giorgio berruto

Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 gennaio 2018
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A gennaio 2018, come prevede lo statuto, terminerò il mandato insieme agli altri consiglieri UGEI 2017. Non voglio farlo senza prima aver espresso qualche pensiero personale su quella che è stata la mia esperienza.

Sono entrato nel Consiglio UGEI nel 2016, un Consiglio rinnovato del 100% rispetto al precedente, ritrovandomi inaspettatamente presidente. Forse perché non ero pronto, forse perché non si è mai veramente pronti, ci sono stati momenti in cui non ero più sicuro di me. Ho mosso timoroso i primi passi insieme agli amici che mi hanno accompagnato in questa avventura, con la paura di sbagliare (e ho sbagliato tanto!) in un evento o in qualche iniziativa politica. Poi ho ripreso motivazione e coraggio. Ho cercato fin da subito di trasmettere la mia visione di un ebraismo giovanile unito che riuscisse a comprendere tutte le differenze che ci caratterizzano. Ho cercato di analizzare i problemi e proporre soluzioni, potenziando ciò che funzionava.

Quello che ci siamo trovati inizialmente davanti, come credo succeda in qualsiasi organizzazione, se non in tutto nella vita, era un mondo di critiche e personalismi. In molti erano pronti a dire ciò che secondo loro sbagliavamo. Alcune critiche erano costruttive, altre sicuramente meno. Raramente ricevevamo consigli su come migliorare e quasi mai un aiuto effettivo. Il sostegno dagli amici, quello c’era sempre. Questo ci ha rafforzato tanto. Dopo il primo istante di abbattimento siamo diventati più sicuri di noi, consapevoli che non si possa fare nulla di veramente importante senza qualcuno che provi a ostacolarti. Abbiamo organizzato eventi alla nostra maniera, discusso su ciò che ritenevamo più importante e dato a questo giornale l’impostazione “aperta al libero confronto” che meritava.

Alla fine del 2016 ho deciso di ricandidarmi insieme a Giorgio e Filippo per l’anno successivo, volendo offrire una continuità all’UGEI. Insieme a noi altri 4 ragazzi hanno formato il Consiglio 2017.

Sapevamo già cosa avremmo incontrato, eravamo già preparati grazie al bagaglio di esperienze dell’anno prima. Eppure è stato un anno faticoso, probabilmente anche più del precedente. Le tensioni e le difficoltà nel realizzare ciò che volevamo lo hanno reso tale. Non nascondo che alla fine del mandato io, come altri consiglieri, fossi sfinito. Eppure abbiamo realizzato tanto, grandi eventi, nuovi legami e contatti. C’è tanto di cui essere orgogliosi.

Quando poi sono arrivato a Torino, al recente Congresso Nazionale, la gioia. Ho visto tanti ragazzi come me, pronti a discutere dell’ebraismo italiano, di come migliorarci, offrendo proposte concrete. È stato emozionante vedere giovani attivi per le stesse cause in cui credo e per cui mi sono speso per due anni. Ho la consapevolezza dopo due anni di aver lasciato un’UGEI migliore, viva e con tante proposte che spero possano essere realizzate.

A Carlotta e a tutto il Consiglio 2018 offro il mio supporto. Vi lascio la mia storia, se vorrete leggerla. So che a volte può essere dura, ma sono certo riuscirete a trarre la motivazione di cui avrete bisogno dai vostri successi e dall’importanza del ruolo che ricoprirete. Non sentitevi mai delegittimati, non abbiate paura di parlare a nome dell’UGEI, ciò che fate ogni giorno per i giovani delle nostre comunità vi dà pieno diritto di farlo.

A tutti gli altri lettori consiglio di intraprendere un’esperienza come quella che ho vissuto io, non necessariamente nell’UGEI, sia chiaro. Nonostante questa esperienza abbia rallentato i miei studi è stata una palestra dal valore inestimabile e potendo tornare indietro sceglierei comunque questa strada. Cercate ruoli di leadership nelle vostre organizzazioni. Fate ciò in cui credete, metteteci impegno, perché tutto ciò che date vi ritornerà indietro.

Auguri di buon anno civile e di buon lavoro al Consiglio UGEI 2018.

Arièl Nacamulli, nato a Roma, studente al Politecnico di Milano

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 dicembre 2017
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La storia di Chanukkà è la storia di lumi che durano otto giorni, molto oltre le attese. Il guizzo di queste piccole fiammelle ricorda la vivacità tenace di altri lumi: quelli delle comunità ebraiche italiane di dimensioni già molto ridotte e in declino numerico evidentemente inarrestabile, almeno nel breve e medio periodo. Eppure, ha ricordato rav Ariel Di Porto in apertura del Congresso Ugei che si è svolto a Torino dal 15 al 17 dicembre, è proprio in circostanze di questo genere che l’impegno di tante persone può consentire il miracolo, cioè la sopravvivenza di una vita ebraica attiva, di manifestazioni liturgiche regolari, di eventi culturali di alto livello e partecipati, della consapevolezza di essere eredi di una tradizione importante, della costante duplice propensione all’insegnamento e all’apprendimento. Torino è oggi una di queste comunità, e per questo è stata scelta per ospitare il Congresso annuale dell’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia (Ugei), il momento in cui viene valutato l’operato del consiglio uscente, sono discusse le mozioni orientative che guideranno il nuovo consiglio ed eletti gli organi rappresentativi. Quello di Torino è stato il Congresso Ugei con maggiore partecipazione negli ultimi anni, anche e soprattutto grazie alla presenza di molti giovani della nostra comunità, a cui si sono uniti, nei momenti conviviali e alla tradizionale festa del sabato sera, numerosi studenti israeliani. Molti dei cinquanta torinesi coinvolti, peraltro, erano alla prima esperienza Ugei. E’ perfino banale sottolineare l’importanza, per la nostra comunità, di eventi di questo genere, soltanto nei prossimi mesi saremo però in grado di valutare quanto beneficio avrà portato allo sviluppo e all’attività del gruppo locale Get, comunque già in trend positivo. Il coinvolgimento di tanti giovani è stato possibile soltanto grazie al grande e valido aiuto che è stato dato a Filippo Tedeschi e me, consiglieri Ugei nel 2017 e dunque organizzatori, da Simone Santoro, Paz Levy, Baruch Lampronti e Elisa Lascar, e in misura minore da altri che non posso qui tutti ricordare.

Lo shabbaton è stato inoltre arricchito da momenti extracongressuali: una introduzione alla storia e alla realtà presente della comunità di Torino da parte del presidente Dario Disegni, che ha anche invitato il prossimo consiglio a programmare in collaborazione con il Meis un weekend a Ferrara nel 2018, proposta che mi auguro l’Ugei sappia cogliere e valorizzare; l’intervento del vicepresidente Ucei Giulio Disegni; la visita delle sinagoghe torinesi condotta da Baruch Lampronti e molto apprezzata dai partecipanti; la presentazione del progetto tirocini dell’Ucei da parte di Saul Meghnagi; i momenti liturgici e l’accensione della chanukkià insieme. Non ultimo, è stata anche l’occasione per ricordare Alisa Coen z’’l, la nostra amica scomparsa a diciotto anni dodici mesi fa in un drammatico incidente stradale, appena cinque giorni dopo aver partecipato al suo primo Congresso Ugei a Bologna.

Il Congresso si è concluso con l’elezione del nuovo consiglio, che sarà operativo dal 1° gennaio 2018, e di cui sono orgoglioso facciano parte due giovani torinesi che molto potranno dare anche alla nostra comunità negli anni a venire, Simone Israel e Alessandro Lovisolo. Con loro lavoreremo per fare in modo che Torino sia sempre più presente all’Ugei e l’Ugei a Torino, auspicabilmente con un nuovo grande evento fin dal prossimo anno.

Come ha sottolineato rav Alberto Somekh durante una breve lezione che ci ha offerto sabato, è l’accensione il momento centrale di Chanukkà. Non è sufficiente osservare i lumi già accesi da altri, ma è indispensabile un’azione, piccola o grande, in ogni caso diretta, propria, personale. Solo in questo modo possiamo pensare di mantenere per otto giorni, e molto più a lungo, le molte fiammelle vive e tenaci della nostra comunità.

Giorgio Berruto

Dal Notiziario della Comunità ebraica di Torino


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 dicembre 2017
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Prima di partire per un viaggio, fare i bagagli è indispensabile, anche se non sempre apprezzato. È un’arte non facile, significa lasciare alcune cose e prenderne altre. I viaggiatori più accorti conservano un po’ di spazio in valigia, per poter portare con sé al ritorno qualcosa della terra visitata. Ma fare i bagagli non è soltanto una frettolosa faccenda di indumenti, perché è aspirazione comune, quando si compie un viaggio, tornare più ricchi. Non è comune, in realtà, la capacità durante il viaggio di mettere in discussione le proprie idee, cioè di mettersi in discussione, per modificare oppure confermare i pre-giudizi della partenza e trasformarli così in giudizi. Sempre naturalmente nell’attesa del viaggio successivo, in cui anche questi potranno essere messi in dubbio, accantonati o rinforzati.

“Primavera breve. Viaggio tra i labili confini di Israele e Palestina” (Monitor 2017) è il diario di viaggio di un giovane ricercatore piemontese, Francesco Migliaccio. È già stato presentato alcuni mesi fa dall’Associazione Italia Israele di Torino e verrà nuovamente discusso per iniziativa del Gruppo di Studi Ebraici martedì 19 dicembre alle ore 21 nel centro sociale della Comunità, con la partecipazione dell’autore, di Simone Santoro e mia. Credo che questo testo sia interessante soprattutto perché traccia un percorso: non una linea definita già alla partenza con fulgidi obiettivi, ma un viaggio per “attraversare tutte le frontiere possibili”, come scrive l’autore, per essere straniero. A scanso di fraintendimenti, voglio sottolineare che Francesco parte, come ciascuno di noi d’altronde, con un bagaglio di pre-giudizi, di opinioni e aspettative ancora non messe alla prova dei fatti, opinioni spesso severe nei confronti di Israele. Ma l’onestà e anche la bellezza del suo libro si annida proprio qui, e sgorga dalla capacità di discuterle e discutersi.

“Ho perduto la sicurezza di appartenere alla parte del bene”, scrive Francesco nelle ultime pagine, prima di dedicare un ultimo sguardo a Tel Aviv, “città magnifica per le sue contraddizioni […] città globale che confuta un’idea etnica di democrazia”. Dopo aver trascorso tre mesi in Israele e nei territori contesi tra la Galilea, Gerusalemme, Ramallah e un insediamento ebraico nella valle del Giordano, il ritorno è accompagnato da molti più dubbi di quelli inseriti nel bagaglio alla partenza. Per fortuna nella valigia di Francesco il posto per accoglierli non manca.

Sono convinto che questo libro sia utile per tutti e in modo particolare per chi, da una parte o dall’altra, sembra più impegnato a sbandierare il vessillo immacolato delle proprie convinzioni che a provare a ragionare dialogando con chi ha di fronte. Tra questi anche alcuni di coloro che, in Italia, si dedicano attivamente all’informazione su Israele (hasbarà). Per almeno tre motivi: innanzitutto perché l’informazione non serve per affermare certezze – le proprie – ma per instillare il dubbio, il sospetto, negli interlocutori. Gridare può forse far stare meglio qualcuno, ma non modifica la situazione di una virgola. In secondo luogo perché l’informazione non serve se è rivolta al simile, a chi già è d’accordo o con cui in ogni caso si condivide molto, al componente della medesima tribù; è utile, invece, quando è rivolta all’altro, a chi fa parte di altre tribù, di altri contesti, di altri mondi. Infine, la lettura di “Primavera breve” suggerisce che non voler scendere a compromessi significhi disfare i bagagli prima ancora di partire. Ed è un gran peccato, soprattutto quando si ha già in tasca un biglietto per Tel Aviv.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 dicembre 2017
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Il mito di Europa raffigurato su un cratere rinvenuto a Paestum

Leggere Grandangolo, il romanzo di esordio di Simone Somekh già recensito da più voci su queste colonne, mi ha regalato alcuni notevoli spunti. Tra questi, uno ha a che vedere con la vicenda complessiva descritta nel libro e vissuta dal protagonista Ezra Kramer: il viaggio. In Grandangolo il viaggio non è tanto un desiderio, un obiettivo da soddisfare, o meglio: è anche ma non soltanto questo. Il viaggio è la condizione in cui Ezra è calato e sono convinto che questo aspetto sia determinante nel rendere il libro attuale e vivo, perché è in qualche modo la condizione in cui ci troviamo noi tutti oggi. C’è un genere di viaggio che ai nostri giorni è molto diffuso, quello del turismo transcontinentale low cost, con il suo apparato di occhiali da sole e foto ricordo, in grado di azzerare la distanza tra un tempio buddista tailandese, un vulcano andino e persino la cancellata di Auschwitz. Nulla di male in tutto questo, almeno fino a un certo punto, ma non è questo il viaggio come condizione in cui si vive a cui penso leggendo il libro. Penso, invece, alla mobilità complessiva che definisce il mondo che ci circonda oggi: mobilità di persone, di merci, di informazioni. Che questa sia la realtà della nostra epoca, d’altra parte, è confermato indirettamente dai suoi stessi detrattori, che auspicano antistoricamente un ritorno alle vecchie dogane proprio perché riconoscono che la mobilità è una condizione centrale nel mondo di oggi, anche se la avvertono non come potenzialità ma come problema.

Più di ogni altra regione, l’Europa, per secoli terra d’elezione di feudi e barriere, principati, trincee e guerre per spostare confini, è percorsa come mai prima da viaggiatori. Molti sono coloro che si spostano per studio, per lavoro, per desiderio di esperienze nuove, e molti sono anche i nuovi venuti che varcano il Mediterraneo in fuga da condizioni che difficilmente riusciamo a immaginare fino in fondo. Questi ultimi compiono lo stesso percorso di Europa, figlia di Agenore re di Tiro, in Fenicia, quando Zeus sotto le sembianze di un toro la rapì e la condusse fino a Creta, come racconta Ovidio nelle “Metamorfosi”. La bella Europa, dunque, viaggia e approda su un’isola nel cuore del Mediterraneo, un lembo di terra di passaggio e di incontro. Intorno, le acque che allungandosi da Gibilterra al faro di Yafo, dal Sahara al mar Nero, stringono in un abbraccio unico popoli e terre.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 dicembre 2017
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Mi capita abbastanza spesso di leggere su Facebook commenti più o meno critici a queste mie brevi riflessioni su Moked e Hatikwà. Talvolta mi vengono suggeriti spunti interessanti o mostrate possibili integrazioni a quello che ho scritto. Capita anche di leggere commenti volgari, insulti e piccoli tentativi di scatenare cacce alle streghe virtuali. Non voglio in questo spazio entrare nel merito di quel fenomeno, dal quale il mondo ebraico italiano purtroppo non esula, noto come “demenza digitale”: altri lo hanno fatto e lo fanno molto meglio di come potrei farlo io.

Vorrei invece soffermarmi su un commento di un lettore al mio articolo della settimana scorsa in cui citavo una frase dello storico dell’arte ebreo Erwin Panofsky a proposito della “Melancolia I” di Albrecht Dürer. La citazione, peraltro, era funzionale a introdurre il discorso, che si concentrava intorno alla risolubilità di problemi, e in particolare della questione israelo-arabo-palestinese. Il lettore mi faceva notare, non senza una vena polemica, come sarebbe stato più opportuno che mi concentrassi su fonti della tradizione ebraica anziché scrivere di Dürer.

Queste parole mi hanno fatto riflettere, perché sono convinto che la capacità e il desiderio di confrontarsi (anche) con fonti non ebraiche sia sintomo di forza identitaria, e non di debolezza. Viceversa, temo il rifugio nell’identitarismo, che dell’identità è semplificazione, deformazione e in ultimo caricatura. L’invito ad approfondire è sempre naturalmente ben accetto, quindi anche non problematico; quello che trovo invece singolare nella posizione del mio interlocutore è la palese opposizione dei due ambiti, fonti e commenti della tradizione ebraica/altro: una opposizione di legittimità assai dubbia, o come minimo tutta da dimostrare.

Immagino che la posizione di chi vede negativamente che su un organo ebraico si scriva di, o anche solo si citi, uno dei massimi artisti del Rinascimento, debba molto alla paura dell’assimilazione. Paura peraltro più che comprensibile per chi, come gli ebrei italiani, vive da minoranza in una società non ebraica ed è influenzato da un flusso continuo di stimoli centrifughi. Credo però che il ripiegamento su di sé, sottraendosi al confronto con altre fonti e tradizioni, possa condurre a un impoverimento e, in casi estremi eppure presenti anche in Italia, a una vera e propria iconoclastia antintellettualistica. E il giorno in cui la paura dell’assimilazione venisse meno, ci si potrebbe forse rendere conto che non basta, nel mondo di oggi, per forgiare un’identità. Un’alternativa valida a un simile scenario è quella riassunta da un proverbio del Québec, secondo cui i genitori possono dare due cose ai figli: le radici e le ali. Il vigore delle ali dipende dalla profondità delle radici, la robustezza di queste trova piena espressione nel volo di quelle.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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