gaza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 maggio 2018

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Di fronte a quanto sta accadendo in questi giorni a Gaza siamo convinti sia necessario mantenere una visione quanto più obiettiva possibile e riconoscere il ruolo che Hamas ha ricoperto e ricopre nell’organizzare le manifestazioni violente. Incitamenti all’odio verso Israele, tentativi di infiltrarsi nel territorio israeliano, auspicio a portare con sé coltelli e pistole, utilizzo di civili come scudi umani: queste le tattiche (di una organizzazione riconosciuta come terroristica!) per proteggere i propri interessi e negare al contempo il diritto di Israele ad esistere.

Quanto succede a Gaza è quanto mai doloroso. Non si tratta di negare la critica politica, ma di distinguere chi davvero desidera la pace da chi invece esporta odio e guerra, distinguere chi invece di guidare il proprio popolo verso il progresso, lo relega al passato, chi invece di proteggere i più deboli, grida e appicca il fuoco dell’intolleranza.

Condanniamo fortemente le strategie perverse e deplorevoli di Hamas, e auspichiamo vengano cessate al più presto.

Consiglio UGEI 2018

 

 

 


Fonti:
Hamas official: 50 of the 62 Gazans killed in border violence were our members
Viral social media post on Palestinian social media
Their message is clear.
European Parliament resolution on the situation in the Gaza Strip

Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 ottobre 2017
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Kiryat Arba, Efrat, Ma’ale Adumim, Modi’in Ilit, Ariel: sono solo alcuni fra i più emblematici nomi di insediamenti israeliani nei territori della Cisgiordania (leggasi anche West Bank o Giudea e Samaria). Sono certamente fra i più popolati, perché il numero di colonie israeliane la cui popolazione è inferiore al migliaio di unità, certamente è molto elevato. Tali insediamenti, pur essendo situati de iure nei territori palestinesi, sono de facto soggetti all’amministrazione e controllo militare israeliano. Dovremmo per altro tenere conto anche della delicata situazione di Gerusalemme, specialmente della sua parte Est, che pur essendo considerata dalla comunità internazionale parte dei territori palestinesi (rivendicata per altro come capitale), è anch’essa soggetta alle leggi israeliane.

A partire da circa un cinquantennio fa (dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967), e poi specialmente negli anni ’70, il fenomeno delle colonie anima il dibattito politico, come pomo della discordia (uno dei tanti) nel conflitto israelo-palestinese, e anche nel rapporto tra lo stato ebraico e la comunità internazionale. La posizione dell’ONU è di totale contrarietà a tale fenomeno: infatti Israele è accusato di essere occupante di territori che non gli appartengono, e certamente il perdurare di tale situazione di incertezza non rende vantaggiosa la posizione di Israele dal punto di vista politico e mediatico. Gli ebrei che vi abitano al contrario, ritengono che tali territori siano parte dello Stato di Israele (ovvero il suo settimo distretto, chiamato appunto distretto di Giudea e Samaria): in effetti, i luoghi più sacri per l’ebraismo, si trovano proprio lì. Si pensi alla città di Hebron, o a Nablus, o alla stessa Gerusalemme Est (nella quale è inclusa la Città Vecchia).

L’interrogativo che resta però è: cosa si dovrebbe fare? Le colonie andrebbero smantellate? Oppure no? Posto che si tratta di un atto illegale secondo tutti gli organismi internazionali, in violazione dell’art. 49.6 della Quarta Convenzione di Ginevra, la risposta che si dovrebbe dare è certamente affermativa, con effetto immediato. Però riflettiamo un momento su quello che è stato il passato: nel 2005, Israele decide di sgomberare tutti gli insediamenti presenti nella Striscia di Gaza. I coloni che hanno provato a porre resistenza sono stati portati via con la forza dall’esercito israeliano. Peraltro, gli israeliani che abitavano nella Striscia avevano dato lavoro a una buona fetta della popolazione palestinese locale. Ad ogni modo, il risultato finale qual è stato? Che nella Striscia di Gaza, indette le elezioni, è stato Hamas a trionfare. Un’organizzazione riconosciuta come terroristica che pone tra i propri principali obiettivi la distruzione di Israele.

Altro punto chiave: in ripetute occasioni, l’ultima nel 2008 (quando la poltrona di Primo Ministro israeliano era occupata da Ehud Olmert), è stato proposto ai rappresentanti palestinesi un accordo per una definitiva suddivisione del territorio e porre così fine al conflitto. L’accordo prevedeva lo smantellamento della quasi totalità degli insediamenti (e per quelli non sgomberati la Palestina avrebbe ricevuto in cambio alcuni pezzi del Negev), la facilitazione del collegamento tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, e si sarebbero poste inoltre le basi per delineare una volta per tutte lo status di Gerusalemme Est, per fare sì che potesse diventare davvero la capitale del nuovo stato palestinese: l’idea da parte di Israele era quella di mantenere il controllo sul solo quartiere ebraico della Città Vecchia, e l’intera città di Gerusalemme avrebbe goduto di un controllo internazionale che avrebbe coinvolto sia i rappresentanti israeliani che quelli palestinesi.

Il pacchetto di proposte è stato respinto al mittente. Possiamo ipotizzare il motivo: innanzitutto i palestinesi vorrebbero tutto quanto il territorio, non solo quello della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, ma tutto il resto, quello che oggi è Israele e che dovrebbe continuare a esserlo anche nel futuro. In più sono i palestinesi ad avere il coltello dalla parte del manico, a non avere nulla da perdere e a beneficiare dall’attuale situazione di incertezza: se un giorno dovesse essere davvero siglato un accordo definitivo, tutta l’attenzione mediatica sul conflitto terminerebbe, e l’uccisione di un singolo bambino palestinese in Cisgiordania smetterebbe di fare notizia (così come già oggi non fa notizia la morte di centinaia di civili palestinesi in alcune fasi della guerra in Siria). Oltretutto, quali potrebbero essere le reazioni degli altri paesi arabi limitrofi, come ad esempio la stessa Siria?

E proprio a proposito di Siria e di territori considerati occupati, pensiamo al Golan: sarebbe giusto restituirlo e siglare quindi una pace con il popolo siriano? Sicuramente possiamo affermare che se Israele avesse ceduto, si sarebbe poi trovato le milizie di Daesh letteralmente alle porte. La Siria, allo stato attuale, non può essere considerata una nazione affidabile, e certamente, per porre le radici per una possibile futura pace, sarà necessaria una mediazione. Ma al momento non c’è alcuno spiraglio di dialogo. Quindi, perché porgere l’altra guancia?

In conclusione, potremmo riassumere il tutto così: le colonie sono illegali, e chi vi abita quantomeno ne deve essere consapevole. Però, finché regna nell’area una situazione di non certezza e non definizione, sarebbe presumibilmente sbagliata come mossa quella di uno smantellamento unilaterale delle colonie. Il giorno in cui sarà definito una volta per tutte il nuovo status quo, allora gli insediamenti andranno sgomberati immediatamente. Certo è che finché a governare Israele è la destra, guidata per altro da un uomo particolarmente conservatore come Netanyahu insieme ai suoi ancor più rigidi alleati, tale giorno probabilmente non arriverà mai.

Simone Bedarida

Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 dicembre 2012
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Chi sono io?

Sono una ragazza israeliana di 24 anni. Studio comunicazione, sono un’ appassionata di
cinema, e una maniaca del controllo. Amo il cioccolato e i gatti. Posso pensare a molti altri modi per
descrivermi. Tuttavia, venerdì 16 novembre, alle 3.30 del mattino, quando sono stata chiamata dall’ ufficio
dei riservisti, ho percepito me stessa solamente in una maniera: una fiera cittadina israeliana.

Ho preparato la borsa il più veloce possibile e ho svegliato mio fratello per farmi accompagnare al punto di
raccolta con la mia unità.

Quattro anni fa sono stata dimessa dal mio servizio di sergente operativo dell’ IDF, ed ero così fiera di
indossare la mia uniforme allora, così come lo sono in questa occasione. Anche se non sono una combattente,
ho sempre posseduto una forte determinazione durante il mio servizio. Perchè? Perchè sapevo che stavo
servendo il mio paese, un paese dove la guerra ha sempre avuto un ruolo fondamentale e dove la minaccia alla sicurezza dei suoi cittadini è intrinseca nella sua cultura da quando si è affermato come Stato ebraico e indipendente. Nel nostro paese, la guerra sembra sempre “dietro l’angolo”.

Sono nata nel 1988. Il mio primo vero ricordo di bambina è quello di me seduta nel rifugio con una maschera del gas durante la guerra del Golfo nel 1991. Da bambina quale ero, quella per me era un’esperienza insolitamente buffa, e in qualche modo si è insinuata nella mia mente come un ricordo felice. Ero lì, seduta a giocare con le mie bambole e a guardare la televisione mentre i miei genitori erano attaccati tutto il giorno alla radio. Dopotutto, che ne sapevo io? Avevo solo tre anni! Crescendo ovviamente, ho cominciato a capire: quello che vivevo non era un mondo fantastico, ma una realtà assurda e violenta a cui noi, cittadini israeliani, ci siamo abituati come se fosse una situazione ordinaria e perciò accettabile.

Il 2002 fu un anno ancor più traumatico per un’adiolescente che era nel mezzo della seconda intifada. A
quei tempi, subivamo circa tre attacchi terroristici al giorno! Andando a scuola in autobus ero sempre
terrorizzata. “Se qualcuno indossa una felpa durante l’estate, potrebbe trattarsi di un kamikaze?”- pensavo.
Ho sempre avuto paura che un giorno sarebbe stato il mio autobus a esplodere in mezzo alla strada. Di
certo questi non sono pensieri che una tredicenne dovrebbe avere, e indubbiamente non è questa la realtà
che voglio i miei figli vivano in un futuro. Quasi 12 anni dopo, la minaccia alla sicurezza degli Israeliani
permane, solo che oggi i kamikaze sono stati sostituiti da missili lanciati senza sosta.

La base in cui ero durante l’operazione “Colonna di nuvole” era nel sud d’ Israele, una zona continuamente
bombardata dalla striscia di Gaza. La gente che vive là ha completamente perso la capacità di condurre
una vita normale. Sentire la sirena è una sensazione indescrivibile. E’ terrificante avvertire la terra tremare
sotto i piedi, e pregare che anche questa volta non arrivi dove sono posizionata. E poi in 15 secondi il razzo
colpisce a 400 metri di distanza, più vicino di quanto potessi mai immaginare. Il pericolo è reale: questi
sono i momenti in cui lo si sente sotto la pelle.

Questo è il mio paese, la mia unica vera casa. Ovunque io vada, questo posto mi fa sentire in un modo in cui
nessun altro luogo potebbe riuscire. Conosco la sua storia, cultura, ed essenza. La vita è difficile, sì,
ma è qui che ho formato la mia identità. Conosco la terra dal nord al sud, la mia famiglia è nata e morta qui,
e mi sento in obbligo di difenderla a qualunque costo. Israele è incisa nel mio cuore.

Il pericolo in Israele si sente specialmente oggi; le lacrime mi scendono dagli occhi se immagino la
possibilità che la mia casa cessi di esistere così come la conosco io. Capisco la sua importanza per il popolo
ebraico, perchè la storia mi ha insengnato che non siamo salvi da nessuna parte se non in erez Israel.
Mi sento insultata se qualcuno la offende, e ho paura se qualcuno la minaccia. Combatterò per lei e me
ne preoccuperò sempre.

Anche quando comincio a dubitare di questo quadro di vita oggettivamente
deprimente, non posso fare a meno di amarla profondamente per quello che è, o non è.

Lirut Nave


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 novembre 2012
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Da giorni pensavo a quale sarebbe stato l’argomento più giusto sul quale scrivere dopo il mio arrivo a Tel Aviv. Ho pensato di descrivere l’arrivo e ad i primi giorni di ambientamento; ho pensato di parlare delle varie pratiche burocratiche e cose nuove attraverso le quali un oleh chadash deve passare nel suo primo mese; e ovviamente avevo pensato di raccontare le prime esperienze da studente dell’Univeristà di Tel Aviv.

Come potrete immaginare, quattro giorni fa la mia attenzione si è concentrata su ciò che sta succedendo qui dall’inizio dell’operazione militare “Amud Anan – Pillar of Defense”: l’operazione partita quattro giorni fa per mettere fine al continuo lancio di missili sulle città del sud cominciato ben prima di quattro giorni fa. Non era ancora chiaro se sarebbero veramente riusciti a lanciare dei missili fino a Tel Aviv, ma era qualcosa di cui si cominciava a parlare. E’ successo. Le sirene di Tel Aviv hanno risuonato già 3 volte, come non accadeva dal 1991. Proprio mentre mi trovavo a scrivere questo articolo è suonata per la terza volta; ho dovuto lasciare il computer per qualche minuto per trovare riparo per poi continuare ad allarme ultimato. Dopo 4 anni dalla loro installazione, per la prima volta sono entrate in azione anche le sirene anti-missile di Gerusalemme.

Non voglio addentrarmi nelle questioni politiche e militari, né di come Israele sta gestendo l’operazione a Gaza. Sicuramente però il fatto che Israele si sappia difendere dagli attacchi non sminuisce il fatto che da Gaza stiano deliberatamente sparando missili su un territorio che complessivamente ha più abitanti della città di Roma, con l’unico intento di procurare quanti più danni possibili a persone e cose. È recente la notizia del dispiegamento, nella zona di Tel Aviv, di una nuova batteria di “Iron Dome”, il sofisticatissimo sistema di difesa anti-missile che sta limitando di gran lunga quelle che potevano essere le vittime dei quasi mille razzi che sono stati lanciati diretti in territorio Israeliano dall’inizio dell’operazione. Il sistema individua il missile, calcola la traiettoria e prova ad intercettarlo se diretto verso centri abitati. Fortunatamente ha una percentuale di successo vicina al 90% e, se non fosse ora presente sul territorio, il numero di danni e vittime sarebbe notevolmente più alto.

Non è stata la prima volta che mi sono ritrovato in una situazione di questo tipo. Qualche anno fa ero nel Kibbutz Holit (piccolo Kibbutz molto vicino alla striscia di Gaza) come rappresentante ad un convegno dell’Hashomer Hatzair. Improvvisamente risuonò lo “Tzeva Adom” e ci fermammo per qualche istante senza saper bene come comportarci. In quel caso però mi trovavo in Israele per pochi giorni, e forse la sensazione era come di ritrovarmi proiettato in mezzo a questa situazione per caso. Ora è diverso. Mi trovo qui a Tel Aviv, dove non mi sarei mai aspettato di dover andare a cercare il rifugio anti-missile più vicino, e non ho nessun biglietto aereo per tornare a Roma tra qualche giorno. Ora non sento di trovarmi qui per caso.

La situazione tra gli abitanti di Tel Aviv è più tranquilla di quello che si potrebbe immaginare. Forse ci sono meno persone in giro per le strade ma l’università domani (oggi, ndr), a meno di evoluzioni dell’ultimo minuto, resterà aperta regolarmente e probabilmente neanche sentirò troppo parlare dell’argomento. Anche subito dopo le sirene la vita continua. Che ci si possa abituare al fatto che, in qualsiasi momento della giornata, possa esserci il pericolo che un missile colpisca la propria casa e che si debba quindi trovare un riparo, è qualcosa che in Italia nessuno potrebbe concepire. Nei telegiornali si parla solo della situazione generale e di ogni missile che viene lanciato ma con una calma che posso immaginare non sarebbe propria di nessun telegiornale in Italia.

In televisione uno dei tanti esperti diceva la propria opinione riguardo una possibile soluzione momentanea della questione, aggiungendo che sono 60 anni che Israele si trova sempre in una situazione “momentanea”, non potendo mai sapere quando potrebbe succedere qualcosa di questo tipo. Forse l’impatto più difficile da assorbire è stato proprio quello di capire che in questo paese ci si può ritrovare in situazioni del genere in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo. Io l’ho scoperto 3 giorni fa quando ho sentito la sirena anti-missile mentre ero tranquillo dentro le mura di casa mia.

Daniele Di Nepi

(Twitter @danieledinepi)

 

(suggerisco a chiunque voglia seguire l’evolversi della situazione di avvalersi dell’aiuto di Twitter, con il quale, seguendo determinati profili, è possibile avere sempre un quadro in tempo reale di ciò che sta succedendo sui vari fronti)


Manuel Kanahmanuel26 agosto 2011
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Oggi Gilad Shalit, il giovane caporale israeliano da 5 anni nelle mani di Hamas, senza che la Croce Rossa Internazionale possa visitarlo, compie 25 anni. Un quinto della sua vita l’ha trascorso rinchiuso a Gaza, senza poter riabbracciare i propri genitori, vedendosi sfuggire fra le mani la propria vita.

 



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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