carlotta micaela jarach

Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 dicembre 2016
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Ovviamente sono in ritardo. La sveglia non ha suonato, e se non corro perdo la coincidenza. Che poi, cosa sto andando realmente a fare al Congresso dell’UGEI io, che mai ho partecipato a nessun evento, a nessuna festa, nemmeno quando stavo ancora in Italia? Chi lo sa, fatto sta che sono qui, forse un po’ per scappare dalla routine svizzera, forse per puro spirito giornalistico, su di un treno direzione Bologna.

Il viaggio è lungo, più che per i km, per l’attesa in dogana e poi il cambio a Milano. Arrivo a destinazione, riesco a trovare finalmente Naomi in quella che più che una stazione è un vero e proprio labirinto, e ci dirigiamo in albergo. Appena uscite in piazza delle Medaglie d’Oro, siamo catturate da quelle lancette ferme alle 10:25. Ed è curioso, penso: nessuno di coloro che incontrerò in questi tre giorni di Congresso era nato, nel 1980.

Non facciamo in tempo a visitare in fretta e furia la torre degli asinelli che entra Shabbat, e conosciamo formalmente i nostri compagni di viaggio: ragazzi dalle comunità di Torino, Livorno, Firenze, e poi Verona, Padova, Trieste, Bologna, Roma e ovviamente Milano.

Le mie convinzioni e i miei stereotipi si fanno via via più fragili: non è per nulla l’ambiente chiuso che mi ero immaginata. Sorrisi e domande di chi davvero è interessato a conoscerti, mani che cercano di stringere le tue come si confà ad ogni primo incontro che si rispetti. Mozioni per far iniziare al meglio il nuovo anno e interlocutori attenti tra cui la Presidentessa dell’UCEI Noemi Disegni, il Consigliere UCEI Livia Ottolenghi (“Scuola, formazione e giovani”), e Saul Meghnagi (Coordinatore sezione “Formazione e giovani”), che ci hanno sul serio ascoltato, come poche volte avviene tra generazioni: in questo clima abbiamo eletto il Consiglio del 2017. I nomi? Ariel Nacamulli, Giorgio Berruto, Filippo Tedeschi, Ruben Spizzichino, Matteo Israel, Elena Gai, Benedetto Sacerdoti. Quelle stesse facce con cui ho scambiato battute, e da cui ho ascoltato raccontare barzellette ebraiche nella hall di un hotel, saranno ufficialmente da ora i miei compagni di viaggio. O meglio, nostri. Miei e di Naomi. Perché – ebbene sì – ci hanno incastrate. Date il benvenuto a due dei componenti di un gruppo di lavoro sul tema comunicazione.

Ovviamente, made by UGEI.

Da Mosaico, sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano

Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera
Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera

Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 giugno 2016
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Illustrazione di Emanuele Luzzati

Cosa vuol dire essere ebrei? Gli ebrei sono per eccellenza il popolo delle domande, quindi mi sembrava doveroso iniziare con una domanda.
Da sempre io nel mio piccolo ho cercato di indagare e di ritrovare il significato che ha per me questa eredità, conscia del fatto che non avrei mai potuto trovare una risposta definitiva, né per me, né per altri.

Che cosa intendiamo noi con Comunità, che caratteristiche ha questa realtà di cui facciamo parte, o che invece ricerchiamo? Che significato ha conservarci nel corso del tempo? L’unica risposta che mi sono data si chiama ”religione”, ma essa stessa racchiude in sé una domanda. Esiste una sola religione ebraica? Una religiosità condivisa? Oppure una sorta di relazione particolare con l’Eterno, relazione che si può definire ebraica, che fa quindi da collante tra tutti noi? Un tempo la religiosità c’era, ma ora? Ora la si chiama tradizione, la si chiama comunanza, per gli estranei magari tenacia. Ma non necessariamente la risposta é “religione”. Se fosse “nazione”? Certo, sappiamo bene che Israele c’è ed esiste e resiste con la sua vita travagliata, ma anche prima del 1948 l’ebreo è sempre stato ebreo, ebreo nel mondo, nella diaspora, ebreo ricco di relazioni con i popoli più diversi. L’ebreo è ed era solo, non nel senso brutto del termine: era solo davanti al mondo, autonomo, e da questa sua autonomia derivava la sua grande forza.

Martin Buber
Martin Buber

Viaggiando mi è capitato di incontrare le persone più diverse ed eterogenee: ma ecco che l’incontro con un ebreo era speciale, scattava qualcosa, qualcosa di strano, inusuale, come se quello sconosciuto non fosse in realtà così sconosciuto. Chiamiamola comunanza di sangue, di religione, di idee, ma quel qualcosa di (mi piace di più) ”magico”, non l’ho mai davvero capito. Ci sentiamo parte di qualcosa di grande di immenso di invincibile: ma poi dopo i nostri viaggi ritorniamo alla normalità, agli ebrei che conosciamo, alla nostra grande o piccola Comunità, e ci dimentichiamo tutto. Di quanto sia forte un popolo che tra mille diversità è comunque unico. Forse sbagliamo a monte, vedendo la Comunità sempre e solo come un ente, e non come ciò che realmente è: collettività. Forse dovremmo cambiare la nostra visione dell’ebraismo, inteso non come religione né come nazione, ma come tutto il resto, come collante in una collettività: non solo come passato (o passati), ma come avvenire, futuro. Dovremmo essere, come diceva Buber, illimitati nel tempo. E forse così riusciremo a dare delle parziali risposte ai nostri interrogativi; sempre finché non ci verrà in mente un’altra domanda.

Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera
Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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