Francesco Moisés Bassano

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 novembre 2018
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5min147

Pochi giorni dopo la sua vittoria alle elezioni generali del Brasile, il neopresidente Jair Bolsonaro ha confermato la volontà di visitare al più presto Israele con l’intenzione di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Bolsonaro negli ultimi mesi è stato descritto in chiave molto negativa su tutti i principali media del mondo, persino su testate storicamente allineate con la destra liberale o conservatrice. Tramite le sue dichiarazioni in campagna elettorale si è presentato come un misogino, un omofobo, un antiambientalista, un reazionario, un difensore della tortura e della pena di morte, un nostalgico delle passate dittature del Brasile. In più occasioni ha minacciato minoranze e oppositori politici, eleggendo come proprio il motto “Deus, pàtria, famìlia” – uno slogan già tanto amato dai fascisti italiani -.

Tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo l’oceano come quello che ci separa dal lontano Brasile, e niente esclude che Bolsonaro possa rivelarsi migliore di come è apparso. Anche se come insegna l’intera tradizione ed etica ebraica, non si può negare il potere e la responsabilità che detiene ogni singola parola. Un monito da tenere ancora più presente ai giorni nostri, dove sovente le parole di un politico, mal interpretate o meno, finiscono per fomentare l’odio di persone che non si pongono nessun problema nel passare direttamente all’azione. L’amicizia dunque, espressa da Bolsonaro nei confronti di Israele, e a quanto pare il sentimento reciproco del governo Netanyahu, si potrebbero archiviare come mera realpolitik. Del resto, come molti negli ultimi giorni hanno ricordato, anche i democratici e liberali stati d’Europa intrattengono spesso ottimi rapporti con dittatori o presidenti che reggono regimi a partito unico o dove vengono calpestati costantemente diritti civili e umani. La Cina, la Russia di Vladimir Putin, la Tunisia di Ben Alì, gli stati del Golfo, o come dimenticare quando Churchill e Roosevelt scelsero di allearsi con l’Unione Sovietica di Iosif Stalin per combattere la Germania nazista? Il rischio però nel caso attuale è che Israele finisca per ritrovarsi un giorno più isolata con una propria cerchia di amicizie composta soltanto da governi che condividono retoriche e politiche di estrema destra. Dove mentre all’esterno si tende la mano a Israele, internamente si alimenta – o comunque non si frena – un clima di intolleranza rivolto a chiunque sia “diverso”, colpendo non di rado gli ebrei locali. Specie quando entra in gioco, con questi governi populisti, un’esaltazione dell’ignoranza e viene operata una revisione della memoria storica che non fa mai sconti per nessuno, o quando vengono attaccati unilateralmente i mass media o mitologiche “élites della finanza mondialista” che nel pensiero dell’uomo comune sono spesso sinonimo di ebrei.

La relazione di Israele con governanti dalle idee autoritarie potrebbe essere ancora interpretata come una scelta dovuta non tanto a degli interessi in gioco quanto a dei valori condivisi, dando occasione a chi contesta Israele “senza se e senza ma” per rappresentarlo come uno stato proiettato verso il fascismo. Incrementando contemporaneamente lo stesso antisemitismo, che ritorna a galla ogni qual volta Israele raggiunge le cronache internazionali. Bolsonaro e i suoi sostenitori si sono più volte fatti ritrarre avvolti dalle bandiere d’Israele, e lo stesso presidente in alcune sue dirette video aveva ben visibile dietro di sé una menorah. Certo, sarebbe stato improbabile che un Churchill si facesse fotografare con in mano una bandiera con la falce e martello per esprimere il suo sostegno verso l’Armata Rossa.

Oltre a questi pericoli, l’amore e la vicinanza nei confronti di Israele che ognuno di noi può a diversi livelli sentire non può farci trascurare o peggio rimpiazzare i valori di democrazia e libertà secondo i quali i primi halutzim e i padri fondatori si ispirarono per la creazione della stessa Medinah. O coloro, anche ebrei, che nell’ultimo secolo hanno combattuto o sono morti per i diritti civili e l’eguaglianza di ognuno, o per liberare l’Europa dal nazifascismo. Sarebbe un tradimento verso la memoria e la storia ebraica, esaudendo la brama di chi sogna un popolo ebraico esiliato dal mondo e dalle problematiche di ogni luogo.

Francesco Moisès Bassano


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 novembre 2017
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5min213

L’Europa si è risvegliata. Ricorda un po’ il film “Nell’anno del Signore” del 1969 di Luigi Magni, i due carbonari Leonida Montanari e Angelo Targhini prima di essere condotti al patibolo, sentono il vociare del popolo che sembra sollevarsi per liberarli e compiere l’attesa rivolta contro il papato, quando in realtà il popolo si era svegliato sì, ma per accorrere in festa alla loro esecuzione in Piazza del Popolo. A Varsavia a destarsi è l’Europa bianca, quella cristiana e non di sangue misto s’intende, quella che grida contro gli “ebrei al potere”, i neri, gli arabi e tutto ciò che è altro. C’era anche Forza Nuova, Casa Pound no, troppo impegnata probabilmente nei dibattiti televisivi e a darsi “sembianze democratiche” prima delle elezioni, per il manganello e le ronde c’è tutto il tempo dopo. Non importa se visto il passato e l’invasione nazista, la Polonia dovrebbe essere un paese sensibile verso l’antisemitismo e la xenofobia, la storia si può sempre cambiare e adattare ai tempi che corrono. Persino la destra e la sinistra adesso possono finalmente combaciare nel nome di una lotta comune, il sovranismo, l’Alt-right, Diego Fusaro o Alain de Benoist ne sono gli esempi, si prende qualche lotta e termine della sinistra, utile a incantare le masse, e ci si aggiunge i “valori” patriottici della destra. Già il primo fascismo ed il nazionalismo di Iosif Stalin ne furono i precursori, del resto se si guarda per l’appunto all’Est Europa, il mantra “non esistono più destra e sinistra” acquista pieno valore.

Quindi se queste definizioni non hanno più senso, sarebbe inutile parlare di fascismo e antifascismo, ci s’ispira al fascismo senza chiamarlo così in modo esplicito, perché in fondo adesso i problemi sarebbero “altri” e più urgenti, quello che chiamano “fascismo” non è altro che un’ “ossessione dei media”, e allora anche la Shoah è “una cosa accaduta 70 anni fa, che senso ha riparlarne?” – parole degli amministratori dalla pagina di 60.000 membri “Donald Trump Italian Fan Club”, sul caso degli adesivi di Anna Frank. Anche per altre vulgate, la xenofobia e il neofascismo sono pur sempre problemi minori o inesistenti e fittizi, tra cui per buona parte di quella destra che si considera filo-israeliana e “vicina agli ebrei”. Il vero antisemitismo per essa, è soltanto quello proveniente dalla sinistra e dall’Islam “che controlla media ed istituzioni” ed ha come fine la distruzione di Israele e l’invasione islamica.

L’antisemitismo è certo un fenomeno insito ovunque, il jihadismo è un problema reale con cui fare seriamente i conti anche per contrastare questi moti regressivi. Ma se nell’Islam oltre ai tagliagole di Daesh possiamo trovare anche personaggi come Dervis Korkut il quale mentre la Bosnia era invasa da nazisti e ustasha mise a repentaglio la propria vita per salvare degli ebrei e la Haggadah di Sarajevo (nascosta poi da un chierico dentro una moschea), e se essere di sinistra non dovrebbe equivalere ad essere antisemita o anti-israeliano, sfiderò invece a trovare un qualunque suprematista bianco o neofascista che non vede nell’ebraismo, senza distinzioni, un nemico. Quando l’antisemitismo e la xenofobia sono, velatamente o no, tratti distintivi insiti nei nazional-populismi, dove l’altro sarà ogni qual volta percepito come elemento avulso e nocivo per una supposta integrità nazionale. Si potrà poi controbattere, che i neofascisti o gli xenofobi sono nient’altro che degli haters presenti soprattutto nel mondo del web, ma essi non sono creature mitologiche, vivono intorno a noi, votano, e un giorno potrebbero (come già accade) sedere in parlamento.

Francesco Moises Bassano

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 ottobre 2017
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6min438

Sempre alla ricerca di storie di migrazioni e di nuovi esponenti di quella che spesso viene definita “letteratura ebraica”, recentemente ho scoperto l’opera più importante di Michael Gold “Jews without money”, scritto prima del 1930 e pubblicato anche in Italia nel 2016 da Castelvecchi. Michael Gold – nome d’arte di Itzok Isaac Granich – nacque a New York da genitori provenienti dalla Romania, e come molti altri figli di immigrati dalla Yiddishland confluiti nella sinistra radicale, la sua figura restò legata fino alla sua morte nel 1967 al Partito Comunista statunitense, in modo anche particolarmente rigido. L’autobiografico “Jews without money” è un prototipo di “novella proletaria”, ma simpatie politiche di Gold a parte, attraverso scene di vita familiare e quotidiana resta un ottimo ritratto che documenta la vita delle migliaia di ebrei che in fuga dalla fame e dai pogrom si riversavano nel Lower East Side nei primi del Novecento. Un vero slum martoriato dalla povertà, dal sovraffollamento, dal degrado, dalla prostituzione, dalla disoccupazione, dalle guerre tra bande (molto spesso con i rivali italiani di Mulberry Street!), e popolato da gangster, vagabondi, truffatori, agitatori politici, sognatori e rabbini hassidici. Le condizioni di lavoro dei nuovi arrivati negli opifici o nelle insalubri sweatshops erano al limite dell’umano, e i bassi salari e lo sfruttamento non differivano da una situazione di semi- schiavitù, tanto che talvolta era preferibile la mendicità o la vendita ambulante. Molti riuscirono comunque a farsi strada e a realizzare il sogno americano, sebbene chi continuava a partire dall’Europa era spinto il più delle volte da foto e notizie di parenti che avevano fatto fortuna oltreoceano aprendo magazzini o grandi fabbriche, circostanze che il più delle volte si rivelano fittizie o enfatizzate. Un po’ come avviene tutt’ora tra i migranti del sud del mondo. I parallelismi con le nuove migrazioni infatti non mancano, come racconta Gold, c’erano datori di lavoro o affittuari che mettevano avvisi “non si accettano ebrei” e il Ku Klux Klan diffondeva l’idea che la criminalità fosse stata introdotta in America dagli emigranti europei di bassa estrazione.

L’East Side non differiva da un grande villaggio che ricalcava quasi in tutto la vita comunitaria e l’organizzazione degli shtetlakh appena lasciati. Verso la metà del secolo scorso la maggior parte della popolazione ebraica cominciò a trasferirsi nei nuovi boroughs di Brooklyn e poi del Bronx e del Queens, molte sinagoghe furono abbattute o abbandonate – tra cui la famosa Roumanishe Shul demolita nel 2006 – e l’area cominciò a perdere il suo carattere ebraico e popolare. L’attuale Lower East Side è un quartiere abitato soprattutto da asiatici e latinoamericani e coinvolto da un discusso processo di gentrificazione. Gli “ebrei senza soldi” descritti da Gold non sono comunque scomparsi, molti appartengono ancora alla working class, abitano in grigi condomini co-op o in quartieri degradati, e stando alle statistiche quasi un terzo degli ebrei newyorkesi vive purtroppo sotto o in prossimità della soglia federale di povertà – secondo un report dell’UJA-Federation of New York del 2013 -, specialmente gli anziani, i gruppi haredi, hassidici e gli ebrei provenienti dall’ex Urss, in una metropoli con una popolazione ebraica di quasi due milioni di persone. Il titolo provocatorio scelto da Gold aveva proprio l’obiettivo di sfatare già all’epoca il consueto stereotipo che gli ebrei siano tutti milionari, un mito che cadrebbe soltanto se l’uomo comune conoscesse più in profondità anche solo le realtà ebraiche locali.

Il racconto di Gold visto da una prospettiva contemporanea è senza dubbio una storia di speranza, molti suoi protagonisti percepirono inizialmente la migrazione nella Goldene Medine come un grande sbaglio, troppo distante dal paese d’oro e delle facili opportunità che avevano immaginato. In previsione di ciò che avvenne in Europa negli anni successivi fu invece la loro salvezza…

Francesco Moises Bassano

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 settembre 2017
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3min140

Don’t call me white, cantavano i NOFX – una band punk-rock statunitense composta in gran parte da ragazzi ebrei che ascoltavo nella mia adolescenza – ovvero, non applicare su di me questo stereotipo, perché non mi appartiene. I miei gusti musicali sono un po’ cambiati da allora, ma quando sento parlare di suprematismo bianco, o anche solo più da vicino continuamente di “prima gli italiani” e i “nostri confini”, questo ritornello mi sovviene nuovamente, e mi chiedo chi siano i bianchi, e poi gli italiani, e se anche io appartenga a questo gruppo privilegiato o se qualcun altro vi appartenga realmente. Sì perché cosa occorre per esserlo, il sangue, la religione, la lingua, la provenienza geografica? E dove saranno nati i miei antenati, e i vostri, i loro? Il passaporto può bastare?

Ma le differenziazioni non sono solo locali, e si applicano arbitrariamente anche agli stranieri e alle loro tragedie, vi sono categorie etnico-religiose di profughi “buoni” degni di commiserazione, come i cristiani, gli ezidi e a volte anche i siriani – anche se dubito che i più li abbiano realmente incontrati e saprebbero sul momento distinguerli, per esempio alcuni di quelli di Gorino erano cristiani ma furono ugualmente cacciati con le barricate, e un buon numero di ezidi sono ancora intrappolati in Grecia o in Turchia con buona pace di tutti – e profughi che in realtà sono solo “migranti economici” e non meritano neppure un pasto o un tetto sotto il quale dormire, nei loro confronti è preferibile la tanto paventata “ruspa” salviniana. Allora pensando a qualche artista sicuramente superiore ai NOFX concludo con queste celebri parole di Bob Dylan: “How many roads must a man walk down Before you call him a man?”.

Francesco Moisés Bassano

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 luglio 2017
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3min143

Come ha scritto correttamente su questo portale Giorgio Berruto, ci sono fenomeni che sono paragonabili ed altri che sono soltanto comparabili. Mettere sullo stesso piano di paragone l’antisemitismo e l’islamofobia potrebbe essere fuorviante ed errato, da un punto di vista terminologico, ma anche storico e sociologico.
Temere o provare diffidenza nei confronti dell’Islam non equivale sempre e indistintamente ad essere discriminatori o intolleranti nei confronti dei credenti musulmani o della religione islamica, sebbene una parte consistente di coloro che provano questo sentimento il più delle volte, volontariamente o involontariamente, lo sia. Comparare certi atteggiamenti antisemiti con altri islamofobici è invece auspicabile. Il problema è semmai nella sostanza, perché la paura è in sé un sentimento irrazionale rivolto sempre verso qualcosa che non si conosce e comprende pienamente, avvertito come un presunto o ipotetico pericolo. Un distinguo che sovente viene poi trascurato è quello da operare tra Islam – il quale comprende un’infinità di modi di praticarlo, scuole, correnti e fenomeni tra cui il Sufismo, l’Alevismo, l’Ahmadiyya, l’Ibadismo o anche solo la differenza tra Islam rurale/locale e urbano/globale – e l’Islamismo, inteso come un Islam politico e ideologico che quindi eccede dalla sfera privata del singolo credente per assurgere a dottrina totalitaria. In un recente convegno tenutosi a Bari, la filosofa Agnes Heller ha affermato che “L’Islam è una religione, capace di convivere pacificamente con il cristianesimo e l’ebraismo, mentre l’islamismo è un’ideologia totalitaria, al pari del bolscevismo. Quest’ultimo usava Marx come bandiera nello stesso modo in cui, oggi, l’islamismo si serve dell’Islam per diffondersi. Voglio dirlo a chiare lettere: in una società di massa ogni ideologia può divenire totalitaria”.

Francesco Moisés Bassano

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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