”. Cosa fare? Arrendersi di fronte all’omertà, al silenzio? Milioni di vittime ci impongono di non farlo. Di indignarci, di non cedere alla tentazione dell’indifferenza. Di non tirare dritto di fronte a un muro spinato.

Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza
Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 Gennaio 2017
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Il prossimo 22 gennaio 2017 a Roma, nell’ambito delle celebrazioni per il Giorno della Memoria, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane si farà promotrice, in collaborazione con l’associazione Maccabi Italia e Maratona di Roma, di una corsa non competitiva alla scoperta dei luoghi della Memoria. Sono previste iniziative dedicate alla Memoria, che accompagneranno la corsa o il cammino dei partecipanti.
L’UGEI parteciperà alla realizzazione di questo importante evento, distribuendo materiali ai partecipanti e collaborando con l’organizzazione.

Di seguito l’articolo di Paolo Conti sul Corriere della Sera di oggi.

Per la prima volta in Europa, la Giornata della Memoria verrà celebrata da una Comunità ebraica — quella italiana — con una corsa. L’iniziativa, voluta dalla nuova presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni, e in sintonia col Comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della Shoah di palazzo Chigi, si intitola «Run for Mem / Corsa per la Memoria verso il Futuro». L’appuntamento è per domenica 22 gennaio alle 10 a Roma in piazza 16 ottobre 1943, al Portico d’Ottavia, cuore storico dell’ebraismo romano ma anche del rastrellamento nazista di quel tragico giorno del 1943. Interessante scorrere la lista delle adesioni: accanto al mondo ebraico (Unione nazionale e Comunità romana, World Jewish Congress, Ambasciata d’Israele in Italia, Federazione associazioni Italia-Israele, The Jewish Agency for Israel, Fondazione Mu) compaiono il Coni, le Acli, la Comunità di Sant’Egidio, la Polizia e i Carabinieri ma anche la Coreis, la Comunità religiosa islamica italiana, che sarà presente con una propria delegazione. Dunque un appuntamento aperto all’intera comunità italiana, in coraggioso ed eloquente contatto anche con una rappresentanza del mondo islamico.

Spiega Noemi Di Segni: «Vogliamo consegnare un messaggio, soprattutto alle nuove generazioni. Cioè che dopo una caduta, anche la più tragica e dolorosa, occorre alzarsi e riprendere a correre valorizzando la vita. E, insieme, un altro messaggio, destinato a chi invece corre ogni giorno senza fermarsi: mai tralasciare la Memoria, indispensabile strumento per affrontare il futuro. Le iscrizioni sono aperte a tutti, stanno già arrivando molte e significative adesioni: una grande festa democratica, un appuntamento immancabile per tutti i cittadini che hanno a cuore il presente ma soprattutto il futuro».

Previste due corse, una sportiva da 10 chilometri e una stracittadina di soli 3,5 chilometri. Il percorso toccherà molti luoghi legati alla Memoria non solo ebraica. Si parte da piazza 16 ottobre 1943, dunque la deportazione nazista degli ebrei romani, via degli Zingari, in ricordo della persecuzione nazista dei Sinti e dei Rom, via Tasso, carcere e luogo di tortura delle SS, Regina Coeli, dove vennero radunati gli ebrei romani il 16 ottobre 1943. Testimonial d’eccezione, Shaul Ladany, professore universitario, ex marciatore professionista, scampato al campo di Bergen Belsen ma anche all’attentato contro gli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Da allora, dice, non ha mai smesso di correre.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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