giorgio berruto

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 giugno 2017
m.santoro-500x348.jpg

6min314

Tragicommedia della comunicazione, la definizione con cui lo storico Claudio Vercelli riassume il programma di Michele Santoro, M, andato in onda ieri sera su Rai 2 e dedicato alla figura di Adolf Hilter. Un misto tra un teatro in diretta – con un attore (Andrea Tidona) a impersonare Hitler -, docu-fiction e talk show il cui risultato è stato “un minestrone rancido molto pericoloso”, sottolinea a Pagine Ebraiche Vercelli. Pericoloso su diversi fronti: dalle ripetute cadute nella banalizzazione della Storia e della Memoria, alla scelta di dare voce a chi non dovrebbe averne in uno spazio pubblico come un nostalgico negazionista, fino all’ennesima riproposizione – per bocca di un ospite che si è definito “50% marocchino, 50% italiano”- della tesi antisemita per cui le vittime sono divenute carnefici e Israele si starebbe macchiando di un genocidio nei confronti dei palestinesi. “Coglionate”, le ha definite in modo colorito ed efficace in diretta il direttore de La 7 Enrico Mentana, anche lui ospite del programma di Santoro assieme alla storica Simona Colarizi e allo scrittore Giuseppe Genna. I tre hanno cercato di contenere alcuni degli interventi più disarmanti espressi da quella che doveva essere la voce dei giovani all’interno del programma. E tra i giovani, uno dei pochi interventi sensati, è stato quello di Simone Santoro (nell’immagine), chiamato in studio assieme a Giorgio Berruto per rappresentare il mondo giovanile ebraico italiano. Il primo ha ricordato ai presenti (soprattutto agli altri ragazzi) l’obbligo di non distorcere la storia e di tenere presente l’unicità della Shoah come fabbrica di morte ideata dal nazismo. Al secondo non è stata invece data la parola.

Schermata 2017-06-23 alle 14.48.04A fare da epicentro del programma, alcune domande: “Adolf Hitler, si tratta di una mostruosità irripetibile? La parabola straordinaria di un folle? Oppure di un fenomeno che con determinati fattori potrebbe ripresentarsi?”. Domande legittime ma che si sono perse in una rappresentazione scenica confusa e zoppicante. “Più di altro e altri, c’erano tre elementi che mi colpivano – l’analisi di Vercelli – l’ossessiva presenza scenica di Santoro, che conduceva una trasmissione al medesimo tempo incongrua, verbosa e farraginosa, dove sembrava volesse fare dire qualcosa (senza che si capisse di quale cosa si trattasse, se non che ‘il passato è destinato a ripetersi’); il minestrone impudico tra quel passato e le questioni del presente, tutto gettato in un calderone dove alla fine ciò che emerge è una sorta di stato confusionale collettivo; un implicito compiacimento morboso, che è tipico di certe persone che si accostano al tema mainstream ‘nazismo’, verso l’oggetto del loro ‘riflettere’. I tentativi, non privi di qualche incongruità, dei tre “ospiti” di riequilibrare la grande messe di affermazioni/dichiarazioni/sollecitazioni/provocazioni si perdevano nel frastuono cacofonico”. “Ecco un esempio di ‘pop-Shoah’. – rileva lo storico – Dove tutto precipita in un vuoto alternarsi di voci”.

“Abbiamo trovato il programma disonesto intellettualmente – spiega Berruto – Avevamo chiesto rassicurazioni sul fatto che non ci fossero rappresentanti di CasaPound o Forza Nuova ed è effettivamente stato così perché il nostalgico, più che altro un nazista negazionista, parlava a titolo personale ma non vuol dire fosse meno pericoloso. E lo spazio enorme che gli è stato dato è preoccupante. Quello che dispiace poi – prosegue Berruto – è che ai giovani, visto il livello degli interventi, è stato affibbiato il ruolo di chi deve dire le cose più insensate ed estremiste, probabilmente per fare più ascolti”. E a quanto sembra non è andata bene su questo fronte, con il 4 per cento di share raccolto dalla trasmissione, che il prossimo giovedì proporrà la seconda puntata, sempre su Hitler.

Daniel Reichel

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 giugno 2017
mosesundaron.jpg

4min640

Se è vero in generale che l’identità scaturisce dal confronto tra le idee e la complessità variopinta del mondo, lo è in particolare per quanto riguarda l’identità ebraica. Per la quale il confronto è quasi sempre scontro, cozzare in battaglia, e l’identità scintilla preziosa e transeunte. Alla ricerca di difficili identità è dedicato il recente libro di Enrico Fubini “Musicisti ebrei nel mondo cristiano”, pubblicato da Giuntina. Attraverso la descrizione di figure di primo piano di musicisti ebrei, emerge uno spettro di atteggiamenti differenti e di modalità di relazionarsi con l’identità ebraica. Non è un testo di storia della musica per specialisti: sintetico e agile, si rivolge davvero a tutti gli interessati ponendo un interrogativo quanto mai attuale: esiste un nesso, per gli ebrei, tra miglioramento delle condizioni di vita, integrazione e perdita della differenza, ovvero assimilazione?

La domanda comincia a porsi nel tardo Rinascimento, nel contesto dei tentativi di riforma della musica sinagogale in senso polifonico da parte di figure come Salomone Rossi e Leone da Modena. Ma è nell’Ottocento che la questione si impone. Qui Fubini ripercorre le vicende umane di musicisti ebrei la cui opera è considerata unanimemente cardinale per la cultura europea. Sono numerosi, ma di particolare significato mi sembra il percorso di tre di loro.

Gustav Mahler

Di Felix Mendelssohn, l’enfant prodige del pianoforte e della composizione convertito per volontà del padre, leggiamo il conflitto interiore e la consapevolezza che un cognome aggiunto, Bartholdy, non risparmiasse dagli attacchi antisemiti. Assistiamo al tentativo del “tre volte senza patria” Gustav Mahler di recuperare barlumi di un mondo di cui avvertiva il progressivo, inesorabile spegnimento. Il mondo della cultura dei salotti viennesi, dell’autonomia del bello, della formazione come ideale di affrancamento dell’uomo dalla storia, per entrare nel quale Mahler era stato costretto alla conversione, un mondo di ieri a cui il compositore torna con un’ironica nostalgia analoga, per alcuni aspetti, a quella di Hofmannsthal e di tanti altri cantori ebrei della finis Austriae.

E infine Arnold Schönberg, il cui tragitto di europeo e di ebreo è forse il più complesso e paradigmatico. Nel 1898, con la conversione al protestantesimo, Schönberg stacca come molti altri il biglietto d’ingresso in società. Negli anni del dopoguerra comincerà un percorso di riscoperta dell’ebraismo, significativamente parallelo a quello che lo porterà all’invenzione della dodecafonia. E allora, dalla Scala di Giacobbe al Mosè e Aronne, l’ebraismo incide sempre più a fondo la sostanza musicale, la fa sua, ne determina i moduli e i concetti. Ma il cammino non finisce qui: musica e identità ebraica hanno ancora una lunga strada da percorrere, insieme.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 giugno 2017
sangone-500x299.jpg

6min184
Partigiani della “Sergio De Vitis” in Val Sangone nel maggio 1944

Nella primavera del ‘44, al tempo della grande offensiva nazifascista nelle valli del Piemonte, mio nonno Aldo Melli z’’l ha 15 anni. Dopo l’8 settembre i genitori hanno trovato rifugio a Forno di Coazze, una piccola frazione sopra Giaveno, in Val Sangone, dove non esiste elettricità e acqua corrente. La minuscola borgata è collegata ai paesi del fondovalle da un sentiero in terra battuta. Con l’arrivo della bella stagione Aldo scappa di casa per unirsi alla banda partigiana “Sergio De Vitis”, attiva nella valle. Ad aprile un grosso lancio di armi da parte degli Alleati si risolve in un fallimento, con la maggior parte delle casse che cade nelle mani dei militi fascisti ed enormi rischi corsi per recuperare qualcosa che spesso, una volta montato, si scopre inutilizzabile. Per consentire il lancio notturno, a lungo atteso, i partigiani accendono fuochi che anche altri occhi possono vedere. E che infatti altri occhi, quelli dei tedeschi e dei loro alleati, vedono. Immagino mio nonno ragazzo con il naso in su, a cercare nel buio pezzi di mitragliatrici e nastri di munizioni che piovono dal cielo appesi a piccoli paracaduti, indeciso se gettarsi con i compagni alla ricerca di quella manna oppure allontanarsi prudentemente.

Presso l’alpeggio del Sellerì

Poi, il 10 maggio, dopo alcuni rastrellamenti nelle valli del cuneese, almeno duemila nazifascisti, in maggioranza italiani, arrivano in Val Sangone. Salgono verso Forno di Coazze e piazzano posti di blocco più in basso, a emiciclo, per chiudere i partigiani in una morsa: sotto Giaveno e presso i paesi di Avigliana, Trana e Cumiana. Salgono. Ai partigiani resta una sola via aperta, quella delle montagne. Gli uomini della “De Vitis” si ritirano in disordine verso l’alpeggio del Sellerì, ma sono in molti a cadere. Ci sono altre formazioni partigiane nella zona, ma il coordinamento è quasi nullo, le armi scarse e insufficienti le munizioni; per di più la valle è molto stretta ed è difficile scivolare tra le maglie lasciate aperte dai rastrellatori. E’ l’alba del 10 maggio e i nazifascisti avanzano, avanzano all’alba di un giorno qualunque di 73 anni fa, un arco di tempo inferiore a quello della vita di un uomo. I partigiani si difendono come possono e fuggono verso le cime, intere borgate, tra cui Forno, vengono date alle fiamme e numerosi civili condotti a valle. I partigiani cadono a dozzine, la banda “De Vitis” è decimata e i sopravvissuti arrestati o dispersi. I fascisti passano vicino a Aldo, a pochi metri, ma non lo vedono e proseguono oltre. Mio nonno si salva per caso. Aspetta il calare della notte per gettarsi a valle e guadare nel buio il torrente Sangone.

Il 18 maggio i rastrellatori abbandonano la Val Sangone e ridiscendono in pianura, ma continuano ancora per settimane le incursioni, per spostarsi poi più a nord, nella zona di Lanzo. Il volume “Italiani insieme agli altri. Ebrei nella Resistenza in Piemonte 1943-1945”, frutto del lavoro di Gloria Arbib e Giorgio Secchi sulle carte dell’Archivio Ebraico Benvenuto e Alessandro Terracini, di Torino, e pubblicato da Zamorani, tenta di seguire i percorsi di decine di ebrei piemontesi nella Resistenza. A volte le notizie sono molte, a volte scarse; obiettivo è allora riannodare i fili spezzati della memoria e tesserli insieme. E non smettere di riunirli e tesserli ancora perché il tempo fa presto a sfilacciare lo spago e sciogliere i nodi. L’oblio si vince tessendo e tessendo, senza posa, tessendo memorie di uomini importanti, di eroi della lotta di Liberazione, e di ragazzi di 15 anni con il naso in su.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 maggio 2017
gerusalemme-500x417.jpg

3min292
Dan Livni, “Le mura di Gerusalemme”

Le strumentalizzazioni e le riscritture del passato allo scopo di giustificare il presente non sono novità recente. E tuttavia colpisce il grado con cui dilagano nell’Israele che commemora i cinquant’anni dalla guerra dei Sei giorni. “Cinquant’anni fa siamo tornati nel cuore della nostra capitale e del nostro Paese. Cinquant’anni fa non abbiamo conquistato, abbiamo liberato”, ha detto Benjamin Netanyahu. Vorrei chiarire che non ho proprio nulla contro i festeggiamenti per l’unificazione di Gerusalemme, che è un dato di fatto, ma c’è una parola, “liberazione”, che ho difficoltà a far andare giù. Perché la guerra dei Sei giorni non è stata mossa dal desiderio israeliano di “liberare” alcunché, ma dal tentativo di autodifesa di un piccolo Stato circondato da nemici che ne minacciavano l’annientamento, e che già avevano, con l’Egitto di Nasser, optato per atti di guerra veri e propri. L’ultimo numero del bimestrale ebraico torinese Hakehillah ospita alcune pagine di diario scritte da un ragazzo allora ventiquattrenne, Sergio Della Pergola: una testimonianza in presa diretta della paura per le sorti di un conflitto in cui Israele lottava semplicemente per continuare a esistere e dell’entusiasmo per la vittoria, che sembrava aprire le porte alla pace in cambio della restituzione dei territori da cui si erano ritirate le truppe arabe. Israele ha vinto, sbaragliando i nemici in meno di una settimana, e si è trovata a controllare militarmente territori che nessun governo israeliano aveva mai anche solo minimamente preso in considerazione di dover “liberare”. Proprio perché non si è trattato di un’aggressione israeliana, il primo ministro ha ragione quando afferma che è scorretto descrivere la guerra come “occupazione” (almeno nel giugno ’67); ma esattamente per lo stesso motivo ha torto se parla di “liberazione”, presupponendo un’intenzione che semplicemente non c’era.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 maggio 2017
lontano-500x333.jpg

6min249

Il problema? Gli “ebrei lontani”. E’ una frase che si sente spesso ripetere quando si tratta di discutere di come favorire l’aggregazione degli ebrei italiani, giovani e meno giovani. Da alcuni anni possiamo leggere l’esito riassuntivo della ricerca Ucei diretta da Enzo Campelli, uno strumento molto utile che descrive con ricchezza di dettagli quello che gli ebrei italiani iscritti a comunità pensano delle stesse. E’ fondamentale comprendere chi si è per cercare di capire in quale direzione andare: la prima conseguenza positiva della ricerca è stato l’intensificarsi del dibattito. Ma di riflesso anche la propagazione del mantra: “ebrei lontani”.

Personalmente ho molta difficoltà a impiegare questa espressione. Innanzitutto mi sembra discutibile parlare di “ebrei lontani” perché immagino sia funzionale a distinguerli dai “vicini”, in relazione ai quali – ma anche: dai quali – i “lontani” sono definiti. Non potrebbero essere ipotizzati “ebrei lontani” senza pensare anche a “ebrei vicini”, due definizioni che, peraltro, facilmente si incrostano di sfumature di valore assolutamente controproducenti. Si tratta di una nomenclatura fondata non su quello che una certa realtà (in questo caso un gruppo di ebrei) è, ma su una relazione, sempre mobile e fluttuante. Inoltre immagino che molti “ebrei lontani” reagirebbero come minimo con perplessità se appellati in questo modo. Ma soprattutto non riesco a capire a quale “lontananza” si faccia riferimento. All’osservanza dei precetti (mitzvot)? Oppure alla frequentazione delle occasioni liturgiche? Alla gestione della vita comunitaria e alle attività di servizio e di volontariato? Al versamento di una proporzionata quota di iscrizione alla comunità di appartenenza? Alla partecipazione costante alle occasioni formative, culturali e di approfondimento in genere offerte dalle comunità? Oppure a quelle ludiche? Alla conoscenza della lingua ebraica? Alla frequentazione di scuole ebraiche? A un’adesione intima a principi e valori ricondotti all’etica ebraica, che a propria volta possono essere assai variabili? A un’adesione spirituale, mistica e religiosa? Al farsi prosecutori di una tradizione famigliare?

Mi sembra evidente che i gruppi di persone che si possono identificare rispondendo a queste domande non coincidano. Ci possono essere convergenze significative, mai sovrapposizioni: per esempio alcune persone osservano scrupolosamente le mitzvot ma non partecipano regolarmente alle occasioni liturgiche, magari proprio per meglio osservare alcuni precetti, oppure semplicemente perché non si trovano a proprio agio in quell’ambiente. C’è chi osserva scrupolosamente e rifugge ogni intimismo religioso e quelli per cui questa seconda dimensione è soverchiante. Conosco numerose persone profondamente legate al patrimonio culturale ebraico, alla trasmissione di valori ebraici ai figli e alla composizione di una famiglia ebraica che non hanno alcun interesse a frequentare le sinagoghe. Altri vanno al tempio tutte le settimane e mangiano kasher, ma non capiscono la lingua ebraica e magari non sono interessati a spendersi per la comunità. Altri ancora frequentano conferenze e scrivono regolarmente su giornali ebraici ma non si sognano neppure di adottare una alimentazione kasher. Molti non partecipano mai alle funzioni in sinagoga e neppure alla vita sociale della comunità, ma si sentono – e sono – profondamente ebrei.

Non credo sia corretto definire questi ebrei “lontani”. Spesso lo si fa per una comprensibile esigenza di semplificazione della comunicazione, credo tuttavia che sia opportuno farlo almeno con consapevolezza e prudenza. Le definizioni non sono mai neutre, proprio perché definiscono qualcosa, limitano arbitrariamente un elemento isolandolo da qualcos’altro per metterlo in evidenza. Resta il fatto che ci siano ebrei “lontani” per un certo aspetto e molto “vicini” per un altro, e che le definizioni (in questo caso “ebrei lontani”, utilizzata quasi sempre da chi si considera “vicino”) spesso sostanzino realtà che altrimenti non prenderebbero forma, non esisterebbero neppure, o in ogni caso immobilizzino i due gruppi, rendendo molto più difficile il passaggio e perfino la comunicazione da uno all’altro.

Mi sono fin troppo dilungato. In fondo sarebbero state sufficienti due domande concise, chiare. Lontani da chi? Lontani da cosa?

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino