benedetta grasso

Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 aprile 2018
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Penina Moise

Quando si pensa alla città americana con il maggior numero di ebrei e con la storia ebraica più densa di eventi e riferimenti culturali, affiorano sempre immagini di quartieri di Brooklyn pieni di cappelli neri il sabato mattina, dei palazzi dell’Upper West Side dove quasi tutte le porte hanno le mezuzot, dei soliti comici e autori; insomma non ci si sposta molto dall’Hudson e dall’East river. Oppure al massimo si pensa a quei contesti che hanno accolto gli ebrei in fuga dall’Europa durante il nazismo. In realtà fino a fine ‘800 – con il picco più alto nel 1830 – la più grande comunità ebraica del Nuovo Mondo era immersa nei profumi del tè freddo alla pesca appena fatto, nei suoni del banjo country, nelle tenute di “Via col Vento”, in estati con una luce magica passate tra i campi e le “porches” (verande) delle case coloniali e fiumi e spiagge da sogno. Charleston, ironicamente soprannominata la Città Santa per la quantità di chiese antiche del ‘600,  ha ospitato migliaia di ebrei dal 1695, soprattutto sefarditi, per secoli, anche grazie alla proclamazione di John Locke che garantì a tutti i coloni, con particolare riguardo per ebrei, miscredenti e simili, la libertà di professare la propria religione e portò quindi a un’emigrazione di massa di quasi tutti gli ebrei sefarditi di Londra (e in parte dell’Olanda). Ancora fino agli anni ‘50, una delle sue vie principali, King Street, che tra le palme, l’architettura potrebbe sembrare Israele, veniva completamente chiusa il sabato e non ci camminava anima viva. Era una comunità colta, ricca, che si distingueva dai proprietari terrieri bianchi protestanti e cattolici, mantenendo una sua identità riconosciuta persino dal presidente Washington o da funzionari importanti, ma partecipava alla guerra, alle funzioni ufficiali e alla creazione del paese nascente. Il più antico cimitero ebraico del paese, Coming street cemetery ha più di 600 tombe (è uno dei vari della zona) tra cui quella di chi ha combattuto l’American Revolution, una Spoon River di storie incredibili, tra cui quella di Penina Moise. Non sarete accolti come stranieri qua, venite nelle case e negli abbracci della libertà” sono i versi finali di una delle sue poesie.

Penina era nata in una luminosa giornata di aprile del 1797, la sesta di nove figli di cui alcuni erano nati nei Caraibi, in un’isola in cui era nata la madre, un’immigrata belga sefardita, discendente dalla cacciata di Spagna. Il padre Abraham era un mercante dell’Alsazia.  Faceva da infermiera, studiava, scriveva poesie e articoli su miriadi di argomenti politici e culturali, insegnava, aveva un sense of humor fuori dal comune anche quando divenne povera durante la Guerra Civile e componeva centinaia di inni per la sinagoga. Oggi guarderebbe felice un suo concittadino ‘gentile’ come Stephen Colbert usare l’ironia e l’intelligenza per discutere del mondo costantemente come faceva lei e sarebbe felice che la sua “hometown” è una delle gemme degli Stati Uniti, lontana dagli stereotipi, attira i giovani più brillanti del paese, ha una qualità della vita altissima, unendo gli stimoli da festival culturali, eventi cittadini, scuole eccezionali, a una vita più connessa che nelle campagne, ma con anche lo charme della small town; ha alcuni tra i ristoranti e street food migliori del mondo, vie antichissime che sembrano uscite da un quadro. Come Austin in Texas, Nashville in Tennessee, Portland in Oregon, è una città che non è né provincia sperduta né metropoli, ma un po’ come Ferrara o Livorno, più in disparte ma con un’anima ben definita. Dopo i primi arrivi a fine ‘600, quasi un secolo dopo c’erano già diverse congregazioni, di cui la più importante Beth Elohim, e la benedizione di George Washington che aveva scritto diverse lettere alle comunità ebraiche garantendo la sua protezione ‘sia nella vita quotidiana che in quella eterna’. Nell’immaginario collettivo del Sud moderno l’ebreo è lo yankee che viene dal Nord nevrotico, ridicolizzato, ma fino a fine ‘800, i rapporti tra comunità di diversi credi ma  simili nello stile di vita, tradizioni pragmatiche e di duro lavoro, erano idillici, lavoravano a stretto contatto con il congresso (Francis Salvador fu il primo ebreo eletto).

I primi Seder di Pesach mentre confiscavano il tè, ribellandosi, imitando i loro connazionali di Boston per ribellarsi alla corona, avranno avuto un sapore diverso cantando e pensando alle catene dell’Inghilterra alla ricerca di una nuova terra e non stupisce che la comunità si attivasse per comprare le matzot a chi non potesse permetterselo. Intrecciandosi alle guerre, le ideologie politiche più diverse, ma soprattutto la tzedakà. Per ogni immigrato ebreo (e non) malato che arrivava c’era la Hebrew Benevolent Society dal 1784, dopo terremoti e uragani erano gli ebrei che avevano raccolto fondi per ricostruire la città e aiutarsi. Mentre Eliza Hamilton, la moglie di Alexander, fondava uno dei primi orfanotrofi a New York, gli ebrei di Charleston fondavano nel 1801 la Hebrew Orphan Society. Anche se ci furono sicuramente ebrei proprietari di schiavi, la sensibilità alle problematiche etiche si mischiava con le difficoltà di un’altra minoranza che cominciava a combattere per i propri diritti, quella degli afroamericani. Non è un caso che i Gerschwin decidano di andare a Charleston a scrivere Porgy and Bess, lo spettacolo che racconta delle pene delle famiglie di colore della città, infuse però nel dialogo dei dolori di altri perseguitati e delle loro storie familiari. Summertime, forse una delle canzoni più famose di tutti i tempi ha melodie yiddish.

Oggi Charleston non è più così centrale nel panorama ebraico, i suoi numeri scesero vertiginosamente a causa della povertà e malattie fino ad accogliere nuovi arrivati con la seconda guerra mondiale ma che portarono con sé le usanze di un ebraismo più moderno e vicino al nostro. Eppure non nega questo suo passato. Nella modernità poi arriva il politically correct, cibo kasher nelle scuole, ci sono diverse sinagoghe attive e i discendenti del primo ebreo di Charleston, un olandese che faceva l’interprete per John Archdale o del primo hazan Isaac Da Costa. A volte per chi la vede dall’Europa, l’America si porta dietro lo stigma di essere una nazione giovane, e ci si dimentica che si vivevano situazioni molto simili a quelle raccontate sui libri di storia europei. La comunità di Charleston raddoppiò a metà ‘700 dopo l’invasione spagnola della Georgia del 1733: per paura di una nuova inquisizione gli ebrei si spostarono nello stato accanto. Di questi mercanti, traduttori, intellettuali erranti, finanzieri, che passarono da qui, oggi rimangono poche migliaia.

Beth Elohim, la più importante sinagoga di Charleston

Oggi la bandiera della Confederacy – che un tempo era simbolo di orgoglio patriottico in un senso più ampio del termine e, anche se rappresentava i valori dei perdenti, quelli sbagliati per la schiavitù, non era un simbolo d’odio – è stata pian piano inglobata nelle varie ondate del Ku-Klux-Klan, fino ai movimenti neonazi moderni. Non a caso l’America si è divisa recentemente sulle statue dei confederati, non tanto per riscrivere il passato cancellando quelli “meno perfetti”, ma perché sono diventati luoghi di ritrovo di gruppi astiosi di estrema destra con le fiaccole e spesso antisemiti con cartelli espliciti contro gli ebrei (come nelle manifestazioni della non lontana Charlottesville l’anno scorso) e occasione per vandalismi contro sinagoghe, luoghi ebraici. La cultura country e folk ha assorbito alcune modalità dello storytelling ebraico, ne ha sparso indizi in alcuni suoi canti politici, alcune ballate piene di colpi di scena e ironia. Un protestante perbene di alcune piccole città della Carolina del Sud ha più in comune come valori con gli ebrei rimasti, di estremisti politici. Charleston però rimane uno di quei luoghi che sembrano un po’ quei libri per bambini dove tirando una piccola linguetta sulla pagina, si rivela un disegno nascosto. Le vie colorate piene di colonne bianche, botteghe di oggetti antichi portano tutti nomi ebraici, le vigne sulle colline della Carolina de Sud fanno riecheggiare le ultime lettere di Penina in cui decantava i poteri del vino come inno alla vita, e Summertime, cantata da quasi ogni artista musicale vivo o morto, diventa quindi un canto di Pesach, di ricerca della libertà perché una di queste mattine “ti sveglierai cantando e aprirai le ali e ti lancerai verso il cielo”.

Fly from the soil whose desolating creed,
Outraging faith, makes human victims bleed,
Welcome! where every
Muse has reared a shrine,
The respect of wild
Freedom to refine.
Upon OUR Chieftain’s brow no crown appears;
No gems are mingled with his silver hairs.
Enough that
Laurels bloom amid its snows,
Enriched with these, the sage all else foregoes.
If thou art one of that oppressed race,
Whose name’s a proverb, and whose lot’s disgrace,
Brave the Atlantic—Hope’s broad anchor weigh,
A Western Sun will gild your future day.
Zeal is not blind in this our temp’rate soil;
She has no scourge to make the soul recoil.
Her darkness vanished when our stars did flash;
Her red arm, grasped by Reason, dropt the lash.
Our Union, Liberty and Peace imparts,
Stampt on our standards, graven on our hearts;
The first, from crush’d Ambition’s ruin rose,
The last, on Victory’s field spontaneous grows.
Rise, then, elastic from Oppression’s tread,
Come and repose on Plenty’s flowery bed.
Oh! not as Strangers shall welcome be,
Come to the homes and bosoms of the free.

Penina Moise (1797-1880 – Charleston, South Carolina)

Benedetta Grasso


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 maggio 2017
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Norman Oppenheimer Strategies. Questo c’è scritto sul biglietto da visita. Cosa vuol dire? Tutto e nulla. Norman vive per aiutare. La sua massima soddisfazione è rendersi utile in un senso esistenziale, più che economico. Si infila tra le vie innevate di New York, insegue il parente, l’amico, il rabbino, il collega, quella persona influente che pensa di conoscere meglio di quanto conosce, racconta di uno all’altra, ha i loro contatti. Sembra un senzatetto di classe, non un “mafioso”: è ossessionato dagli altri, dal farsi apprezzare, ma sottotono. Non si capisce bene dove viva. Offre connections, ma non è un businessman. Vede l’intera città come un piccolo villaggio, dove al posto di galline, uova e latte, in gioco ci sono ammissioni a Harvard del figlio di un politico.

E’ eccentrico ma all’inizio sembra ancorato alla realtà: certo magari a una persona dice di conoscerne un’altra, o imbellisce alcune parti del racconto, ma non è un inganno, sembra trascinato dalla sua stessa ossessione, un business altruista. Che business poi? Tutto. Consigli, rapporti, ma fatti di un innocente “Quello è il figlio di Salomon?”, “Se vieni a questa cena ti presento Taub di una delle famiglie più influenti”, poco importa se alla cena non era neanche stato invitato, il contatto si crea anche così e magari funziona pure. Anche quando attacca bottone con una donna, sul treno, la chiacchierata sembra solo quella di un vecchietto un po’ petulante ma con buone intenzioni. La donna poi si rivela essere a capo di un’associazione investigativa, ma questo avrà molta più importanza dopo (no spoilers).

Norman conosce un uomo, un ministro del commercio israeliano, a cui per qualche giorno a NY inizia a dare consigli, dall’economia a dove comprare vestiti e volendoselo ingraziare (nonostante questo ironizzi che in Israele più ti vesti con abiti costosi e peggio è per un politico alle prime armi) gli compra un paio di scarpe costosissime. Pochi anni dopo questo stesso uomo diventa Primo Ministro in Israele e questo regalo, insieme al rapporto su cui Norman ha fantasticato, crea uno strano legame tra i due.

Quando Norman lo vede a Washington e viene riconosciuto e abbracciato ha la certezza di aver conquistato un posto d’onore e la sua vita si ribalta. Poco dopo – in una delle scene più  interessanti del film – questo mondo di connessioni di serie A prende vita attraverso proiezioni surreali attorno a lui con ognuno dei membri di diverse associazioni, esponenti di tipi di ebraismo, organizzazioni a cavallo tra i paesi, lo circonda e spiega cosa fa, come se tutti parlassero con lui. (Chiunque sia mai stato a una convention dell’AJC, AIPAC, ZOA o simili, ha sentito quelle frasi alla lettera).

E’ amato dalla sua comunità che infatti, pur prendendolo in giro, si fida di lui, dopo gli anni di successo, per poter salvare la sinagoga, chiedendogli di trovare un donatore: lui inizierà a tessere una rete di favori impossibili, non da “Lupo di Wall Street” ma da disperato, sempre più contorti, promettendo un donatore inesistente, convincendo il rabbino ad aiutare un parente che vuole sposarsi con una coreana che non è stata convertita nel modo giusto e così via… Infine quel regalo fatto tanti anni prima avrà conseguenze enormi sull’immagine del Primo Ministro in Israele e anche tragiche in America…

Il regista Joseph Cedar

Il film “Norman: The Moderate Rise and Tragic fall of a New York Fixer” è diretto da Joseph Cedar, un regista israeliano, nato in una famiglia ortodossa, che aveva diretto  “Footnote” ,  un capolavoro nominato agli Oscar,  anche quello focalizzato sulle minuzie delle parole, degli scambi contorti e di personaggi eccentrici che vivono in una bolla a se stante.

Ogni gruppo etnico ha rapporti interni a gomitolo e vive di connessioni: in un paesino siciliano non c’è solo la mafia, ma anche il bar e per gli ebrei è uguale, le connessioni non sono solo “lobby”, ma esperienza di vita inevitabile. Uno studente arriva in una nuova città e viene trascinato in diversi circoli ebraici a catena. In molti casi c’è totale libertà, non è settario, auto-ironia o percorsi diversi, ma è un tratto culturale innegabile legato a una certa chutzpah e un calore delle comunità allargate, con pregi e difetti. A chi è stato in Israele saranno capitate scene assurde come un tassista che si offre di portare i bagagli sotto casa, poi lascia il proprio biglietto da visita e dopo aver saputo che lavoro fai ti dà il contatto di suo figlio, ma allo stesso tempo pochi giorni dopo organizza una cena presentandoti all’intero quartiere. O un host di Airbnb che scopre che la signora che ha preso l’appartamento fa l’editrice e inizia a portare libri e capitoli sempre più improbabili, o a portarla in caffè di Tel Aviv.  O a NY trovarsi in un ufficio pieno di carte di un vecchio ebreo sefardita che calcola le tasse su fogli a matita, senza occhiali, sente la sua intera famiglia al telefono perché vuole che compri il giornale dell’amica della figlia e ci faccia una donazione. O forse questi sono esempi troppo specifici… ma da cui traspare il senso di un’esperienza collettiva. Forse non diversa da una siciliana a Milano, ma con un sapore ebraico. Sono scene buffe e fanno parte dello spirito sabra, pragmatico, e anche un po’ artistico: storytellers, creatori di tele vaganti, diretti.

Questo film – di cui non rivelo alcuno spoiler, oltre a queste premesse – solleva però una questione interessante dal punto di vista etico, simile a quella del “Mercante di Venezia”. Il Mercante in Shakespeare incarnava diversi stereotipi ebraici, avaro, ansioso, “introdotto” in alcuni ambienti, eppure la sua fine tragica, il battesimo forzato ne fa anche un eroe per gli ebrei, e merita una visione sfumata. Shakespeare non era ebreo e quindi i tratti sono più generici, ma nel Mercante ci sono anche tanti elementi ebraici millenari: come per Norman in questo scambio continuo di beni, in questo vagare ai limiti della società per necessità (dopo aver perso le terre nel Medioevo) c’è la loro forza e fascino.

Un film non deve mai seguire una morale, nessuno è obbligato a “far fare bella figura” al proprio gruppo etnico, a lavare i panni sporchi in famiglia, anzi, sarebbe un affronto alla creatività,  ma il cinema fa i conti con alcune responsabilità, volente o nolente. Tanti romanzi a tema ebraico sono riempiti di personaggi problematici, inquieti e inquietanti e ci sono film israeliani meravigliosi che raccontano di alcune frange ortodosse con dettagli vissuti, ma strappando il sipario e denunciando un male, un dolore enorme, meglio se raccontato dal punto di vista personale e non generalizzato. Ci sono commedie o drammi che si appoggiano molto a stereotipi ebraici ma utilizzandoli come punto di lancio o introdotti nell’immaginario comune. Sono spesso però una sorta di lettera d’amore a una propria “famiglia” nonostante alcuni difetti.

“Norman” è una questione diversa. Da un lato non mostra personaggi cattivi di per sé, non rende il suo protagonista un Bernie Madoff dei poveri, né un truffatore, né un menzognere consapevole, ma più uno scemo del villaggio, un personaggio mercuriale. Mostra addirittura Israele come un paese forte, meraviglioso, i rapporti tra USA e Israele sono stretti e codipendenti, ma senza alcuno spirito di denuncia. E’ la realtà. Il Primo Ministro israeliano, un Justin Trudeau sabra che arriva persino a un fantomatico trattato di pace,  dice una frase che racchiude l’essenza di quello per cui Israele esiste: “L’opposto del compromesso è la morte”, sottintendendo anche una cultura della morte dall’altra parte.

Eppure in un mondo antiglobalista e sempre più preso da dietrologie fa comunque effetto come si racconta oggi uno “stereotipo” o una maschera, soprattutto conoscendo New York solo da fuori (Cedar, il regista, è nato in Israele). Un addetto ai lavori, una persona ironica, una persona interna a quel mondo lo vede come una metafora colta di alcuni effetti a catena e di personaggi cittadini tipici, ebrei erranti, mendicanti di favori, un meddler, un fixer… Uno spettatore che ci ha potato la fidanzata, annoiato, può vederci un film dove ogni ebreo guadagna qualcosa con un favore e una lobby, certo condannata, che esiste e alcuni meccanismi che fanno pensare ai “Ponzi schemes” che tanto hanno dominato le news anni fa… Ognuno ne trae quello che vuole, ma è interessante guardare alle due facce della medaglia. Il finale è geniale e legato alle sorti del Primo Ministro in un modo inaspettato.

Il film potrebbe essere tranquillamente ambientato negli anni 70 per come mostra i rapporti umani e la città stessa, gli iPhone stonano e lo catapultano nel 2016  e le relazioni USA-Israele sono più  vicine a quelle dell’era Clinton e Bush, in uno strano mix che da un lato è geniale, dall’altro forse un punto debole non da poco, che confonde un po’ le idee e rende meno validi alcuni momenti, essendo tutti i personaggi inventati, soprattutto nell’epoca più densa di notizie in cui viviamo. E’ anche casuale che in Francia uno degli scandali delle elezioni presidenziali che ha coinvolto François Fillon è stato legato a “regali” in forma di abiti da uomo da 12000 euro…

Il film galleggia come il suo protagonista che si vanta del fatto che “continua a nuotare”, la sua intera vita passata è un mistero che emergerà pian piano. Richard Gere in versione ebreo newyorkese è sorprendentemente convincente e Steve Buscemi che fa il rabbino vale tutto il film. Non è una commedia, non sono personaggi alla Adam Sandler o Ben Stiller, ma sembra una fotografia di quei passanti distratti, eminenze grigie della città, acrobati su un filo invisibile…

Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006

Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 marzo 2017
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purimssOggi li vediamo su Youtube, a Broadway organizzati a volte anche da attori ebrei importanti nei giri artistici di Manhattan, nelle miriadi di associazioni ebraiche, nelle sinagoghe, in piccole produzioni amatoriali, nelle scuole, nelle case, osservando il bambino che sbuffa perché la mamma l’ha costretto a recitare di fronte agli zii, quello che da grande sogna di essere un comico e lo usa come trampolino di lancio. Ci si cimentano grandi giornalisti del New Yorker come Adam Gopnik, improvvisandosi in discorsi esilaranti e pieni di riferimenti culturali, comici, i fumettisti satirici, autori teatrali, tra i primi vati del genere c’era Sholem Aleichem.

Sono i Purimspiel. La quintessenza dell’esercizio di stile teatrale ebraico, la risposta yiddish alla commedia dell’arte nata nel 1500. Spiel in yiddish significa gioco, spettacolo, come play in inglese e il teatro yiddish, sbocciato poi con i vaudeville nel Lower East Side, ha dato origine al teatro e al cinema negli Stati Uniti e ha piantato radici diverse che nel resto del mondo.

Purim a Brooklyn (1925)
Purim a Brooklyn (1925)

Purim non è solo una festa che celebra il travestirsi, l’irriverenza, un’occasione per la tzedakah, un rito religioso, o una “fashion week” dei più piccoli, ma tra letture della megillah notturne nei bar del Village è l’apice della creatività teatrale. Negli shtetl questa improvvisazione amatoriale aveva inavvertitamente stabilito le mansioni odierne del cinema, portandole poi a Los Angeles a inizio ‘900, insieme alle invenzioni di Edison: gli artigiani diventavano costumisti, i musicisti davano un ritmo che avrebbe predetto i cantanti folk di oggi, gli studenti sceneggiatori e attori, a volte acrobati. Le famiglie che avevano più soldi, dopo l’emigrazione in America, pagavano anche i pranzi nelle yeshivot, perdendo l’aspetto errante dell’andare di casa in casa. I primi film yiddish girati nel nord dello stato di New York o nel New Jersey cercavano di ricostruire lì paesaggi dell’Est Europa o a volte biblici, con protagonisti nevrotici, ossessionati dalla cultura e dallo studio, auto-ironici…

Durante Purim, come per qualsiasi altra festa ebraica la dimensione newyorkese è sempre diversa, nonostante l’atmosfera recente di minacce, cimiteri violati e tensione di vario genere. Nella sua forma tradizionale Purim interessa principalmente famiglie con bambini, in quella più festaiola i ventenni e trentenni con l’ormai famosissimo “Purim Ball”. La tradizione del Purimspiel, come spettacolo o comicità folle, però è stata preservata da associazioni nate nell’ ‘800 come un gioco creativo, non un racconto letterale come a Pesach, e nello spirito del sovvertimento del mondo di Purim, l’ironia regna sovrana: possono essere monologhi, o diversi attori che si passano la palla nel raccontare vari passaggi della storia di Esther, ma anche performance art o inserti folli e surreali sui giornali come il New York Times.

Purim a Beit Shemesh, Israele
Purim a Beit Shemesh, Israele

E’ un trolling intellettuale e artistoide, non per forza politico (a parte qualche eccezione recente), ma fondato su maschere che in realtà c’entrano poco appunto con la storia di Purim in sé e che è più radicato nell’Est Europa e quindi ora nel Lower East Side e in alcune parti di Brooklyn: i payats sono i pagliacci, lets i buffoni, i comici, nar lo scemo e il marshalik, colui che guida la cerimonia.

Però perché a Purim allora? Oltre all’uso di queste figure simili al nostro Arlecchino e Pulcinella, ma che hanno posto le basi della comicità ebraica moderna nelle sue varie forme, il Purimspiel è l’origine della parodia, inizialmente nella forma di canzoni a cui venivano cambiate delle parole e poi diventando un corso di scrittura creativa con vino e megillah: si può raccontare la storia dal punto di vista del re Assuero? E da quello di un personaggio minore o che non esiste come il fratello o la sorella di qualcuno? E’ il primo caso di fan-fiction.

Durante l’Illuminismo ebraico, l’Haskalah, le parodie diventano più taglienti e più contemporanee, ispirate anche al confronto tra i nuovi razionalisti e chi sceglie un approccio più letterale, impostando la sfrontatezza allegra come standard e unendosi agli obblighi tradizionale della gioia, dello studio (e dell’ubriachezza!). Il teatro inizialmente era visto come pagano ai tempi dei romani, ma questo anche perché erano i tempi dei gladiatori, non era atipico che un ebreo fosse nella bocca dei leoni… poi la farsa e il melodramma ha preso piede.

consiStranamente, a parte qualche tentativo semiletterale di Amos Gitai e produzioni israeliane, o qualche menzione o film minore internazionale, Purim rimane sui palchi e non passa nei cinema. Un film indipendente che non ha avuto troppo successo è “For Your Consideration?” (2006), scritto da Christopher Guest e Eugene Levy, che prendeva in giro la frase che di solitao si allega quando si mandano film agli Oscar. Con attori importanti e guest star, ci sono anche comici come Ricky Gervais. Nel film si segue una troupe che sta girando il film “Home for Purim”, con pochissimo budget, con un’attrice principale che è famosa per essere l’immagine di una marca di Hot-dog kasher che pubblicizza indossando poco o niente (già famosa per un ruolo come prostituta cieca negli anni ‘80). Nel film fingono di essere i genitori di una famiglia ebraica negli anni ‘40 ed è tutto completamente ridicolo. Nessuno va home for Purim (a casa per Purim), non è Pesach e questo è già il primo aspetto assurdo, l’altro è che questo film a costo zero inspiegabilmente inizia a far parlare di sé per gli Oscar.

purimsIronicamente invece qualsiasi tentativo più entusiasta perde un po’ l’irriverenza. Ci sono cartoni fatti da gruppi religiosi dove si inseriscono elementi divini riadattando il libro di Esther che è l’unico che non ne fa menzione. E poi c’è “Meghillas Lester”, che è stato descritto come un mix tra la Pixar e “Ritorno al Futuro”, un cartone che in effetti a livello di animazione è piuttosto avanzato: la storia parla di un ragazzino ebreo americano, Lester, che sta appunto per mettere in scena il Purimspiel con la scuola ma sviene e si ritrova all’epoca di Haman, fa vari pasticci spazio-temporali e deve trovare un modo di salvare gli ebrei per sempre con Esther. Semplice ma ha riempito un buco nel mercato.

E’ importante ricordare che lo studio, l’interpretazione e la lettura obbligatoria, anche se magari gioiosa, è diversa dal Purimspiel. Inoltre a volte ci possono essere recite moderne non per tutti, che si legano a cause di diritti civili o di giustizia sociale.

Insomma a New York il Purimspiel è un affare semiserio, ma molto serio. Forse una delle goliardate che sarebbe prudente lasciare da parte quest’anno è quella di inserire una notizia falsa o satirica sui giornali: in tempi di fake news, il confine tra farsa e dramma è labile.

Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006
Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006

Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 gennaio 2017
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trump“Cacciate i pregiudizi dalla porta, rientreranno dalla finestra”, diceva Federico II, ed è più o meno quello che passa nella testa di molti ebrei americani dopo le elezioni di novembre. Non perché sia successo qualcosa di così drammatico, ma per un cambio di tono di fondo, non solo politico, che improvvisamente rende l’America più simile all’Europa, un potenziale pericolo a lungo termine, non immediato. E’ spuntata una serie di dilemmi per gli ebrei americani, che sembrano immersi in un eterno gioco di “schiaccia la talpa”, dove il focus su che tipo di antisemitismo condannare… o come interpretare alcuni incidenti, cambia a seconda di dove batte il martello.

Non si può dire che sia un’epoca di panico, o chi lo dice esagera, per una ragione o per un’altra; non si può dire che questa amministrazione sia per forza la salvezza per gli ebrei, ma nemmeno la sua condanna. Il punto è proprio cosa si guarda. Il punto è proprio che c’è chi non guarda, guarda un solo aspetto e non l’altro. L’atto singolo o la politica estera, la frase antisemita o le parentele? In un’epoca dove il lavoro sulla tolleranza domina, dove ci sono persino eccessi di political correctness in un paese come l’America sembra ridicolo preoccuparsi degli ebrei. Ci sono tanti risvolti contraddittori e cambiamenti epocali, non percepiti oltreoceano, che meritano di essere esplorati, riflettendo anche sul fatto che il presidente americano giura sulla costituzione durante la settimana della Memoria, vicino al 27 gennaio.

Trump sale al potere dovendo gran parte del suo successo al genero Jared Kushner, un ebreo “esemplare”, che ha mosso le pedine giuste durante la campagna, che ha convertito la moglie Ivanka, amato da molte associazioni ebraiche, eppure deve anche la sua enorme popolarità a Alex Jones o a milioni di negazionisti su Twitter (e nella realtà…) che sostengono che la Shoah sia stata un’operazione meno terribile di quanto si pensi.

Jared Kushner con la figlia di Donald Trump, Ivanka
Jared Kushner con la figlia di Donald Trump, Ivanka

Com’è possibile? Sceglie David Friedman come ambasciatore in Israele, un altro ebreo dal curriculum perfetto, amico di Israele, e promette un’ambasciata a Gerusalemme facendo felice lo zoccolo duro di molte comunità, ma allo stesso tempo non ha la conoscenza basilare della cultura ebraica, ha alleanze con Putin che ha discriminato gli ebrei ucraini e non condanna apertamente marce e raduni fatti in suo nome, dove si fa il saluto nazista a Manhattan. Ha una posizione su Israele più chiara, urlata quasi, in una fase dove John Kerry e Obama alienano persino gli ebrei più democratici, ma dalla sua vittoria i neo-nazi del Montana hanno fatto liste di tutti gli ebrei che abitano in alcune città. L’hanno votato rabbini e veri neo-nazi (non adolescenti annoiati e violenti, neo-nazi veri), immigrati latinos e anti-immigrati e questo porta a farsi delle domande.

Per esaminare alcune contraddizioni bisogna capire come quest’elezione e lo stato degli ebrei in America sia tutto meno che bianco o nero, ma anche i rischi nell’appoggiare un politico senza porsi domande. E’ più “utile” agli ebrei americani un presidente che fa un seder di Pesach “cool” con mille riflettori puntati come Obama, con gioia, ma viene criticato per la politica estera? O un potenziale discorso di Ivanka Trump e un incontro tra i mille che il padre farà con Netanyahu? Non è una questione così semplice di politica interna vs politica estera, ma di come vivranno gli ebrei americani per i prossimi quattro anni.

Qualche mese fa alcune amiche ventenni sono andate a incontrare Ivanka in Florida in una sinagoga vicino a Miami, dove il “pandering” (ovvero: il discorso politico costruito ad hoc per il gruppo cui ci si rivolge) agli ebrei era la norma. La mamma di una ha chiesto: “Cosa farà contro l’antisemitismo che è aumentato vertiginosamente durante queste elezioni?” Ivanka ha tentennato. La signora ha offerto dati, ha raccontato come i giornalisti ebrei siano stati segnalati su Twitter con le parentesi ((( ))), lei l’ha assicurata che inviterà il padre a Shabbat spesso… Eppure quella madre ortodossa e aperta ai Trump si stava chiedendo non “cosa succederà nel governo?” ma “come sta cambiando la vita di un ebreo moderno, malmenato dove prima camminava fischiettando la canzone del ‘Violinista sul tetto’?” E’ un antisemitismo specificamente contro gli ebrei oppure sono atteggiamenti e ragionamenti di stampo antisemita (comunque gravi) diretti contro un’idea astratta di potere, un occidente globalizzato o alcuni capri espiatori?

Niente è stato tradizionale in quest’elezione, vero o falso, destra o sinistra, guerra fredda o twitter flame wars, quindi facciamo un passo indietro. Partiamo dal presupposto che per quanto non ami Trump – principalmente per il fatto che ha distrutto alcuni meccanismi istituzionali sani e incoraggia un’anti-cultura che ignora i fatti empirici — non è l’apocalisse. E so bene quali sono le ragioni che spingono ad appoggiarlo per alcuni ebrei europei: la sfiducia negli estremi di una sinistra debole o a volte davvero antisemita, dietro varie maschere, la fiducia in governi precedenti americani di destra (anche se Trump non è di destra), qualche frase che mette al primo posto la sicurezza di Israele, qualche scelta azzeccata.

So anche che l’analisi eccessiva che i social media ci permettono di fare oggi, fanno guardare a ogni scelta del suo team con un’attenzione esagerata, come un’accozzaglia di matti, di cui possiamo scoprire ogni scheletro nell’armadio su Google. Alcuni sono inesperti o appoggiano idee molto limitanti, altri però non sono i mostri dipinti dai democratici. Mi hanno infastidito amici democratici che hanno paragonato la vittoria alla Kristallnacht (la Notte dei cristalli), ma ho visto anche episodi di antisemitismo a Manhattan, vetrine rotte… che mai avrei immaginato in tutta la mia vita, e mai ho visto in 10 anni, ho visto cambiare un linguaggio online, ho affrontato discorsi che non facevo dal liceo in Italia, quando normalmente in Usa parlare di argomenti ebraici era come parlare del tempo. Ho visto risorgere visioni revisioniste che un tempo appartenevano ai gruppi agli estremi.

kristPer tutta la campagna mi sono immersa in narrative diverse da quelle mainstream cercando tra i tanti, tantissimi supporter di Trump tutti quelli che non corrispondevano a stereotipi, il motivo per cui, al contrario di molti democratici o di chi si appoggiava solo ai numeri, ero sicura della sua vittoria. Gente colta, con valori che l’hanno votato. Non li ho demonizzati. Ascoltandoli attentamente non ho percepito ideologie ben definite pericolose, ma più un generale senso di frustrazione e tantissimi elementi che ho affrontato in altro genere di articoli.

Ho accettato le critiche alla Clinton, ma ho seguito ogni giorno i suoi acerrimi nemici tra l’estrema sinistra e la cosiddetta alt-right (estrema destra) o idoli twitter come Bill Mitchell, e contro di lei si è sprecato in un modo da far paura ogni singolo elemento dell’antisemitismo da manuale, teorie del complotto spaventose. Contro Trump non mancavano gli insulti, ma non erano mai antisemiti. Non sono esagerazioni ma il proliferare di immagini da troll con simboli antisemiti, passaggi del “Mein Kampf”, pensieri dei peggiori teorici post-verità dell’estrema destra e sinistra, contro chi controlla il potere, l’accusa alla Clinton di non essere abbastanza sicura su Israele, ma poi la valanga di insulti molto pesanti per un’email amichevole mandata da Hillary a un Rotschild. Dove Rotschild era visto come il demonio (notizia che è passata piuttosto inosservata in tanti circoli ebraici).

Non capire questo gioco dove funziona tutto e il contrario di tutto vuol dire non capire la politica attuale. O in alcuni casi più gravi immolarsi a una causa. Si può chiudere un occhio sull’antisemitismo che si insinua nelle forme più subdole per proteggere un ideale di senso di sicurezza geopolitico? E una sicurezza globale che forme assume? E’ più importante affrontare le questioni una ad una nel loro contesto oppure guardare anche a effetti più sotterranei che legittimano atteggiamenti che solo pochi anni fa appartenevano esclusivamente a chi stava in una cantina con lo scolapasta in testa? Un esempio lampante di questi gomitoli contorti: quando Trump dice che ha perso il voto popolare per via degli illegali (ovvero di chi ha votato pur non essendo un cittadino, cosa praticamente impossibile) sta citando Infowars. Infowars non è una fonte qualsiasi, ma un sito che spiega che l’11 settembre è stato organizzato dall’interno dagli ebrei, che l’attentato alla maratona di Boston pure…

E’ una battaglia che forse quindi non si può vincere. Da un lato quello che dice potrebbe sembrare solo un po’ conservatore o anche un’opinione che ha diritto di avere per libertà di parola o denuncia del sistema elettorale americano che obiettivamente fa acqua da tante parti, dall’altro qual è il rischio più grosso delle fonti a cui attinge? Se ne accorge? E’ un problema repubblicano o di tutti oggi l’attingere a queste fonti? Se un suo elettore crede a questa argomentazione, cosa lo ferma da crederne ad altre su Infowars? Se la risposta sembra facile, basta andare a uno Shabbat nell’Upper West Side per sentire ebrei che hanno votato democratico per generazioni sostenere teorie revisioniste sulla stessa storia ebraica… Fenomeno che è apparso solo negli ultimi 2-3 anni.

infoCome si bilancia il micro con il macro? Quando per esempio c’è un attacco terroristico a Parigi siamo i primi a spostare il focus sulle fondamenta dell’islam, se si guarda a tutta una serie di cause e effetti. Lo facciamo, nel migliore dei casi, non per un atteggiamento ideologico, ignorante o razzista, ma per guardare, come spiegano anche professionisti come Maurizio Molinari, ai rapporti tra famiglia, casa, scuola, società e così via. Spiegare il Bataclan solo con differenze sociali o follia del momento non basta. Qui però è uguale. O dovrebbe esserlo. Lo dimostra il supporter di Trump che è andato a sparare in una pizzeria di Washington DC, credendo a una teoria del complotto assurda nata su internet che collegava la Clinton a un racket pedofilo. Per miracolo non è morto nessuno.

Il voto a un candidato è libero e lo stesso candidato, tolti i filtri ideologici, non è nemmeno la fine del mondo, alla fine governa un “sistema”, tutti hanno pro e contro, ma cosa succede nelle case e scuole? Quanto questi due mondi comunicano e contano? Un altro esempio paradossale è stato il caso di Malik Obama. Al terzo dibattito i “trumpisti” invitano il fratellastro di Barack. Malik Obama è un uomo instabile, esplicitamente pro-Hamas. Nonostante sia stato ripudiato da Barack, durante il dibattito era una mossa politica valida… per screditare un avversario. Però poi tanti dell’entourage di Trump hanno pubblicato selfies sorridenti con Malik, vantandosi del fatto che avrebbe votato Trump e creando un supporto a catena anche tra ebrei. Quindi il messaggio contraddittorio che è passato era: Malik è terribile, pro-terroristi e fa far brutta figura a Obama ma è meraviglioso che uno come lui pro-terrorismo e pro-“tutto quello che odiamo” voti per Trump…

E così ebrei che non vogliono avere giustamente nulla a che vedere con Hamas, o condannano Pallywood (le false notizie di alcuni enti palestinesi) e tanto altro, poi finiscono o per appoggiare apertamente Malik oppure per dover infilarsi in vicoli ciechi come “appoggio il candidato ma non ogni persona che lo appoggia”. Non chiedendosi: sto legittimando un candidato o sto legittimando delle fasce estremiste?

Eppure capisco che non sia tutto sempre così semplice perché in mezzo a questioni gravi come Infowars, ci sono anche lamentele “liberal” veramente superficiali e esagerate dall’altra parte per la più piccola trasgressione non politically correct. Ci sono anche atteggiamenti troppo perbenisti e fintamente giustizialisti che hanno portato a un fastidio, a una diffidenza verso il mondo liberal. In America e negli ebrei della diaspora con Trump si è creato uno scisma interno. Soprattutto dopo le elezioni, quando si sono cominciate a vedere svastiche a Brooklyn… a pochi metri da dove Woody Allen ha girato capolavori come “Radio Days” e dove di svastiche ne hanno sempre sentito parlare pensando a Paesi europei come l’Italia o la Francia.

Tra chi continua ad appoggiare un candidato, vedendo questi come “problemi di sempre”, forse un po’ in aumento solo per le problematiche globali, chi lo appoggia con meno convinzione e si preoccupa, chi è molto spaventato da piccoli gesti a cui gli europei sono ormai (purtroppo) abituati per la prima volta nella vita, e chi esagera con la preoccupazione politically correct. E’ una domanda che in Italia per esempio ci si è fatti spesso tra ebrei di sinistra, rapportandosi alle tante facce della sinistra, senza esagerazioni. Vedere le occupazioni liceali che nel nome del “salvare il mondo” poi escludevano i ragazzi ebrei, oppure nel nome di una grande battaglia di sinistra, finivano a portare bandiere palestinesi che poco c’entravano. Questo non vuole dire non rimanere di “sinistra” (ammesso che questi termini abbiano ancora senso oggi), forse semplicemente aggiungere contraddizioni al proprio pensiero.

naziDovrebbe essere evidente però dopo aver esaminato meglio questi “gomitoli” e effetti collaterali che non può essere facile o responsabile dire “mi piace Trump per via di Israele” sapendo che farà una politica che uno può anche apprezzare, ma poi non può non condannare chi dei suoi supporters fa un rally nazista nel centro di Manhattan. E’ come bere un bicchiere di vino al giorno che fa anche bene, ma non preoccuparsi che l’alcol col tempo può anche avere effetti più pesanti, più nascosti e di struttura.

Cosa fare quindi se improvvisamente in una scuola un bambino viene picchiato perché ebreo, in America dove queste cose non sono quasi mai successe e dove gli ebrei hanno dominato culturalmente per decadi imponendo anche modelli di pensiero e libertà totali? Bisogna denunciare la cosa, o per chi è un supporter di Trump inserirla in un altro contesto? Cos’è più rischioso per un ebreo americano pro-Trump o anche semplicemente conservatore o democratico moderato, o critico di alcune scelte di Obama? Atti politici più tradizionali e magari più moderati o doppi o un’analisi antropologica degli elementi che stanno cambiando? Dare appoggio senza se e senza ma a Israele e agli ebrei europei della diaspora o agli ebrei nella realtà quotidiana americana? E queste, a prescindere dalle mie opinioni personali, non sono domande retoriche o provocatorie. In parte non saprei neanch’io come affrontare alcuni passaggi. Non bastano certo la famiglia di Ivanka e le cene di Shabbat a chiudere il vaso di Pandora che queste elezioni hanno aperto per i suoi supporters e certamente tante menzogne su Israele in altri contesti più “sinistrorsi” non aiutano nessuno.

In generale gli ebrei americani hanno votato democratico e ora ne soffrono. E’ comprensibile visto che, rispetto all’Europa, gli ebrei americani si sono sempre sentiti molto tranquilli, mai attaccati. Sono spesso pluri-laureati, filantropi e anche chi ha votato Trump l’ha fatto guardandolo come candidato, non come potenziale catalizzatore di forze sotterranee e pregiudizi millenari. Si trovano però in una posizione unica, dove vivono sulla loro pelle effetti collaterali per cui bisognava guardare meglio il foglietto illustrativo. Gran parte degli ebrei si trovano anche divisi tra difendere Israele e la nota poca parzialità dell’Onu, il sentirsi attaccati da un discorso di John Kerry che si distacca dal governo israeliano attuale e mostra un appoggio meno “ovvio” che in passato (anche se esistente) o, volendo, sembra anche dar materiale a possibili detrattori, e il vivere da ebrei americani e non europei o israeliani in una posizione unica, dove vivono sulla loro pelle effetti collaterali più legati alla società che alla politica per cui bisognava guardare meglio il foglietto illustrativo.

I paragoni con il nazismo, il fascismo all’inizio sono risultati molto inopportuni, ma passata qualche settimana la questione si è fatta più inquietante. Non solo nelle parole e nei fatti (piccoli e grandi episodi), ma nel meccanismo della propaganda, nel ribaltamento di verità che hanno sostanzialmente celebrato il white nationalism, David Duke (KKK), leader antisemiti. Allo stesso tempo è importante ricordare al democratico medio che ora reagisce anche all’ultimo dei tweet, drammatizzando, di non esagerare col vittimismo e che Breitbart, il sito tenuto da Steve Bannon, nel team di Trump, non è il Daily Stormer e non è nemmeno antisemita, è una sorta di Dagospia con notizie urlate alla Sgarbi e per altro molto pro-Israele.

383374 05: A hooded Klansman raises his left arm while another looks into the crowd during a Ku Klux Klan rally December 16, 2000 in Skokie, IL. A Wisconsin chapter of the Ku Klux Klan held a "White Pride Rally" on the steps of the Cook County Courthouse located in Skokie, a suburb northwest of Chicago. (Photo by Tim Boyle/Newsmakers)

Sono due tipi diversi di sistemi di giudizio per valutare la gravità di una cosa. Da un lato si può far leva minimamente su una complessità che “normalizza” alcuni exploits, pur denunciandoli, come l’italiano ebreo che ha fatto l’abitudine a graffiti con svastiche, insulti casuali un po’ da bar, muri etc. e non stupirsi di un relativismo maggiore o di vedere fenomeni emergere anche in alcuni ambienti americani ma sempre in casi isolati. Oppure bisogna anche non ignorare un americano perbene, che mai ha visto occupazioni con bandiere di Israele bruciate, la scritta casuale dell’anarchico, e scopre ora che i troll regnano supremi, e reagisce con orrore a fenomeni molto nuovi. Dando per scontato che l’antisemitismo è aumentato e questo anche se Trump rendesse Israele lo stato più bello del mondo, non cambia… (peraltro, senza mettere in dubbio il suo amore per il Paese, c’è anche il rischio che un appoggio eccessivo di una persona così eccentrica, radicalizzi anche l’odio pre-esistente verso Israele di alcuni). Come dicevo prima, quello che non permette reazioni ovvie è che a volte una giusta denuncia si accompagna purtroppo a un focus eccessivo delle persone su incidenti a volte anche ridicoli o ipersensibili. Ci sono troppe sorprese, contraddizioni, è un momento magmatico; i giornali sono impazziti attaccandosi a qualsiasi non-notizia, augurandosi quasi il peggio. Questo cocktail porterà a una sorta di profezia che si autoavvera e farà molto peggio di Trump stesso. Rimane questa strana equazione che tutti i tipi di antisemitismo siano pericolosi a modo loro allo stesso grado, ma ci si concentra sempre o su uno o sull’altro.

Due anni fa ho collaborato alla sceneggiatura di “Pecore in Erba”, il film diretto da Alberto Caviglia in cui si ribaltano (e capiscono) alcuni stereotipi sugli ebrei attraverso un personaggio puramente antisemita. Abbiamo guardato a tutto lo spettro dei pregiudizi, a destra e sinistra in Italia o alle sfumature nel gergo popolare, in fasce diverse, in contesti umani diversi, a monte dalla trama del film. Quando raccontavo di questo film in America sembrava un altro pianeta. Solo due anni fa.

David Duke
David Duke

Ricevevo o sguardi di preoccupazione e pietà come a dire “poveretti voi che sentite nei ristoranti nel centro di Roma termini come ‘sporchi ebrei’ nel 2014”, uniti a eccessi di orgoglio per l’ebraismo americano. Un film visto in Russia, Cina, Francia e in tantissimi altri Paesi, nonostante gli Stati Uniti in parte ispirassero anche aspetti della comicità del film stesso, sembrava estraneo, tosto da assorbire sull’Atlantico. Solo recentemente la trama del film ha assunto paralleli abbastanza unici con l’ascesa di Trump e con il mondo dell’antisemitismo americano attuale e ha sfondato una porta aperta.

Perché se molti ebrei si sono focalizzati negli ultimi anni sugli eccessi della sinistra, preoccupati dai primi casi di kefiah tra diciannovenni a Berkeley, allo stesso tempo hanno completamente ignorato i veri neo-nazi. Quelli che a Roma esistono in forma di ‘fasci’, ma che sembrano una pallida imitazione adolescenziale, un po’ moderata e italica, paragonati al vero KKK e ai veri gruppi white-nationalist, difensori della purezza della “razza bianca americana”. I discorsi e i video di alcuni di loro sono cose che neanche in un film mal sceneggiato sul nazismo fatto da un regista hollywoodiano si sentirebbero in modi così espliciti. Tra Casa Pound e David Duke c’è la differenza tra Sergio Leone e Tarantino in termine di impatto e violenza. Paradossalmente non aiuta che grazie alle bellissime rivoluzioni culturali del ‘68, alla profondità della nostra cultura moderna, alla complessità di chi può studiare, contraddire, aprirsi al mondo, siamo nel pieno del relativismo assoluto, abbinato alle rabbie dell’antipolitica attuale.

makeUscendo dalla dicotomia Italia/America e guardando al paese che ha iniziato involontariamente questo fenomeno a catena di elezioni recenti, l’Inghilterra, l’antisemitismo – che a Londra è tanto – è sempre stato meno legato agli ebrei singoli e più anti-establishment. Al rifiuto dei poteri forti. Viene quindi da chiedersi se sia proprio l’emergere di una visione globale anti-establishment che ha riunito gli elementi peggiori di tanti gruppi che fino a oggi non erano così estremisti. O che tutti questi gruppi hanno tante facce ma quelle che oggi hanno la spotlight siano gli elementi peggiori che forse ci sono sempre stati.

Alla fine bisogna guardare alle cose in altri modi. Nel bene e nel male. Ci sono giorni in cui l’amica che solo due anni fa vedeva le mie vacanze italiane come un mondo a pochi passi da Alba Dorata, ora si dispera per un graffito antisemita sul campo da tennis della sua infanzia, e mi fa pensare a un clima che è cambiato drasticamente. Ci sono giorni in cui ricevo 26 messaggi da un’altra amica, di quelle ipersensibili che vogliono i “safe spaces” nei college, preoccupata che la sua carta da regalo non sia abbastanza “non-denominational” e possa offendere un bambino ebreo, neanche troppo religioso, se sulla carta dei regali di Hanukkah c’è un pupazzo di neve (e non Gesù, Babbo Natale o il paganesimo di Halloween, un pupazzo di neve su carta blu). Anche se gli eccessi di zelo possono essere sinonimo di empatia e comprensione, bisogna lavorare per un mondo dove ci sia una via di mezzo tra il terrore nel vedere il bianco di un pupazzo di neve e quello del cappuccio del KKK. 

Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006
Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006

Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 ottobre 2016
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adv4All’incrocio tra la 75a Strada e la 1st Avenue c’è uno dei più vecchi ristoranti ebraici di New York, il 2nd Avenue Deli. Se sembra un errore è perché ovviamente nei primissimi anni era sulla 2nd, ma ora questa confusione numerica aggiunge alla tipica ironia cittadina. Le code sono già iniziate per prenotarsi, per chi vuole prendere delle pietanze già pronte per Rosh Hashanah, ma durante una giornata normale, lontana dalle festività, il pubblico spazia da giapponesi, a turisti persi, a gente che vive nel quartiere da decadi, newyorkesi doc. L’insegna ha una aleph nel nome, quasi nascosta. All’interno ci sono foto dei proprietari, alcuni poster di pubblicità storiche, quelle che in un tipico diner sarebbero di una bibita o un’insegna vintage. E invece sono di pancakes Manischewitz, pancakes che sembrano i pancakes del sogno americano.

In questo piccolo angolo tipicamente newyorkese, si ritrova nella realtà lo spirito di una mostra che ha aperto da poco al Jewish Museum (1109 5th Avenue). Il Jewish Museum non è solo un museo  di storia e cultura ebraica, né la Shoah, ma ospita eventi, artisti contemporanei, mostre con tematiche uniche. Questa in particolare racconta – pescando dal National Jewish Archive of Broadcasting (NJAB), il più grande archivio audiovisivo di materiale legato all’intrattenimento e l’ebraismo – la storia della pubblicità legata all’immaginario ebraico, ai prodotti ebraici; cattura soprattutto l’apice dell’arte pubblicitaria americana negli anni ‘60, in cui l’ebraismo diventa mainstream in Usa e alcuni spot o cartelloni prima impensabili se non per un pubblico specifico, diventano esplicitamente diretti a un pubblico generalista. La mostra ripercorre con video, foto o poster un periodo che inizia con l’epoca di Mad Men e arriva a oggi. Non parla di chi ci fosse dietro le quinte, dove sicuramente c’erano anche ebrei, ma di quello che si percepisce da fuori come consumatori o di quelle campagne che hanno cambiato la storia moderna e rivoluzionato una sensibilità culturale, o definito l’ebraismo attuale.

adv5All’inizio emergono due facce della stessa medaglia: da una parte c’è il famosissimo slogan “You don’t have to be Jewish to love Levy’s”, una campagna dove persone di tutte le etnie, da indiani d’America a neri, sono fotografate mentre mangiano il Levy rye bread, un pane integrale molto venduto, sinonimo di famiglia, cene a casa, valori positivi e sani. Uno slogan in parte anche criticato dalla comunità ebraica allora, per quel “non devi essere”, che sembra quasi una vergogna, ma che era più un “non c’è bisogno di essere solo ebrei; non solo gli ebrei amano…” Alla fine corona un’abitudine ebraica nell’immaginario comune ma, di certo, questo primo filone è comunque più associato all’assimilazione, al diventare come gli altri.

Dall’altra parte invece ci sono Hebrew National o Manischewitz, le marche kasher più importanti, che raggiungono una tale popolarità da poter pubblicizzare prodotti kasher mantenendo la specificità e l’orgoglio non “assimilato”, ma estendendo il business al pubblico generalista. Lì lo slogan al contrario sottolinea una diversità. “We answer to a Higher Authority”, noi rispondiamo a un’Autorità più importante, uno slogan ironico sia nei confronti del branding pubblicitario, sia un chiaro riferimento alla pratica della kasherut e al mostrare con orgoglio un prodotto ebraico come tale. Un non ebreo può comprarsi un succo d’uva di Manischewitz, o un hot dog kasher sul treno (li vendono ancora oggi come unica opzione sui treni Amtrak) ma sapendo quello che sta consumando. Nel mondo moderno poi ossessionato dalle abitudini salutari questo tipo di slogan e il cibo kasher vanno ancora più mano nella mano.

I due filoni in apparente controtendenza – come un tiro alla fune tra assimilazione e orgoglio – arrivano però allo stesso risultato. Tant’è vero che negli anni ‘70 circola una pubblicità per gli hot-dog della Hebrew National con Uncle Sam che ne mangia uno, rendendo quindi l’ebraismo a tutti gli effetti pienamente americano.

adv3Poi c’è una questione diversa che riguarda lo Stato di Israele e la vendita di un life-style ebraico (questa più applicabile soprattutto a New York) . Come si vede in una meravigliosa puntata di Mad Men “Babylon”, nel 1963 ci fu uno spot che cambiò per sempre la pubblicità turistica, ma anche l’immagine di un paese e il rapporto di una certa America e dell’ebraismo americano con Israele. Nel 1963 non era passato tanto dall’arrivo dei sopravvissuti, dalla nascita dello Stato. Don Draper incontra dei rappresentanti del Ministero del Turismo israeliano, come davvero successe in quegli anni nei migliori uffici di Manhattan, e ha l’idea di collegare l’emotività nazionale di film come “Exodus”, la ricerca della dolce vita, del piacere delle vacanze, inventando in pratica le brochure moderne, con un mondo associato agli orrori storici più terribili o a incomprensioni.

Don Draper sposta la telecamera su qualcos’altro. Israele non è guerra, politica, dolore, ma è mare, amici, gioia. Non è neanche “hasbarà” la sua, o in modo implicito lo è, ma un assorbimento vero, marketing… Il pregiudizio si supera non per forza combattendolo e neanche con buonismo mettendo tutti sullo stesso piano, ma quando si mischia quello che uno conosce già. “Israel, come stay with friends” mostra Yoav , una popolare guida turistica per americani, con un gruppo normale, in una situazione normale. “Israele visitalo con gli amici”.

adv2E per quanto riguarda il lifestyle un esempio è la pubblicità satirica, ma ispirata a spot reali degli anni ‘80, rivolti alle donne dell’Upper East Side/Upper West Side, che pubblicizza i Jeans Jewess, i jeans per la donna ebrea che ha stile: la jewish american princess, la ragazza privilegiata, bella, delle comunità cittadine, spesso viziata, ma anche il modello della donna perfetta nell’immaginario maschile (anche dei non ebrei…). O le marche generiche di coltelli, pentole e cose per la casa che fanno degli spot fatti apposta per il pubblico ebraico. O Waldbaum, o ristoranti, o catene e negozi fondati da ebrei, che fino a quel momento non avevano mostrato troppo la loro ebraicità, la usano negli anni ‘70 e ‘80 come punto di attrazione, con riferimenti a star come Barbara Streisand, caricature (positive) di donne ebree di Long Island, dove il target dei compratori è la media borghesia ebraica.

In epoche più moderne girava un video virale di una ragazza cattolica che cantava “All I want for Christmas is Jews” dove nella canzone decantava gli ebrei come un desiderio esotico, una cosa che è figo avere, i più importanti nello show business, quelli sexy, quelli che hanno una marcia in più. L’americana media ora apertamente innamorata degli ebrei. Fino alle pubblicità per Jdate, app usata ormai da tantissimi non ebrei.

E infine c’è il caso – più banale e tipico – degli occhiolini a un contesto, inseriti qui e là. Ovvero. Come se in Italia ci fosse una pubblicità della Telecom normalissima, dove in una squilla il telefono tante volte ed è una fidanzata, in un’altra dall’altra parte c’è un’ansiosa mamma ebrea. L’utilizzo di elementi della cultura popolare ebraica nelle pubblicità mainstream, a prescindere se il prodotto c’entra o meno con l’ebraismo, riprendendo battute, film, espressioni yiddish ormai sull’Atlantico non si contano.

adv1Ovviamente la mostra parla di questo immaginario nella diaspora, Israele, che ha pubblicità moderne geniali, non conta. Trova quell’unione di insiemi cruciale, che spiega una rivoluzione. Non sono pubblicità ad hoc sui giornali, siti, a uso e consumo solo ebraico, e si capisce vedendola che non esiste come in America nessun caso di un’influenza ebraica del genere nel mondo pubblicitario. A maggior ragione quando andava di pari passo con la creatività del dopoguerra per tutti i prodotti, con campagne che oggi vengono esposte al MoMA e studiate a scuola, piene di immaginazione, innovazione, grafica, tanti livelli di complessità.

C’è un senso di appartenenza, di condivisione: quelle degli anni ‘60 risaltano in questa mostra perché sono come una canzone dei Beatles, arrivano a tutti, non sono diverse da quelle della Coca Cola più famose, e vendono uno stile di vita. La cena di Pesach, fino quel momento vista come strana, o negli anni ‘30-‘40 persino derisa, bloccata, non viene solo inclusa, ma va oltre, diventa commerciale, tipica, quasi scontata. Chi vede un inserto di giornale dove una famiglia sta con le kippot attorno al tavolo ha una reazione inconscia doppia: da un lato pensa al giorno del ringraziamento, alla propria famiglia, dall’altra se e quando nota una kippah, è un dettaglio in più, zucchero a velo.

In Italia non esiste una pubblicità dove un ragazzo con la kippah mangia un pan di stelle. Non è detto nemmeno debba esistere forzatamente, se non in una visione Benetton del mondo, ma è interessante che il discorso non sia mai nato in questi termini. L’idea di normalizzare e generalizzare delle tematiche ebraiche, introdurle e piccole gocce. O forse Gocciole…

Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006
Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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