auschwitz

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 settembre 2018
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La UIL Scuola collabora da oltre dieci anni con l’UCEI nell’organizzazione di percorsi di formazione sui temi della memoria della Shoah e quest’anno organizza “un viaggio nella memoria” ad Auschwitz-Birkenau indirizzato prevalentemente ai giovani, per circa 100 partecipanti. Vorrebbero che ci fosse una rappresentanza di circa 20 ragazzi provenienti dalle Comunità Ebraiche di tutta Italia, ed è proprio per questo motivo che invitano persone ad andare gratuitamente.

Tutti i partecipanti in questo percorso sono anche invitati ad un incontro con un reduce che si terrà a Roma in una data ancora in via di definizione nel mese di settembre. Il viaggio avrà luogo dal 3 al 5 ottobre (sarà garantito rientro entro Shabbat) e il gruppo sarà accompagnato da esponenti delle Comunità ebraiche e della UIL.

Questo viaggio è il risultato di un lavoro lungo e di molte persone e risorse che vi sono state dedicate, consapevoli di quanto sia fondamentale infondere tale valore soprattutto nei giovani a cui è affidato il futuro della nostra società, anche nei luoghi di lavoro, per esaltare la centralità del dialogo e della convivenza, specialmente nell’ottantesimo anniversario delle Leggi antiebraiche e alla luce degli sviluppi cui assistiamo in tutta l’Europa.

La UIL sta organizzando il tutto per garantire ai partecipanti di origine ebraica pasti kasher.

Per maggiori informazioni contattateci a info@ugei.it

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 aprile 2018
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L’11 Aprile, in occasione di Yom Ha Shoah, nelle abitazioni romane si è svolto il progetto Zikaron ba salon: un’iniziativa nata in Israele nel 2010, in cui un sopravvissuto ai campi di sterminio racconta la sua testimonianza in un ambiente più confortevole, e può interagire con studenti e persone intorno a lui. In questa giornata sono stati aperti contemporaneamente altri cinque salotti in cui hanno testimoniato Sami Modiano, Piero Terracina, Edith Bruck e altri sopravvissuti.

Alberto Sed aveva 15 anni ed era già orfano di padre quando venne arrestato: fu portato all’orto botanico e picchiato dai tedeschi che volevano sapere dove si nascondessero i parenti di sua madre, che lui aveva visto solo poche volte. Fu deportato al campo di sterminio di Auschwitz con la madre e le tre sorelline, Angelica, Fatina ed Emma. Erano stati presi a Roma il 21 marzo 1944, furono caricati sul treno piombato che dal campo di raccolta di Fossoli portava ad Auschwitz il 16 maggio, nello stesso convoglio di Piero Terracina.

Da sinistra: Enrica Calò Sed, Angelica Sed, Emma Sed, Alberto Sed, Fatina Sed

Sua madre e la sorella minore Emma sono subito uccise nelle camere a gas. Alberto è immatricolato con il n. A-5491 ed inviato al blocco 29. Anche le sorelle Angelica e Fatina superano la selezione ed entrano nel campo. Durante la sua prigionia ha lavorato sulla Rampa: c’erano tre kommandi, secondo il racconto di Alberto: uno puliva i treni, uno prendeva le valigie e uno divideva gli uomini e le donne e selezionata chi doveva morire e chi sarebbe entrato a lavorare nel campo. Le persone deboli venivano mandate direttamente ai forni crematori. Alberto ha lavorato anche nei forni crematori, e conserva l’atroce immagine delle SS che  costringevano con le armi i prigionieri ebrei a lanciare in aria i bambini più piccoli appena arrivati con i convogli, prendevano la mira e sparavano loro in volo. «Amo immensamente i bambini, ma non sono più riuscito a prenderne uno in braccio. Se solo accenno al gesto, mi assale la paura che qualcuno mi gridi di lanciarlo». Racconta Alberto nel suo libro. Viene mandato via da Auschwitz e passa 6 mesi alle miniere di carbone (aveva 16 anni), ma non voleva lavorarci, quindi inizia a fare gli incontri di box per i tedeschi.

Dopo più di 10 mesi di prigionia, Alberto Sed fu liberato nell’aprile 1945 dagli americani. Appena le circostanze e le forze glielo consentono intraprese il viaggio di ritorno. A Roma Alberto ritrova la sorella Fatina, come lui sopravvissuta ad Auschwitz, sottoposta nel lager agli esperimenti del dottor Josef Mengele e apprende anche della morte della sorella Angelica avvenuta nel dicembre 1944.
Per anni Alberto non ha voluto raccontare la sua esperienza, nemmeno alla moglie Renata. Dopo un’intervista con il colonnello dei carabinieri Roberto Riccardi, che si è occupato di scrivere il  libro sulla sua esperienza, Alberto ha iniziato anche ad andare nelle scuole e interagire con gli studenti, diventando uno dei testimoni chiave della Shoà; la sua storia è rilevante per ricostruire l’esperienza dei bambini italiani deportati ad Auschwitz.

Giorgia Calò


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 febbraio 2018
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Se è vero che la dimensione etica pervade, pur senza esaurirla, tutta l’halakhà, il volume La giustizia seguirai. Etica e halakhà nel pensiero rabbinico (Giuntina) è una introduzione organica e limpida alle domande che la tradizione ebraica ha affrontato, elaborando costantemente una pluralità di risposte che, a propria volta, vengono a dare forma a nuove domande. L’autore Massimo Giuliani non rinuncia ad approfondire questioni come l’etica del lavoro, il primato della giustizia, il ruolo dei principi etici, delle mitzwot, di doveri e diritti, ma anche ecologia e vegetarianesimo, la sovranità nazionale ottenuta con la fondazione del moderno stato di Israele, la possibilità di un tiqqun ‘olam (aggiustamento del mondo) dopo Auschwitz.

Tra i molti passi di particolare interesse anche il capitolo sul significato del martirio nella tradizione ebraica (pp. 53-70), un motivo in bilico tra testimonianza della propria appartenenza e idolatria. “Non si trova nella spiritualità ebraica una celebrazione della sofferenza come valore e strumento di (auto)redenzione”, non c’è spazio per “la morte cercata ed esibita appunto come testimonianza o come ‘sacrificio di sé’”. Non stupisce, dunque, l’assenza dal canone ebraico dei libri dei Maccabei, presenti invece significativamente in quello cristiano, la mancata elevazione a modello di Sansone e il silenzio totale sui fatti di Masada narrati da Giuseppe Flavio: il suicidio collettivo degli ebrei assediati sulla fortezza erodiana che domina il Mar Morto è “un racconto commovente di eroismo teso a celebrare, direbbe Yeshayahu Leibowitz, un ideale umano tenuto in gran conto dall’ellenismo, ma non a santificare haShem”, come vorrebbe invece la tradizione ebraica.

Marc Chagall, “Crocifissione bianca” (particolare)

Anche in riferimento alla Shoah l’utilizzo della categoria di martirio è fuorviante. Innanzitutto perché il martire (dal greco “martys”, testimone, passato al latino cristiano) fa una scelta consapevole di testimonianza, mentre gli ebrei assassinati ad Auschwitz di solito non sapevano neanche perché venivano messi a morte. Inoltre “spesso il martire ha una scelta: abiurare o morire”, scelta che gli ebrei deportati non avevano: “il milione e più di bambini uccisi nella Shoah non morirono né per la loro fede né malgrado la loro fede […] Ad Auschwitz non vi fu scelta” (Emil Fackenheim, “La presenza di Dio nella storia”). In questo contesto anche la categoria teologica di qiddush haShem, la santificazione del Nome di Dio, ha subito una elaborazione. “Ne fu codificatore, dal ghetto di Varsavia destinato a distruzione, il rabbino Yitzchak Nissenbaum che elevò a mitzwà la mera sopravvivenza e non il martirio: contro l’accettazione e la celebrazione della morte, anche per fede, è piuttosto la vita e ogni atto di resistenza, attiva o passiva, a dover essere equiparata a un qiddush, a una santificazione”.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 ottobre 2017
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“Unter dayne vaise shtern / shtrek zu mir dayn vaise hant. / Mayne verter zenen trern, / vien ruen in dayn hant” (Sotto la tua bianca stella porgimi la mano bianca. Sono lacrime le mie parole, falle riposare nella tua mano) è l’esordio di una delle più belle canzoni composte durante la Shoah, per la precisione nel ghetto di Vilna nell’inverno del 1943. E’ a questi versi che penso dopo aver terminato la lettura di “Sotto una stella crudele. Una vita a Praga, 1941-1968”, il libro delle memorie di Heda Margolius Kovály fresco di pubblicazione in Italia per i tipi di Adelphi: non solo per il riferimento all’astro, ma anche perché le sue parole, le parole scritte da Heda, risplendono di una luce notturna, attutita da uno stile sobrio, pulito e incisivo.

Heda Bloch, come numerosi ebrei dell’Europa centrale e orientale, è stata investita dalla violenza dei due grandi regimi totalitari del Novecento, gli stessi a partire dai quali si sviluppa un altro libro straordinario, “Vita e destino”, di un altro scrittore ebreo, Vassilij Grossman.

Heda racconta di Auschwitz e della fuga durante la marcia forzata verso Bergen Belsen, poi del ritorno nella sua Praga durante gli ultimi mesi di guerra. “Fino a quel momento avevo dovuto affrontare solo il sistema di polizia di un regime fascista. Ora mi toccava fare i conti con un nemico peggiore: la paura e l’indifferenza degli uomini”. Cerca aiuto presso i vecchi amici, ma la paura attanaglia i cuori. “Volevo sopravvivere, ma a quel prezzo la vita era troppo cara. Ancora un po’ e nel mio mondo non sarebbe rimasto più nessuno. Avrei perso quello che neppure i campi e la guerra erano riusciti a portarmi via”. Termina finalmente la guerra, il futuro irrompe nella vita dei superstiti. Heda sposa Rudolf Margolius, anch’egli sopravvissuto alla Shoah, e si avvicina al comunismo, partecipando a quella breve stagione in cui molti pensavano che le idee potessero seppellire le bruttezze della storia. Non manca, però, lo spazio per l’ironia nei confronti di quei “teologi in tuta”, come scriverebbe Eugenio Montale, che con il marxismo cercano di dare una spiegazione completa del reale: “Perché scoppiano le guerre? Vedi da pagina 45 a pagina 47! Cosa provoca le crisi economiche? Vedi a pagina 66!”

Gli anni dell’illusione finiscono presto e lasciano il posto alle schiere dei collaborazionisti, dei truffatori, dei burocrati corrotti. “Molti mentivano nella speranza di venire ricompensati della loro lealtà, ma alcuni mentivano perché credevano, malgrado la loro esperienza, che la vittoria della classe operaia fosse il bene supremo, un fine che santificava ogni mezzo”. Passano gli anni, Margolius diventa viceministro e ha ancora fiducia, nonostante tutto, nell’ideale che è chiamato a rappresentare. Fino a quando nel 1952 scoppia l’offensiva antisemita voluta da Stalin e bloccata, nel marzo 1953, soltanto dalla morte del dittatore. In Cecoslovacchia è il momento del caso Slánsky, il momento più buio degli anni del regime. Dei quattordici imputati del processo Slánsky, di undici viene messo ben in risalto un aspetto: “di origine ebraica”. “Uno dei nomi della lista era Rudolf Margolius. Rudolf Margolius, di origine ebraica”, accusato di tradimento e, come “nemico del popolo”, condannato all’impiccagione. La vita di Heda precipita in un vortice nero. E’ privata di tutto: del marito e del padre del figlio Ivan, della rispettabilità, del lavoro, della salute e della possibilità di curarsi, dell’istruzione di Ivan, della casa e dei beni. E, non ultimo, della fiducia nella giustizia. Soltanto dieci anni più tardi cinici e freddi burocrati le comunicheranno la riabilitazione del marito.

Eppure le ondate di illusione e delusione non sono ancora finite. Nel 1968 fiorisce la “breve ma indimenticabile rinascita che divenne nota come la Primavera di Praga”. “Mi accorsi per la prima volta della spontanea solidarietà degli onesti, che stava crescendo e raggiunse il culmine quando i russi invasero la Cecoslovacchia”. Heda sceglierà l’esilio ma qui, nella piazza Venceslao drappeggiata di bandiere cecoslovacche in cui entrano i carri armati sovietici, c’è ancora spazio per pensare al futuro. “In piedi tra la folla, sentii che quello era il momento supremo della nostra vita. Nella notte dell’invasione, quando perdemmo tutto, trovammo qualcosa che nel nostro mondo non si osava neppure sognare: noi stessi e gli altri. In tutti quei volti, in tutti quegli occhi, vidi che pensavamo e sentivamo le stesse cose, che lottavamo per gli stessi obiettivi”. Parole come lacrime, sotto la bianca stella della speranza che non finisce, non finisce mai.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 agosto 2017
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Jean Améry

Il tempo, è cosa nota, può rimarginare anche le ferite più profonde. Perché lo scorrere del tempo è naturale, e che cos’è la natura se non l’ambiente circostante che continuamente si rinnova, il ciclo della vita, l’erba che cresce, la pioggia che cade? Anche accanto ai crematori di Auschwitz, dove i cadaveri venivano ammassati uno sull’altro a mucchi, oggi cresce l’erba e le foglioline verde opaco delle betulle stormiscono al vento nelle giornate belle d’estate. Eppure “chi perdona si sottomette al senso sociale e biologico – abitualmente definito ‘naturale’ – del tempo”, scrive Jean Améry in “Intellettuale ad Auschwitz”, pubblicato in Italia esattamente 30 anni fa da Bollati Boringhieri. Perciò, secondo lo scrittore nato a Vienna (Hans Mayer il nome all’anagrafe), “il senso naturale del tempo […] ha un carattere non solo extramorale, ma antimorale” (p. 115, ed. 2008). E’ diritto dell’uomo, dunque, non assecondare ogni avvenimento naturale, quindi neanche il rimarginarsi biologico delle ferite provocato dal tempo.

Giovanni Segantini, “Pascoli alpini”

Si tratta di un pensiero agli antipodi di quello espresso in un passo della lunga poesia “O guardador de rebanhos” (“Il guardiano di greggi”), composta in portoghese da Fernando Pessoa sotto le spoglie dell’eteronimo Alberto Caeiro nel 1911-12: “Il ricordo è un tradimento alla Natura / perché la Natura di ieri non è Natura. / Ciò che è stato non è niente, e ricordare è non vedere” (XLIII). Ma proprio perché significa tradire la natura, potrebbe obiettare Jean Améry, ricordare è voler vedere, non cedere al sonno degli anni che trascorrono, all’oblio inesorabile dell’erba che cresce e muore e cresce ancora. Così il sopravvissuto ad Auschwitz leva la sua protesta, la sua rivolta, umana perché libera: “Quel che è stato è stato: questa espressione è tanto vera quanto contraria alla morale e allo spirito. La resistenza morale ha in sé la protesta, la rivolta contro la realtà, che è ragionevole solo fintanto che è morale. L’uomo morale esige la sospensione del tempo”.

Molto si potrebbe aggiungere della profondità ebraica di questo concetto di tempo fatto proprio da un intellettuale che, peraltro, in un altro capitolo del libro racconta della propria siderale distanza dall’ebraismo sia come orizzonte pratico e normativo, sia come abito culturale e di valori, sia come eredità storica e famigliare. Un tempo antinaturalistico, un tempo umano e rivoluzionario che rompe la necessità senza uscita dell’eterno scorrere dell’uguale e inaugura l’epoca della responsabilità, quindi anche della liberazione e della libertà. Aggiungere altro significherebbe soltanto scalfire pagine nitide e pungenti.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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