arte

Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Giugno 2018
sictransit.jpg

2min1001

Un gigantesco uomo bianco caduto a terra, bocconi. Un piedistallo, anch’esso bianco, con la scritta “Sic transit gloria mundi”. Nel padiglione a fianco donne velate e uomini con il turbante, immagini di Putin, una bandiera LGBT bruciata, scritte in cinese, russo e arabo. Intorno al gigante disteso si aggirano figure a grandezza naturale, ma sembrano lillipuziani rispetto all’uomo bianco; alcune donne hanno il viso coperto, altri sembrano turisti. E’ l’installazione progettata e realizzata dall’artista olandese Dries Verhoeven, esposta in una piazza di Utrecht dal 17 al 26 maggio scorso.

A essere rappresentata è la caduta dell’Occidente dal piedistallo della storia? Così sembra, e così ha confermato lo stesso Verhoeven, che ha abituato in questi anni a realizzazioni che vogliono stupire. Non so se l’Occidente sia caduto e se si possa risollevare, ma è fuori dubbio che molti abbiano la percezione di una crisi che negli ultimi decenni e sempre più starebbe investendo il nostro mondo, e in particolare l’Europa – la “vecchia Europa”, espressione già di per sé piuttosto eloquente. Proprio per questo, quella di Verhoeven è un’opera che fa riflettere.

Giorgio Berruto


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Novembre 2014
artiste_del_novecento_tra_visione_e_identita_ebraica_serata_del_18_giugno_large.jpg

7min388

artiste_del_novecento_tra_visione_e_identita_ebraica_serata_del_18_giugno_large

Centocinquanta opere per tre piani.

La mostra  Artiste del Novecento tra visione e identità ebraica (2 giugno / 19 ottobre 2014,  Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale) ha ospitato un ricchissimo repertorio di opere di artiste ebree italiane del secolo scorso, alcune molto note, altre riscoperte con il prezioso lavoro delle curatrici Marina Bakos, Olga Malasecchi e Federica Pirani.

Sono centocinquanta i pezzi distribuiti sui tre piani della sede della Galleria, provenienti in gran numero da collezioni private e, più raramente, da collezioni di enti pubblici, tra i quali il Museo Ebraico di Roma o la stessa Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale.

La questione della provenienza di questi esemplari è tutt’altro che secondaria. Anzi, il fatto stesso che una parte di opere sia conservata da privati – e quindi non fosse mai stata esposta in una occasione simile – invita a riflettere: infatti, seppur molto popolari nel corso della loro attività artistica, in un secondo momento, alcune delle artiste non campeggiarono più da protagoniste sulla scena pittorica del momento e, nonostante il loro merito, furono trascurate.

Proprio per questo, si rivela immediatamente, la natura particolare del percorso che le curatrici hanno allestito e proposto: far conoscere e portare alla luce qualcosa che ha vissuto per decenni nella dimensione domestica e privata significa riflettere e svelare anche il perché di questa “dimenticanza”.

Nel comunicato stampa viene fornito un prezioso spunto di riflessione, che può indicare in che direzione cercare la risposta:

“Penalizzate dall’appartenenza ad una minoranza che di per sé ne condiziona l’emergere sulla scena culturale, esse si vedono accomunate alle sorti delle loro contemporanee non ebree dal pregiudizio, tanto infondato quanto radicato, che l’uomo debba essere il solo depositario della vera professionalità”.

 

Quindici artiste per un secolo.

La mostra si è conclusa da una decina di giorni, ma è possibile trovare sul sito della Galleria d’Arte Moderna, nella sezione dedicata alla mostra, il materiale dedicato all’esposizione.

Dopo aver letto le biografie delle quindici artiste, si riesce a mettere a fuoco una cornice storica di Roma e dell’Italia della prima metà del Novecento da un’angolatura non canonica.

Talvolta, le quindici storie dialogano tra loro : si intrecciano, si scambiano vicendevolmente le protagoniste e i protagonisti e si passano il testimone.

La vicenda delle sorelle Nathan, per esempio, è un crocevia di episodi significativi per la storia delle donne ebree di inizio Novecento.

Liliah e Annie Nathan, figlie del sindaco di Roma Ernesto Nathan, crebbero in un clima familiare pieno di stimoli politici e florido dal punto di vista culturale, che permise loro di sviluppare una cultura personale di rilievo e una partecipazione vivace all’attivismo femminile che in quegli anni andava nascendo. Se Annie si dedicò alla pittura, andando a lezione nello studio del pittore Giacomo Balla nel centro della capitale, Liliah, oltre a dedicarsi alla scultura a un livello più che dilettantesco, con la cugina Amelia Rosselli Pincherle (madre dei fratelli Nello e Carlo Rosselli, nonna della poetessa Amelia Rosselli e zia di Adriana Pincherle, i cui quadri fanno parte dell’esposizione, nonché dello scrittore Alberto Moravia) fondò la cooperativa “Le industrie femminili italiane”, condotta unicamente da donne e finalizzata a promuovere il diritto al lavoro femminile. Inoltre, tenne conferenze presso la scuola femminile Giuseppe Mazzini ed ereditò dalla madre il ruolo di Direttrice dell’Unione Benefica, una casa per accoglienza delle ragazze povere fondata dalla nonna Sara Levi Nathan (per raccontare la storia della quale, come nel caso della stessa Amelia Rosselli Pincherle, sarebbe necessario uno spazio ben più ampio). Ma quella delle sorelle Nathan è solo una delle storie dalle quali si rimane affascinati percorrendo l’iter espositivo: ognuna delle quindici artiste offre una tessera del discorso sul ruolo attivo ed emancipato delle donne ebree nel circuito artistico di quel tempo.

Insomma, chi visita la mostra o chi si accinge a raccogliere il suo messaggio, ritrovandosi ad indagare la vitalità artistica delle donne ebree di questo periodo, non potrà non rimanere abbagliato dall’energia, dal dinamismo e dal fervore che scaturiva da queste giovani.

 

Quindici donne per una memoria ebraica femminile.

Tra le pittrici ci fu chi animò salotti letterari ospitando scrittori e pittori tra i più importanti dell’epoca, chi formò scuole di pittura assieme ad altri artisti, chi girò l’Europa entrando in contatto e assorbendo, rielaborandole, tendenze dei Paesi vicini; infine, chi frequentò les Italiens de Paris. Il merito della mostra è proprio quello di disseppellire questa microstoria fatta di tele, pennelli e ateliers; e, soprattutto, di fare in modo che siano le stesse protagoniste a disvelarla, illuminandola e raccontandola con la luce dei loro colori e delle loro pitture e sculture.

 Gaia Litrico


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Ottobre 2012
Big-bang-500x448.jpg

4min436

Esplosioni. Non si parla di fuoco e di armi, ma di frutta e vasi di fiori. Sono le opere di Ori Gersht, geniale fotografo israeliano, ma inglese d’adozione. Ha studiato fotografia nelle più prestigiose università di Londra, oggi la insegna alla University for the Creative Arts a Rochester, nel Kent, e in questo periodo è in corso una sua mostra al Museum of Fine Arts di Boston, intitolata Ori Gersht: History Repeating, che ripercorre la storia del secolo scorso attraverso evocativi paesaggi. Ma le sue opere più suggestive, anch’esse presenti, sono decisamente le esplosioni.

La sua Big Bang, un ricco vaso pieno di fiori su uno sfondo nero, a prima vista potrebbe essere facilmente scambiata per un vecchio quadro d’autore. Gersht ha infatti disposto la sua composizione, che nella mostra appare in video su un monitor ingannevolmente incorniciato come un quadro, imitando le nature morte di Jan Van Huysum, pittore olandese del XVIII secolo. Avvicinandosi, si sente il suono acuto di una sirena e poi…bum! Il perfetto vaso di fiori scoppia improvvisamente, pezzi di vetro, acqua e petali variopinti invadono lentamente insieme al fumo lo sfondo scuro. Stesso principio in Pomgranate: stavolta il video mostra un proiettile al rallentatore che disintegra un melograno sospeso con un filo, sempre nel nero, sempre parte di una natura morta. Una spaccatura netta, i chicchi e il succo che schizzano spiccano con il loro colore acceso.

È evidente, dietro tutto questo c’è la concezione di un artista. La contrapposizione fra la calma perfetta della pace e la brutalità distruttiva della violenza e l’inaspettata corrispondenza di quest’ultima con un’immagine di vivida bellezza. Entrambe rivelate allo spettatore dal medesimo brevissimo e improvviso istante dello scoppio. L’evocazione romantica del sublime, ispirata ai dipinti di Turner e Friedrich. Il ricordo personale dell’infanzia in Israele segnata dalla Guerra del Kippur. Il fatto non casuale che “rimon” in ebraico significa sia melograno sia granata e che il rosso vivo dei suoi frammenti richiami la crudissima immagine di uno spargimento di sangue. “Sono interessato a quelle opposizioni di attrazione e repulsione, e a come il momento della distruzione nei fiori che esplodono diventi per me il momento della creazione”, ha inoltre spiegato Gersht al New York Times.

Insomma, di fronte a queste opere c’è ampio spazio per filosofeggiare. Però, spogliandole da tutti questi profondi significati e rimandi intellettuali, le immagini di Gersht rimangono ancora davvero speciali. Anche guardate sul piccolo schermo di un computer (dal sito http://www.mfa.org/exhibitions/ori-gersht) o in una fotografia che immortala un singolo istante del processo. Con l’immaginazione si possono sentire il profumo dei fiori, il bagnato delle gocce d’acqua, le schegge di vetro appuntite, il fumo denso che avvolge e il succo di melograno che cola. E il ritratto di ogni istantanea, che congela un singolo frammento di quell’incredibile e in realtà velocissimo movimento, è diversissimo dall’altro ma altrettanto stupefacente, sono figure astratte dalla bellezza che incanta. Un’esperienza da provare.

 Francesca Matalon

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci