Francesco Moisés Bassano

Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Giugno 2017
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Jean-Léon Gérome, “Il Muro del pianto” (1880)

“Il mio cuore è oriente, e io mi trovo alla fine dell’occidente” scriveva il poeta e rabbino spagnolo Yehuda Halevi (1085-1141). Halevi fu forse il primo sionista della storia, ma sebbene il suo nome ricorra continuamente nelle strade d’Israele, egli morì al Cairo prima di imbarcarsi per la Palestina, o secondo altri, alle porte di Gerusalemme senza però riuscire a varcarle. Il legame di Halevi con Sion era prevalentemente individuale e spirituale, egli riteneva che la Shekinah fosse più palpabile in Eretz Israel rispetto ad altrove. Quasi come Halevi, posso vantarmi in circa trent’anni di aver girato per quasi tutti i paesi del Mediterraneo ed aver visto questo mare da tutti e quattro i punti cardinali, ma mai fino ad adesso ero ancora giunto in Israele. Eppure questo paese ha sempre occupato parte della mia immaginazione e dei miei sogni, sin da quando da bambino ne studiavo i francobolli, le mappe e l’alfabeto, o quando più adulto iniziai a documentarmi sulla sua storia, a leggere i libri dei suoi scrittori, ascoltare le canzoni dei gruppi musicali più in voga o guardare i film dei suoi registi.

Mio nonno z”l era un convinto sionista, partecipava alle attività del KKL (Keren Kayemet LeIsrael) e del KH (Keren haYesod), come assessore comunale della giunta PCI fece parte della delegazione che nel 1961 firmò il gemellaggio tra la mia città e Bat Yam, e sosteneva al tempo che “Israele fosse l’unico paese veramente socialista al mondo”. Arrivato alle soglie dei vent’anni cominciai a frequentare un corso di ebraico con l’intenzione di fare un’esperienza di qualche anno in Israele, magari in un kibbutz, successivamente la mia vita prese inaspettatamente direzioni diverse, e ancora un’altra volta quando rinunciai ad un viaggio con Taglit-Birthright a causa di un impiego, dovetti rimandare la “salita” verso questa meta.

Alcune settimane fa sono riuscito finalmente a compiere questo viaggio partendo con solo uno zaino in spalla. Difficile raccontare l’emozione provata senza ricorrere a pure sensazioni o immagini mentali. Solo so che scoprendo Israele, nel mentre mi perdevo nella città vecchia in una mezzanotte spettrale, passavo senza accorgermene tra quartieri ortodossi, secolari, ebraici, arabi o russi, guardavo dal finestrino del treno un deserto verdeggiante ascoltando Shlomo Artzi, incontravo ragazzi israeliani che mi portavano a mangiare hummus in ristoranti arabi “perché lo fanno più buono”, sentivo parlare italiano al Minian Italkim nel cuore di Tel Aviv, o camminavo a fianco di altri coetanei ai quali non è importante avere il padre o la madre ebrea, perché qui come sei e da dovunque provieni sei comunque israeliano… per una volta non mi sono sentito un estraneo. Io che sempre in ogni luogo mi sento a casa e contemporaneamente fuori posto, che sono immune al fascino dei nazionalismi e delle bandiere, ho provato orgoglio nel trovarmi in un luogo che nonostante le sue contraddizioni, i suoi problemi, un governo in carica che non stimo particolarmente, è stato costruito anche grazie al contributo della mia famiglia, che vi abita qualcuno con il mio stesso cognome o qualcun altro, come l’autista del autobus, la ragazza scorbutica alla reception del mio ostello o il mendicante haredi per strada, che potrebbe avere qualche lontana ed ipotetica parentela con me. Strano averlo visto soltanto adesso per la prima volta, e percepire, che per quanto lontano e su un’altra sponda di questo stesso mare, è sempre stato e sempre sarà dentro la mia testa e il mio cuore.

Francesco Moisés Bassano

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Maggio 2017
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Quando cambiai scuola e cominciai il terzo anno delle superiori feci amicizia con Marco – il nome  è naturalmente di fantasia – un ragazzo particolarmente problematico al quale cercai di offrire il mio aiuto. Durante una delle nostre conversazioni mi raccontò che non sapeva niente riguardo alla famiglia paterna, con la quale il padre aveva tagliato ogni relazione. Anni dopo, quando ormai avevo perso di vista Marco, conobbi i suoi parenti in comunità ebraica, scoprendo così che suo padre gli aveva nascosto completamente le proprie origini ebraiche. In effetti già il suo cognome non mentiva su questo, almeno per me che ero un appassionato di onomastica.

Sinceramente non so a cosa sarebbe servito e come sarebbe cambiata la vita di Marco se gli avessi rivelato questo “particolare”, probabilmente a niente, sebbene ritenga che in un mondo spersonalizzato e alienante come quello contemporaneo, conoscere le proprie origini e la propria storia familiare possa essere d’aiuto per costruire la nostra persona. Ma in fondo penso anche che se Marco fosse stato cosciente delle proprie origini ebraiche e si fosse voluto ricollegare a esse, non sarebbe stato considerato comunque un ebreo, ma soltanto appunto un ragazzo di “discendenza ebraica” o un ebreo non halakhiko come sostengono altri, un po’ come Alberto Moravia o Frida Kahlo. Diverso invece se al posto del padre ebreo avesse avuto la madre.

Eppure se un giorno tornasse al potere un regime dichiaratamente antisemita, come quello fascista, la polizia politica non avrebbe difficoltà a rintracciare le origini di Marco e a perseguitarlo per esse, perché i nazisti consideravano comunque i “mezzi ebrei” come dei Mischling, i quali subivano molto spesso le stesse discriminazioni degli altri ebrei. E ugualmente il resto della società non fa comunque grandi distinzioni tra un ebreo halakhiko e uno che invece ha soltanto il padre o il nonno, dove sovente è la percezione che gli altri hanno di noi a creare la nostra identità. Hannah Arendt a questo proposito affermava nel 1964 che “se uno è attaccato come ebreo, uno deve difendersi come ebreo”.

Le “Prove di Mosè”, di Sandro Botticelli (Cappella Sistina, affresco)

Marco, o i suoi figli e le relative famiglie, nel caso di un’ondata di antisemitismo potrebbero però decidere di fare l’aliyah e di emigrare in Israele, perché la Legge del Ritorno in vigore dal 1950 prevede la cittadinanza israeliana anche ai figli e ai nipoti di ebrei. E questo spiega perché in Israele ci siano oggi giorno almeno 400.000 ‘olim, provenienti soprattutto dalle repubbliche ex sovietiche, che pur di discendenza ebraica non sono ebrei e per questo non possono contrarre matrimoni con ebrei o essere sepolti come tali.

Il concetto di matrilinearità all’interno dell’ebraismo è dedotto soprattutto da un pasuk in Devarim (Numeri) 7:3 e dalle successive interpretazioni rabbiniche, e sebbene dibattuto nel corso dei secoli è ormai consolidato nell’ebraismo ortodosso. Nonostante ciò nel Tanakh i figli di Mosè, di Yehouda o di Shlomo, sono considerati ebrei come i genitori sebbene non sia specificato che anche le madri si  fossero convertite. Lo status di Cohen o di Levi viene tramandato per via patrilineare, e l’ebraismo caraita, così come alcune comunità africane o del Caucaso, riconosceva soltanto questa discendenza. Il principio matrilineare è pensato in parte sulla locuzione dei latini “mater semper certa” e più propriamente, come scrisse rav Gianfranco David Di Segni, non da un fattore genetico ma dal forte legame che può crearsi tra la madre e il proprio figlio, più intenso di quello col proprio padre, da un discorso dunque di educazione ebraica. C’è inoltre da considerare che se anche il principio matrilineare fosse stato presente ai primordi – altri pensatori non ortodossi sostengono invece che si sia originato nel secolo IV a.C. – nelle società patriarcali del Mediterraneo e nelle comunità ebraiche premoderne era più frequente il rischio che un uomo sposasse una straniera rispetto a una donna, e in generale un requisito essenziale era che entrambi i genitori fossero comunque ebrei. In Italia era poi praticato in alcuni casi il ghiur katan, la conversione dei minori appunto figli di padre ebreo ma madre non ebrea, e in generale il ritorno all’interno della comunità di un “discendente” di ebrei non era così raro neanche altrove. Il caso dei cripto-ebrei e dei marrani, o di altri anusim, e dei falashà rientra anche in questa casistica, e difatti torna attuale in tempi recenti. In Israele qualcuno, come rav Haim Amsalem, ha riproposto la categoria halakhika di “zerà Israel” per coloro che pur non essendo ebrei apparterrebbero al popolo di Israele.

Lungi dal contestare l’halakhà, e quindi i parametri ufficiali di “ebraicità” e conversione nell’ebraismo, una riflessione su questa strada sarebbe auspicabile, soprattutto per contrastare l’allontanamento di molti individui nelle comunità diasporiche, i figli di matrimoni misti e la condizione ambivalente di molti cittadini israeliani.

Francesco Moisés Bassano