elezioni

Consiglio UGEIUGEI3 Marzo 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino

In queste ore si stanno concludendo gli scrutini di quella che è stata la terza tornata elettorale in un anno, un unicum nella storia dello Stato d’Israele, registrando inoltri dati altissimi sull’affluenza, i più alti dalle elezioni del 1999. Con lo scrutinio al 97%, la composizione della Knesset, si sta delineando in questo modo: il Likud di Benyamin Netanyahu, con 36 seggi; Blue and White, il partito dell’ex Generale Benny Gantz, si ferma a 32 seggi; Joint List, la lista araba, con 15 seggi, uno dei migliori risultati mai ottenuti dal partito; i partiti religiosi Shas e United Torah Judaism, hanno guadagnato rispettivamente 10 e 7 seggi; gli stessi seggi della coalizione di sinistra Labor-Gesher-Meretz (7) e di Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman (7), all’ultimo posto Yamina, il partito di destra guidato da Naftali Bennet.

Con la seguente composizione del Parlamento israeliano, nessuna delle due grandi coalizioni raggiungerebbe la maggioranza, scanso grandi scossoni portati dal conteggio delle schede dei soldati e degli invalidi che verranno conteggiati per ultimi. Con la coalizione di destra guidata dal Likud che si ferma a un passo dal traguardo a 59 seggi, mentre quella guidata da Kahol Lavan si fermerebbe a 50.

Guardando ai risultati di queste concitate elezioni, possiamo notare come anche questa volta a fare l’ago della bilancia per la formazione di un nuovo governo, sia anche questa volta Avigdor Lieberman, soprannominato ormai dagli analisti, il “Kingmaker”, colui che può decidere le sorti di questa tornata elettorale. Ma il dato più impressionante è quello che riguarda il Likud, o per meglio dire quello di “Bibi” Netanyahu, il Capo di Stato più longevo della storia dello stato ebraico, che con l’imminente processo, parte dei media contro e le dichiarazioni negative di alcuni ex funzionari di alto grado, è riuscito comunque a far ricredere tutti quei sondaggi che negli scorsi mesi lo davano per spacciato.

Interessante l’analisi fatta dal Jerusalem Post sulla figura di “King Bibi”, come soprannominato dai suoi supporters, il quale lo ha definito un Mago. Nessuno riesce a fare campagna elettorale come lui, con un carisma, un’energia e un’oratoria che nessuno ha in questo momento in tutto il panorama politico israeliano. Nonostante le pesanti accuse che lo porteranno a processo tra due settimane, è riuscito a prendersi la fiducia di quegli elettori che lo scorso settembre lo avevano “abbandonato”, a partire dalla vittoria schiacciante nelle primarie del Likud contro Sa’ar, passando per la rinuncia all’immunità fino ad arrivare al Deal of the Century. La sua strategia ha funzionato, e ha raggiunto un risultato che lui stesso considera “la più grande vittoria della mia vita”, sbilanciandosi rispetto alle passate elezioni, nonostante l’insicurezza di una maggioranza capace di formare un governo. Nel frattempo, Netanyahu ha già iniziato le prime riunioni con i rappresentanti degli altri partiti di destra, per capire il da farsi.

Mentre all’Expo di Tel Aviv, Netanyahu e il Likud festeggiavano la vittoria, parziale, di questa terza campagna, dall’altra parte Benny Gantz, ha fatto trasparire una certa delusione, commentando così i risultati: “Non è questo il risultato che consentirà ad Israele di tornare sulla retta via. Il senso di delusione e di dolore è comprensibile”. “L’importante è restare uniti, fedeli ai nostri principi. Non consentiremo ad alcuno – ha aggiunto – di distruggere il Paese, di mandare in frantumi la democrazia”.

Prima di martedì prossimo non si avranno i risultati ufficiali, ma tutti i partiti sono concordi sul fatto che bisogna scongiurare in qualunque modo la possibilità di una quarta tornata elettore, che potrebbe portare a risultati drammatici.


Consiglio UGEIUGEI15 Aprile 2019

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HaTikwa (D. Zebuloni)To Bibi or not to Bibi? Questo è stato il grande dilemma delle appena concluse elezioni politiche israeliane. Si è parlato poco di economia e sviluppo, di politiche interne ed estere. Persino il tema della sicurezza è passato in secondo piano, nonostante un missile partito da Gaza abbia abbattuto una casa nel centro di Israele proprio due settimane prima dell’election day. L’argomento di tutte le campagne elettorali era uno ed uno solo: Bibi o Gantz? O meglio, Bibi o non Bibi?

Non sono dunque i 36 mandati da lui ottenuti ad averlo reso il grande vincitore di queste elezioni. Non è stata nemmeno la sua nomina di Primo Ministro per la quinta volta dal ’96 ad oggi ad averlo inserito nell’olimpo dei grandi leader della storia dello Stato di Israele. Il trionfo di Bibi si misura nella straordinaria e al contempo sinistra capacità di attirare a sé i riflettori senza dire una parola. Sono state poche e ben studiate infatti le interviste che Netanyahu ha concesso ai media, le uniche per altro da lui concesse in tutti e quattro gli anni del suo ultimo mandato. Nonostante ciò, o forse proprio a causa di ciò, quest’ultime sono state le interviste più trasmesse dai media nazionali e internazionali, nonché le più discusse sui social e per le strade del paese.

Per citare l’opinionista politico Amit Segal: “Bibi ha vinto le elezioni con il 70% dei voti, di cui il 35% erano a suo favore e il 35% a suo sfavore”. Ecco, non potrei riassumere in maniera più efficace l’esito di queste elezioni. Tutti hanno votato in funzione di Bibi, ma solo la metà dei votanti l’ha fatto a suo favore. Il restante 35% degli israeliani non ha votato con la speranza di avere il generale Gantz al governo, bensì ha votato con il disperato desiderio di non riavere Netanyahu al governo, di non vivere in un paese la cui atmosfera ricordi vagamente quella della Russia di Putin.

Eppure chi ha commentato la vincita del Likud definendola “la morte della democrazia israeliana”, o peggio ancora alludendo ad uno sterile parallelismo con il Presidente turco Erdogan, non ha capito nulla della politica israeliana in generale e della società israeliana in particolare. Per ogni cittadino israeliano che condanna Bibi ce n’è uno che lo venera. Per ogni israeliano che attacca Bibi ce n’è uno che lo difende. Per ogni israeliano che vede Israele nel baratro ce n’è un altro che vede Israele all’apice. La verità è che il bianco e il nero, anche nel caso di Bibi, non esistono. Esistono invece cinquanta sfumature di grigio (!) che rendono Bibi un eroe e al contempo un antieroe. O in parole semplici, un umano. Un comune mortale.

“Da giornalista quale sono” ha affermato la conduttrice televisiva israeliana Ilana Dayan, “ho l’obbligo di andare a fondo e condannare ogni singolo sbaglio commesso da Netanyahu, ma ho anche l’obbligo di lodare le sue manovre di sicurezza contro l’Iran. Ho l’obbligo di approfondire le accuse mosse contro di lui, ma ho anche l’obbligo di dargli credito per gli importanti traguardi economici ai quali ci ha condotti. Bisogna dunque capire una volta per tutte che non c’è niente di male a guardare le due facce della medaglia”. Forse Ilana Dayan ha ragione, non c’è proprio nulla di male nel guardare le due facce della medaglia. La politica come la vita d’altronde non è sempre un bivio. La politica come la democrazia non si limita alla domanda esistenziale: to Bibi or not to Bibi.


Consiglio UGEIUGEI14 Dicembre 2012
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“Sono tornata per combattere”. Non usa mezzi termini Tzipi Livni per annunciare il suo ritorno in politica dopo la sconfitta alle primarie di Kadima, vinte da Shaul Mofaz (che ora si ritrova un partito che con tutta probabilità non riuscirà a entrare alla Knesset). Tzipi Livni torna, inserendo un’ulteriore variabile a una realtà politica più frammentata che mai a causa delle continue scissioni, ma anche rinnovata grazie alla discesa in campo di nuovi candidati.

Dopo aver rifiutato offerte da ogni parte del centro-sinistra, (da Yair Lapid a Shelly Yachimovitch), la Livni ha deciso di presentarsi con un proprio partito: Hatnuah (“Il Movimento”). Dai manifesti elettorali che imbrattano ormai tutta Israele, si evincono due punti programmatici fondamentali: pace con i Palestinesi e risanamento socio-economico. Durissima è stata infatti la critica della Livni a Netanyahu all’indomani dell’approvazione dello status di stato osservatore alla Palestina da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU. Infatti, secondo la Livni, l’unica responsabilità per l’accaduto va attribuita a Netanyahu e al suo governo, colpevoli di umiliare costantemente i Palestinesi e di essersi rifiutati di riprendere negoziazioni dirette e di negare il problema. A questo punto riprendere le trattative porterebbe però più danni che benefici, a causa di un clima internazionale estremamente sfavorevole a Israele, che ora rischia anche di essere portato davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Un eventuale governo Livni favorirebbe la creazione di uno Stato palestinese indipendente entro confini molto vicini a quelli del ‘67.

In campo interno Hatnuah, che ha stravolto le previsioni elettorali e che sembra otterrà nove o dieci seggi strappandoli ad Avodà e Yesh Atid, non sembra disposto a concedersi ad alcuna alleanza se alla Livni non verrà data la leadership, reputando che contro Netanyahu solo Tzipi può farcela. Sebbene l’ipotesi di un governo Livni sembri lontana, l’ottenimento di una maggioranza di voti da parte del centro-sinistra non necessariamente comporterebbe la formazione di un governo a causa di un sistema di alleanze necessario complicato (che ricorda molto l’Italia degli Anni Novanta) e che sembra impossibile creare di fronte a una sinistra così divisa. Dalla parte opposta, con la fusione dei rispettivi partiti e del costante appoggio degli ultra-ortodossi di Shas, Netanyahu e Lieberman sembrano più compatti che mai ed in costante crescita nei sondaggi.

In queste condizioni, senza un solido appoggio da sinistra e con la ferma intenzione di opporsi a Netanyahu, Tzipi corre da sola su un partito che è già stato rinominato “il partito dei numeri due” in riferimento a esponenti come Amir Peretz e la stessa Livni che, non essendo riusciti a ottenere la leadership nei rispettivi partiti, hanno deciso di costituire un movimento che non porta idee programmatiche nuove rispetto al resto del centro-sinistra, ma aggiunge solamente un’ulteriore variabile di dispersione in un blocco democratico già frammentato.

 Alessia Di Consiglio


Consiglio UGEIUGEI30 Novembre 2012
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Con le elezioni sempre più vicine (gli israeliani andranno alle urne il 22 Gennaio prossimo), in Israele si inasprisce la corsa elettorale. Mentre gli ultimi sondaggi dichiarano ‘irrilevante’ Kadima, guadagna posizioni il nuovo partito Yesh Atid (C’é futuro), fondato e guidato dall’ex giornalista Yair Lapid (ci si aspetta che ottenga 15 seggi).

Nato a Tel Aviv nel 1963, sposato e padre di tre figli, Yair Lapid è un personaggio molto conosciuto in Israele, sia in quanto figlio del famoso scrittore, politico e giornalista Yosef “Tommy” Lapid, sia per essere stato il volto dei principali programmi televisivi di attualità israeliani. Oltre alla carriera di giornalista, Lapid ha scritto sette libri e recitato in alcuni film. La sua discesa in campo non sorprende tanto vista la familiarità con la politica. Tommy Lapid è stato uno dei volti più conosciuti del partito Shinui (Cambiamento); un partito di centro-destra liberale, laico e anti-religioso, che ha svolto un ruolo attivo nella politica israeliana dagli Anni Settanta fino al 2006, quando si è frammentato. Nemico giurato degli ultra-ortodossi, attivista per la separazione tra religione e stato in Israele con tutte le conseguenze del caso (matrimoni civili, operatività di tutti i servizi e le imprese durante lo Shabat, rimozione delle leggi sull’importazione di prodotti non-casher, sospensione dei sussidi alle Yeshivot ecc.), Tommy Lapid era un reduce della Shoa ed è scomparso nel 2008.

Chi si aspettava che Yair avrebbe raccolto l’eredità politica del padre è rimasto deluso. Con non poca sorpresa, Lapid ha recentemente dichiarato che il numero due della sua lista elettorale sarà Rav Shai Piron, capo dell’associazione delle yeshivot di Petach Tikva, direttore generale di Hakol Hinuch, il Movimento per l’Avanzamento dell’Educazione in Israele e fondatore dell’organizzazione sionista-religiosa Tzohar. Una mossa di marketing? Forse. Lapid deve togliersi di dosso lo stigma di suo padre per massimizzare i consensi e cosí facendo trasmette inoltre un’immagine di unione tra i gruppi sociali dopo anni di turbolenti scontri. O forse no, visto che il primo punto programmatico di Yesh Atid è far arrivare Israele tra i primi dieci paesi al mondo in materia di istruzione. Nonostante ciò, come suo padre, Lapid è ben determinato a fare in modo che anche gli ultra-ortodossi servano nell’esercito e che lo Stato smetta di elargire sussidi alle yeshivot.

Quello che sembra piacere agli israeliani di Lapid è proprio questo giocare fuori dagli schemi, marginalizzando i temi caldi della sicurezza nazionale e concentrandosi sui veri problemi dello Stato Ebraico, quelli per cui lo scorso anno centinaia di migliaia di manifestanti si sono battuti nelle strade del Paese: riduzione dei divari sociali, educazione, alloggi popolari ecc. Oltre sessanta anni di politica israeliana insegnano però che le reali chances di successo per la carica di Primo Ministro dipendono fondamentalmente da due promesse di cui il popolo israeliano ha bisogno: speranza sí, ma anche sicurezza. Per quanto riguarda la politica estera, anche Yesh Atid, come Kadima e Avodah, punta a rilanciare il negoziato con i Palestinesi, per raggiungere una soluzione con due Stati per due popoli, ma mantenendo israeliani i principali insediamenti ebraici in Cisgiordania. “Israele non deve perdere la sua maggioranza ebraica […] Senza un accordo di pace l’identità ebraica e sionista dello Stato di Israele sono in pericolo” – ha dichiarato Lapid, aggiungendo che il suo partito non si unirà a nessuna coalizione di governo se questa non garantirà la ripresa dei negoziati. Per quanto riguarda l’Iran, secondo l’ex-giornalista, l’opzione militare è ancora sul tavolo, ma deve essere considerata come l’ultima risorsa.

Intanto la rielezione di Obama in America ha ridato speranza al centro-sinistra israeliano, per il quale, nel formare una coalizione, l’apporto di Lapid potrebbe essere fondamentale e fattibile proprio in virtù di una comune visione in politica estera, sia per quanto riguarda la preferenza di una soluzione “Obamiana” del problema iraniano, sia per il rilancio dei negoziati con l’Autorità Palestinese.

Con il tramonto di Kadima e un impegno nella sicurezza e nei problemi socio-economici della società israeliana, Yesh Atid potrebbe essere il nuovo punto di riferimento per i centristi israeliani e un’alternativa ai principali partiti. Appuntamento al 22 Gennaio.

 

Alessia Di Consiglio

 


Manuel Kanahmanuel4 Ottobre 2011

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dal 11 al 13 Novembre si terrà a Torino il XVII Congresso Ordinario UGEI. In preparazione a tale evento e per tutti gli interessati a partecipare ai lavori congressuali riportiamo di seguito alcune “istruzioni per l’uso”. Ricordiamo che secondo lo Statuto UGEI al Congresso partecipano con diritto di voto (art. 13) tutti gli iscritti all’UGEI che ne abbiano fatto richiesta al Consiglio Esecutivo o alla Presidenza e che si siano presentati entro la prima giornata dei lavori (venerdì 11 novembre). Chi non avesse mai partecipato ad una attività dell’UGEI, per avere diritto di voto, deve farne richiesta al Consiglio Esecutivo entro quindici giorni dalla data del Congresso ([email protected])

 

Pagamento via bonifico intestato a:

Leone Hassan

Banca: Che Banca

IBAN: IT38B0305801604100570754912

Causale: Congresso Torino (nome e cognome)

 

Prezzi:

– 99 euro per i primi dieci iscritti entro domenica 9 ottobre  (previo invio email di conferma)

– 109 euro per chi paga tra il 10 ottobre e il 23 ottobre

– 129 euro per chi paga tra il 24 ottobre e il 31 ottobre

– 149 euro per chi paga dopo il 1 novembre e in contanti.

 

termine ultimo per disdire la prenotazione senza pagamento di penali: 24 ottobre

il pagamento deve avvenire entro le date stabilite dalle soglie dei prezzi

 

Ci vediamo a Torino!!

info: [email protected]

 

*ATTENZIONE: L’ISCRIZIONE E’ VINCOLANTE*

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