giorgio berruto

Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 Novembre 2017
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Il “Sistema periodico” è il risultato della raccolta di racconti molto diversi, scritti da Primo Levi in periodi diversi e pensati, in alcuni casi, nel corso di decenni. Levi ha cercato a lungo un principio unificatore, una struttura attorno a cui riunire i contributi che vanno, nell’ordine delle pagine infine adottato, dagli antenati ebrei piemontesi di “Argon”, una costellazione di personaggi “nobili e inerti”, allo straordinario viaggio di un atomo di carbonio che è una riflessione sulla vita e il suo rigenerarsi perpetuo, “storia del tutto arbitraria” e “tuttavia vera”, ma anche sui mestieri di chimico e di scrittore. Il “Sistema periodico” e la scrittura di Levi sono stati al centro del convegno “Cucire parole, cucire molecole” che ieri e oggi si è svolto a Torino, organizzato dall’Accademia delle Scienze e dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi. Tra i relatori, Robert Gordon, Gian Luigi Beccaria, Martina Mengoni e Luigi Cerruti.

La chimica è magia e la sua pratica quotidiana, tra alambicchi e vernici, apre al senso della meraviglia scientifica. E’ una ricerca per “dragare il ventre del mistero con le nostre forze”, perché “tutto intorno a noi era mistero che premeva per svelarsi”, scrive Levi nel racconto “Idrogeno”. E ancora, altrove: “Per me la chimica rappresentava una nuvola indefinita di potenze future”.

Ma è anche e soprattutto nel momento della scrittura che Primo Levi è chimico. Levi scrive con chiarezza estrema, soppesando elementi e assemblando molecole. Il risultato è una esemplare limpidezza, lontana dagli espressionismi plurilinguistici di Gadda, altro scrittore scienziato. Primo Levi, secondo la mia opinione di lettore appassionato ma non specialista, dimostra che quello della scrittura è un alacre lavoro di laboratorio, non colpo di genio isolato ma impegno di lunga durata, limatura e progressivo perfezionamento. Non perché non ci sia anche il genio, ma perché questo è precondizione, non causa della grandezza. Primo Levi va spesso alla ricerca delle parole e attinge, per esempio, da parlate locali e dal giudaico piemontese. La chimica stimola la vitalità della scrittura, è ricerca di combinazioni linguistiche nuove. Levi è filologo ricco di acume quando va alla radice di modi di dire e espressioni popolari, o compie digressioni sul significato delle parole. Nel “Canto di Ulisse” di “Se questo è un uomo” scrive: “Ma misi me per l’alto mare… Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché ‘misi me’ non è ‘je me mis’, è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là della barriera”. Oppure nella “Chiave a stella”, leggendo il quale sembra di entrare in officina, con quella lingua ricca di metafore aziendali e di fabbrica.

L’opera del chimico scrittore si fa forte di sobrio rigore e periodare terso, una lingua florida e parole che vengono accuratamente pesate. Nessuna concessione effimera al “bello scrivere”: il risultato sgorga naturalmente dal lungo e difficile lavoro, “un trapasso dall’oscuro al chiaro” secondo Levi, come emergono naturalmente dal marmo le figure di Michelangelo. Limare e fresare parole e frasi, come eliminare i frammenti superflui di marmo, significa applicare un principio di economia e tendere all’eleganza. “Concentrare, cristallizzare, asciugare alla pompa, lavare e ricristallizzare”: è la preparazione del solfato di zinco descritta nel racconto “Zinco”, ma può indicare anche il mestiere di scrittore di Primo Levi.

Elementi, vernici e materiali, inoltre, sono protagonisti con caratteri umani, e lo scrittore, come un alchimista, percepisce significati umani nella materia. E’, in fondo, nient’altro che la chimica: materia viva, metamorfosi, trasformazione. “Pensare con le mani e con tutto il corpo”, come spiega Faussone nella “Chiave a stella”. Cucire parole, cucire molecole.

Nell’opera di Primo Levi in generale e nel “Sistema periodico” in particolare è evidente, come già notava Calvino, il tentativo di saldare la cultura umanistica e quella scientifica, ricomponendo una frattura che nella cultura italiana è particolarmente lacerante e che con il tempo, purtroppo, non accenna a diminuire. “Perché Primo Levi scrive, visto che fa il chimico?”, potrebbe allora chiedere qualcuno. Bisognerà allora prendere la parola e raccontare che il “Sistema periodico” – “il miglior libro di scienza mai scritto” secondo il “Guardian” – narra la storia della chimica, cioè della vita. Per farlo, si può cominciare da un minuscolo atomo di carbonio.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 Novembre 2017
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“Mio zio David era un europeo consapevole, in un’epoca in cui nessuno in Europa si sentiva ancora europeo, a parte i membri della mia famiglia e altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi, pangermanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi, slovacchi. Gli unici europei di tutta l’Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei. Mio padre diceva sempre: in Cecoslovacchia vivono tre nazionalità: cechi, slovacchi e cecoslovacchi, cioè gli ebrei. In Iugoslavia ci sono i serbi, i croati, gli sloveni e i montenegrini, ma anche lì vive una manciata di iugoslavi smaccati, e persino con Stalin ci sono russi e ucraini e uzbeki e ceceni e tatari, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del popolo sovietico” (Amos Oz, “Una storia di amore e di tenebra”, Feltrinelli, ed. 2005 p. 86).

In tutta onestà sono convinto che gli anni trenta, oggi, non siano tornati, nonostante il risorgere diffuso di tensioni nazionaliste, localiste, particolariste, in buona misura frutti troppo maturi del risveglio delle identità. Un risorgere che ha evidentemente un legame con la diffusione sul Continente di razzismo, intolleranza e odio per il diverso e lo straniero, quel fascismo che non era morto, ma che oggi come mai prima dal 1945 rivendica se stesso e la propria storia e, come sempre in simili circostanze, l’antisemitismo, mostro proteiforme sempre pronto a riaffiorare dagli abissi marini.

Dell’Europa sull’orlo della disgregazione è paradigma l’Austria degli Asburgo, l’impero sovranazionale incastonato in uno spazio fuori dal tempo da tanti narratori, poeti e intellettuali ebrei. Sembra, oggi, di assistere al declino dell’idea di Europa, una decadenza che può durare decenni, come quella dell’impero di Francesco Giuseppe, finché un giorno ci si accorgerà che i giochi sono fatti e il mondo, quel mondo in cui ci si illudeva di vivere, è già finito da tempo. È forse una prospettiva eccessivamente pessimistica, eppure ci riguarda da vicino, come ebrei cittadini per eccellenza dell’Europa senza frontiere. Torna allora alla mente il dramma “3 novembre 1918”, in cui Franz Theodor Csokor tratteggia la dissoluzione babelica dell’impero asburgico. Al funerale del colonnello – epitome del funerale di Francesco Giuseppe e dell’Impero – gli ufficiali ungheresi, sloveni, cechi, polacchi e italiani gettano ciascuno una manciata di terra a nome della propria piccola, nuovissima Patria. L’unico che getta la sua alle parole “terra dell’Austria” è il dottor Grün, ebreo: l’unico a rimanere asburgico dopo gli Asburgo. Europeo dopo l’Europa, forse. L’orfano dell’impero smembrato – del Continente disunito –, e loro erede, l’unico che ha perso un Paese senza per questo averne ottenuto un altro.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Novembre 2017
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Napoli, Roma, Genova, Milano e Torino. Sono le cinque città in cui l’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia (Ugei) nel corso di quest’anno ha organizzato eventi di tre giorni, dal venerdì alla domenica. In una parola: shabbatonim. Napoli a fine febbraio, Roma per Lag Ba’omer a maggio, Genova in occasione della Giornata europea della cultura ebraica, a settembre. A cui aggiungere la quattro giorni di Irua in Toscana, un progetto realizzato grazie all’organizzazione Ucei, il Viaggio della Memoria a Dachau e Mauthausen che si è concluso ieri, la costante attività del nostro organo Hatikwà, “un giornale aperto al confronto delle idee”, e molto altro.

Saremo a Milano dal 17 al 19 novembre, e le iscrizioni per chi viene da fuori sono ancora aperte (ma i posti sono molto limitati!) al costo eccezionale di 30 euro. Sabato sera si prevede festa grande in modalità Silent Disco. Il congresso annuale Ugei, invece, si svolgerà a Torino nei giorni di Chanukkà, dal 15 al 17 dicembre. Anche in questo caso non mancheranno i momenti di svago, ma sarà soprattutto l’occasione per un confronto su quanto fatto quest’anno e ci sarà ampio spazio per dibattito e proposte nuove, oltre che per il rinnovo delle cariche esecutive. Anche per il congresso le iscrizioni sono aperte, noi stiamo definendo gli ultimi dettagli e l’entusiasmo è alto. Infine una nota personale. E’ un piacere e una soddisfazione che la città in cui si svolgerà il congresso sia Torino, che per me è un po’ come uno shtetl, la comunità in cui da poco più di tre anni mi sento a casa pur provenendo da un’altra regione. E allora non posso non pensare a numerose persone che conosco, e anche a me stesso, che fino a pochi anni fa degli eventi Ugei non volevano saperne, e infatti non ne sapevano nulla. Poi hanno provato. E, molto spesso, non hanno più smesso.

Leggi i dettagli e iscriviti subito!
Milano
Torino

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Novembre 2017
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Tutti gli anni, all’inizio di novembre, a Torino viene organizzata una serata in ricordo di Yitzhak Rabin, lo statista israeliano assassinato da Ygal Amir, ebreo, il 4 novembre 1995. In molte comunità ebraiche di tutto il mondo, e naturalmente anche in Israele, si svolgono momenti di ricordo analoghi. Perché, a distanza di oltre venti anni, continuare a dedicare questo spazio alla figura di Rabin? La domanda non è retorica: al contrario, viene posta sempre più frequentemente, soprattutto in Israele, non senza intenti polemici e strumentalizzazioni. Una prima risposta, come ha scritto Simone Disegni su HaKehillah, è che la figura di Rabin è quella del combattente per la difesa di Israele e del sognatore di una pace possibile, di un uomo straordinariamente realista e di chi è convinto che ci sia un tempo, un tempo giusto, per ogni cosa.

Ma c’è di più, perché ricordare Rabin non basta. Dobbiamo ricordare anche il suo assassino, il suo assassino ebreo. Dobbiamo mostrare, dobbiamo guardare tutti gli anni le immagini che precedettero il 4 novembre. Le manifestazioni di decine di migliaia di persone, non solo ebrei residenti nei territori oltre la Linea verde, in cui sventolavano insieme bandiere del Likud e dei gruppi extraparlamentari della destra estremista e violenta, cartelli mostravano Rabin con la divisa di Eichmann e la croce uncinata al braccio o la kefiah dei terroristi palestinesi, venivano gridati slogan contro i “traditori di Oslo”, gli “ebrei che odiano se stessi”, il “governo antisionista”. E poi striscioni di “morte ai traditori” e roghi di fotografie di Rabin al grido “con il sangue e con il fuoco cacceremo Rabin”. A pochi passi, tra gli altri, Benjamin Netanyahu, il politico che più di tutti seppe cavalcare la protesta, non disse una parola contro le violenze che cominciavano a diffondersi, ma anzi ne fu corresponsabile, incitando a “difendere Gerusalemme unita” di fronte a chi letteralmente dipingeva il primo ministro laburista come uno degli assassini di Auschwitz. L’uccisione di colui che tanto aveva fatto in direzione di una pace difficile ma possibile da parte di un altro ebreo è simbolo della fine dell’età dell’innocenza per Israele.

E’ importante, credo, ricordare questo, e insieme ricordare la manifestazione per la pace voluta da Rabin, che ebbe partecipazione molto superiore, e al termine della quale Ygal Amir sparò. Non è importante ripetere e ricordare per non dimenticare una tragedia del passato, ma per un altro motivo, molto più semplice e evidente: perché ci riguarda, ci riguarda da vicino oggi più che mai. Ci riguarda perché la tomba di Rabin, sul monte Herzl a Gerusalemme, vicino a quelle dei fondatori e dei soldati caduti in difesa dello Stato, è l’unica sorvegliata da telecamere, poiché è stata vandalizzata più volte da estremisti ebrei. Ci riguarda perché i responsabili del clima di violenza e odio che nel 1995 ha armato la mano dell’assassino sono gli stessi che ancora oggi diffondono odio: medesimi gli ambienti, medesime spesso anche le persone. Ci riguarda perché è fortissima la voglia, da parte di una certa Israele, di dimenticare Rabin, perché nel 2016 le stesse manifestazioni che si sono tenute nello Stato ebraico sono state ridotte e sotto tono, l’evento più partecipato e sentito, in piazza Rabin a Tel Aviv, è quasi saltato per “mancanza di fondi” ed è stato organizzato in extremis solo per iniziativa del Partito laburista. Il rischio è che questi momenti siano sempre più isolati, fugaci, insignificanti. Nasce perciò un’altra domanda: come fare per evitare che il ricordo e l’insegnamento si trasformino in cerimonia?

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 Ottobre 2017
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Il rifiuto del territorialismo è una cifra essenziale del Bund, l’Unione generale dei lavoratori ebrei di Russia, Polonia e Lituania di cui ha recentemente ricostruito la vicenda Massimo Pieri. Secondo i bolscevichi, con cui i bundisti vanno presto allo scontro, un territorio è indispensabile perché una comunità umana possa essere considerata gruppo a sé, e le venga dunque riconosciuto il diritto all’autodeterminazione. Si tratta, però, di una posizione difficile da accettare per gli ebrei, e dunque anche per gli ebrei socialisti rivoluzionari del Bund, che si considerano popolo nonostante la dispersione.

Non sarà forse il caso di considerare il popolo ebraico come un gruppo di individui legati primariamente non da un territorio (nessuno, neppure la Terra di Israele, che pure ha un significato peculiare ed essenziale) e tantomeno da una credenza, ma dal riconoscimento della centralità di una legge comune? E la comunità, di conseguenza, come una rete di molecole che si legano non a partire da un territorio ma da una legge, quella legge che non a caso la tradizione fa nascere durante il lento incedere durato quarant’anni nel deserto: spazio senza confini, terra senza territorio, superficie illimitata e indivisibile? Per la legge ebraica, legge del deserto, gli uomini non possono fare della terra un possesso perenne. La terra, per chiosare un titolo celebre di Abraham J. Heschel, è del Signore.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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