antisemitismo

Consiglio UGEIUGEI4 Marzo 2020
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HaTikwa, di David Fiorentini

Storicamente, molti movimenti filosofici, artistici o letterari nati all’estero hanno impiegato molto tempo per raggiungere l’Italia, e altrettanto tempo per venire accettati. Spesso questi sono stati “italianizzati” per soddisfare le esigenze del nostro contesto storico-culturale; un esempio può essere lo stile Gotico, nato nel nord della Francia nel XII secolo (Saint Denis, 1144), e che non solo raggiunse l’Italia nel XIV secolo, ma nell’attraversare le Alpi si è dovuto adeguare alle esigenze italiane. Nasce così il gotico “temperato”, si perdono in parte le ampie vetrate e le fini mura per rimanere sul solco della tradizione architettonica romanica.

Allo stesso modo, possiamo parlare dell’antisemitismo nelle università. A tal proposito, bisogna fare una premessa: ovviamente l’antisemitismo è un fenomeno già presente nel contesto italiano, ma è il tipo legato a un certo antigiudaismo che per secoli ha caratterizzato l’Europa. In altre parole, si tratta di stereotipi, come quello dell’ebreo taccagno e avaro, coadiuvati da sgangherate teorie complottistiche e talvolta da accuse di deicidio.

Il tipo di antisemitismo su cui vorrei soffermarmi è la versione più moderna e talvolta la più isterica e confusa, cioè l’antisionismo universitario: nato e cresciuto negli Stati Uniti e nel Canada a partire dal 2013, sta piano piano infettando moltissimi atenei, ma ancora non è dilagato in Italia. Infatti, come fu per il Gotico, è necessario un po’ di tempo prima che l’antisionismo universitario entri nel contesto culturale italiano. D’altro canto, con la recente digitalizzazione di massa, è molto più facile trasmettere pensieri e testi a livello internazionale, per cui è necessario muoverci in anticipo prima che tutte le università italiane diventino luoghi ostili a studenti ebrei o israeliani.

Ma in cosa consiste di preciso questo antisionismo nelle università? Come detto, si tratta di un fenomeno nato nei campus americani e canadesi, che consiste in manifestazioni, conferenze e cortei contro qualsiasi cosa che abbia a che fare con lo Stato Ebraico. Tesi delegittimanti, accuse di apartheid, paragoni con la Germania nazista, boicottaggio dei prodotti israeliani sono solo alcune delle ingiurie di cui gli studenti ebrei sono vittima nelle università statunitensi. Emblematico è il caso dell’Università di Toronto, in cui l’unione studentesca ha chiesto che venisse rimosso il cibo Kasher nell’ateneo perché “pro-Israele”; oppure sempre in Canada, presso l’Università McGill, dove uno studente ebreo ha dovuto dare le dimissioni dalla sua unione studentesca a seguito di un viaggio in Israele.

Ma non sono soltanto i “sionisti” (termine usato da questi attivisti in senso dispregiativo, esattamente come una volta veniva usato l’appellativo “ebreo”) a dover subire assalti verbali e fisici, ma anche gli altri studenti, che incontrano un vero e proprio lavaggio del cervello da attivisti, colleghi e persino dai professori. Per questo, a partire da un gruppo ristretto di attivisti estremisti, si è venuto a creare un ambiente ostile e pericoloso, in cui organizzazioni di boicottaggio di Israele, BDS, e di sostegno di Hamas e della “resistenza” armata palestinese crescono rigogliosamente.

In Italia sono ancora pochi i movimenti antisionisti, quindi antisemiti (secondo la definizione IHRA), che si annidano nelle università, ma desta preoccupazione il loro recente aumento. Oltre a BDS Italia, a Torino è in voga il movimento “Progetto Palestina”, a Bologna “Universitari contro l’Apartheid Israeliana”, mentre a Milano l’Università Statale ha permesso che durante il digiuno di Yom Kippur venga a parlare una figura come Miko Peled, attivista israeliano di estrema sinistra che giustifica Hamas. Dunque cosa possiamo fare? La soluzione è battere sul tempo gli antisionisti: come loro ricevono slancio e impetuosità dall’estero, noi dobbiamo ricorrere alle tecniche e alle manovre messe in atto dagli USA.

La Anti Defamation League (ADL), nuovo partner dell’EUJS (European Union of Jewish Students), ha formulato una guida specifica per combattere l’antisemitismo nei campus. Con chiare direttive sia per studenti che per amministratori, la ADL Hate\Uncycle Resource mette a fuoco i principali aspetti per contrastare certi episodi: prevenzione, preparazione, risposta, recupero ed educazione. In breve, ci sono tre fasi in cui poter intervenire: prima dell’incidente, creando un clima che bilanci la libertà di espressione con l’importanza di includere tutti i membri dell’ateneo, aggiornando le normative riguardanti episodi di discriminazione e verificando la legalità di relatori e finanziamenti; durante l’incidente, rispondendo con tecniche comunicative precise e pianificate, oltre che organizzare, assieme alle forze dell’ordine, adeguate misure di sicurezza; e infine, dopo l’incidente, promuovendo progetti di recupero ed educazione, divulgando maggiore informazione e sensibilità riguardo il tema.

l’UGEI, di comune accordo con l’EUJS, si sta muovendo per combattere questo fenomeno che sta investendo l’Europa. Dopo aver creato la specifica delega “Advocacy for Israel e lotta all’antisemitismo”, che ho l’onore di ricoprire, l’UGEI ha investito nella formazione di alcuni dei suoi membri affinché questi possano condividere il know-how acquisito a tutta l’unione attraverso workshops e conferenze. Ad esempio, abbiamo partecipato alla Winter Bootcamp, evento invernale tenuto a Bruxelles dalla European Jewish Association (EJA), e sempre nella capitale belga all’EU Activism Seminar dell’EUJS. Inoltre, prossimamente avrò il piacere di guidare una delegazione di giovani ebrei italiani al seminario “Train The Trainers” organizzato a Berlino da EUJS e ADL.

La meta finale che l’ADL propone è quella di formare sia i singoli ebrei che le comunità ebraiche affinché abbiano una chiara tattica da seguire in situazioni controverse o potenzialmente pericolose; non ci si può affidare solamente alla reazione a caldo, spesso improvvisata, bisogna seguire un protocollo, testato e consolidato, che permetta di raggiungere risultati concreti.


Consiglio UGEIUGEI2 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino e Luca Clementi

Barbara Pontecorvo, nata a Roma nel 1968, è un avvocato dal 1996, con un particolare interesse per l’analisi politica nazionale ed internazionale, soprattutto del Medioriente. Dirige da oltre tre anni Solomon – Osservatorio sulle Discriminazioni, un’organizzazione di volontari, apolitica e senza fini di lucro, per la tutela di ogni forma di discriminazione, ispirata alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e delle Nazioni Unite, alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Nata nel 2015 su richiesta di una parte della Comunità internazionale, in particolare dagli americani, che sentiva il bisogno che ci fosse un’associazione italiana in difesa delle ragioni di Israele, in particolare contro il fenomeno BDS. Negli ultimi anni si è battuta per l’adozione da parte delle istituzioni italiane della definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance.

All’interno di Solomon – Osservatorio per le discriminazioni, ha svolto un ruolo fondamentale per quanto riguarda l’adozione da parte del governo italiano della Definizione IHRA dell’antisemitismo. Può ritenersi soddisfatta?

Ci riteniamo soddisfatti, ma lo riteniamo solo l’inizio di un cammino. La Definizione deve essere contemplata per intero, non soltanto dal Consiglio dei Ministri, ma anche dalle altre istituzioni dello Stato italiano: la stiamo promuovendo verso i comuni, le regioni e le università, quindi è solo l’inizio di un cammino, ma è certamente un passo molto importante.

Adottata la Definizione, da giurista quale è Lei, cosa si aspetta che cambi, da un punto di vista legale, per quanto riguarda l’approccio al fenomeno dell’antisemitismo? Pensa che l’adozione possa svolgere un ruolo fondamentale per arginare il fenomeno a livello territoriale?

Quella dell’antisemitismo è una Definizione operativa, quindi non a carattere legislativo e vincolante, ma serve per dare un’indicazione ai giudici e agli operatori. Nel quadro legislativo, che è chiaramente incompleto, c’è un vuoto riguardo alle vecchie e nuove forme di antisemitismo. Riteniamo, e per questo ci abbiamo creduto in questi 3 anni, che sia uno strumento fondamentale, e lo è anche negli altri paesi che l’hanno adottata prima di noi, per riuscire ad inquadrare il fenomeno.

Avrà sicuramente letto la recente inchiesta de La Stampa, che ha mostra una ricerca di Euromedia sull’antisemitismo: i risultati, come ben sa, sono sconcertanti. Come commenta tutto questo?

La ricerca è stata commissionata dall’Osservatorio Solomon, ed è una ricerca volta a dare una fotografia della realtà esistente, isolando il fenomeno dell’antisemitismo rispetto ad altri fenomeni come razzismo e omofobia. Abbiamo proprio ritenuto che fosse necessario inquadrare e fare luce su questo fenomeno. I risultati sono molto interessanti, perché danno sia un dato storico, che rivela un ritorno degli stereotipi dell’antisemitismo storico, sia un dato sociologico, che invece rivela come i giovani sono più desiderosi di combattere fenomeni discriminatori legati all’antisemitismo; vi è anche un dato politico, dove appare che le forze liberali e di centro sono quelle in cui si avverte meno la discriminazione.

Un’ultima domanda: quale dev’essere l’approccio di noi giovani? L’aumento dell’antisemitismo coinvolge inevitabilmente anche l’UGEI. Cosa possiamo fare nel quotidiano per cercare di combattere questi pregiudizi?

La cosa fondamentale è far capire che questo tipo di pregiudizio legato all’antisemitismo nelle sue innumerevoli forme è una lesione dei diritti civili. Per il benessere di una società civile, è necessario far rientrare nell’alveo dei diritti umani qualsiasi lotta a qualsiasi forma di antisemitismo.


Consiglio UGEIUGEI11 Marzo 2019
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HaTikwà (L.Clementi)Un derby. Antisemitismo. La notizia non é nuova, ha soltanto cambiato ubicazione. Un tifoso dell’Union Berlino, dopo il match contro i cugini dell’Ingolstadt, ha twittato che il loro capitano, l’israeliano Almog Cohen, “dovrebbe sparire nelle camere”, riferendosi all’orribile metodo di uccisione sistematica perpetrato dai nazisti nei confronti degli ebrei negli anni quaranta. Il tweet è stato pubblicato dopo che Cohen ha ricevuto un cartellino rosso durante la partita di venerdì nella capitale tedesca.

La notizia ha suscitato inevitabilmente le dichiarazioni delle autorità israeliane: Emmanuel Nahshon, il portavoce del Ministro degli Esteri, si dice “scioccato”, aspettandosi “una ferma azione contro il responsabile da parte delle autorità tedesche”, mentre l’Ambasciatore israeliano in Germania Jeremy Issacharoff ha twittato “Almog, non sarai mai solo!”. Anche il Presidente della stessa Union ha pubblicamente difeso Cohen con un comunicato. Il centrocampista ha risposto con un tweet: “Prima di tutto vorrei ringraziarvi, grazie per il supporto infinito. Un ringraziamento speciale va al mio club, che mi supporta e mi rafforza in ogni occasione. Così fa anche il tweet antisemita: mi rafforza solamente. Sono orgoglioso di essere ebreo e di esserlo nel modo in cui sono cresciuto. Sono orgoglioso di sentire un senso di shlichut ogni volta che entro in campo per rappresentare la mia squadra. Come capitano della mia squadra e come giocatore della Nazionale israeliana farò di tutto per continuare a rappresentarti con rispetto”

Purtroppo la notizia dimostra un aumento preoccupante dell’antisemitismo in Germania, ma é anche la prova evidente del fatto che l’odio e le offese nei confronti degli ebrei sono all’ordine del giorno in tutte le tifoserie. La polizia tedesca ha registrato 1.646 reati motivati ​​dall’odio contro gli ebrei lo scorso anno, un aumento di quasi il 10% e il livello più alto in un decennio. Tra questi ci sono 62 reati violenti, contro i 37 del 2017. Destra, sinistra, poco importa. Quando si tratta dell’ebreo o dell’israeliano l’argomento in comune si trova sempre.

Un po’ come è accaduto recentemente a Roma: Forza Nuova, strema destra, ha manifestato a sostegno della Palestina contro “l’occupazione israeliana”. Un po’ come certa sinistra il 25 aprile, e su Twitter sono esplose dichiarazioni come “ebrei fuori dalla Palestina, giudei fuori dall’Europa”. Non si sa bene quale sia il posto di questi ebrei. Né dentro né fuori. E così anche nel calcio: chissà quale squadra dovranno mai tifare. Romanista ebreo, ma anche laziale, interista, milanista, juventino, viola. Un po’ tutti ebrei, un po’ tutti Anna Frank. Non sono citazioni a caso: in tutti questi casi c’è stato o c’è un coro o uno striscione che accusa gli avversari di essere degli ebrei. Eran Zahavi a Palermo? Sul web è stato scritto l’indicibile. Eyal Golasa alla Lazio? I tifosi si sono ampiamente espressi sulle pagine Facebook. E menomale che il trasferimento non si è concluso del tutto. Le campagne di sensibilizzazione sul tema stanno miseramente fallendo, quantomeno in Italia: molti esponenti delle tifoserie sono ben addentrati all’interno di movimenti di estrema destra ed estrema sinistra, e finché non fa clamore, si lascia scivolare il coro o lo striscione del dimenticatoio, in attesa che un bambino, influenzato dal padre o dal vicino di seggiolino, canti “giallorosso ebreo”, per ricominciare il cerchio.

Ad Almog Cohen va il nostro sostegno incondizionato, ma soprattutto la nostra più profonda comprensione: il tifoso ebreo sa bene cosa significa sentirsi estraneo in casa propria, e fino a che ci sarà un solo giocatore ebreo o israeliano offeso per l’unica colpa di esser tale, Almog Cohen non sarà mai solo.


Consiglio UGEIUGEI28 Ottobre 2018
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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia ha appreso inorridita quanto accaduto ieri nella sinagoga Tree of Life di Pittsburgh, in Pennsylvania, Stati Uniti.

Ci stringiamo alla comunità ebraica e alle famiglie delle vittime. I luoghi di culto sono da sempre simbolo di pace e luogo di rifugio, e la loro violazione è un abominevole segno di intolleranza. Atti di violenza insensata, inaccettabili in qualunque circostanza, e usati troppo spesso come tattica di divisione tra i popoli.

Possa il ricordo di tutte le vittime della strage di Pittsburgh essere di benedizione.

La Presidente Carlotta Micaela Jarach

28 ottobre 2018


Consiglio UGEIUGEI13 Giugno 2018
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Appena ho visto che l’UGEI offriva l’opportunità di andare dieci giorni negli USA ne ho subito approfittato. Ho così deciso di rispondere al bando presentato ai giovani ebrei italiani da ADL, Anti-Defamation League, per partecipare alla delegazione europea: non conoscevo ADL prima d’ora, ma dopo una breve ricerca non ho avuto esitazioni. ADL infatti nello specifico è un’organizzazione non governativa internazionale ebraica con sede negli Stati Uniti che si occupa, tra le tante cose, di combattere l’antisemitismo e tutte le forme di pregiudizio religioso soprattutto attraverso istruzione ed educazione. Proprio per questo obiettivo, hanno organizzato il programma “First Responders Programme”, ovvero come salvaguardare la cultura ebraica e saper interagire con reazioni antisemite all’interno della propria comunità d’appartenenza. Sentivo di dover partecipare, perché penso che saper contrastare e difendere la propria comunità da discriminazioni razziste e antisemite sia molto importante e soprattutto poter trasmettere ad altri cosa ho imparato durante questa esperienza sia di rilevante importanza.

Sono tornato ormai da Washington un mese fa, e non esito a dire che sono stati semplicemente dieci giorni fantastici. Da questo viaggio porto con me molte cose tra cui l’esperienza di poter dire di aver visto gli Stati Uniti con occhi diversi da quelli del classico turista. La conferenza più interessante alla quale ho partecipato è senz’altro quella all’interno di Capitol Hill. Entrare all’interno del parlamento americano e poter esprimere la propria identità ebraica e soprattutto parlarne con parlamentari e senatori non è certamente una cosa da tutti i giorni. Mi è piaciuta soprattutto perché si nota che negli Stati Uniti è diffusa una forte identità ebraica: inoltre, parlare con senatori americani è senz’altro un’esperienza molto particolare e affascinante di cui pochi possono usufruire. Sono ufficialmente entrato a far parte di un gruppo di persone provenienti da tutta Europa e anzi alla fine dell’esperienza posso dire di aver trovato una seconda famiglia. Tutt’ora ci teniamo in contatto e abbiamo dei progetti insieme. Penso che lo scopo di questa esperienza fosse proprio questo, unire varie comunità provenienti da tutto il mondo e far sì che collaborino in futuro.

Questa esperienza è stata per me molto formativa dal punto di vista ebraico perché mi fa capire che non siamo soli e che ogni nazione ha problemi di antisemitismo che vengono contrastati in maniera diversa ma soprattutto che ci sono realtà come ADL che si occupano di aiutare e proteggere l’identità ebraica. Ti senti di far parte di qualcosa. Grazie all’UGEI ho così potuto approfondire la conoscenza e l’incontro con le altre unioni giovanili europee per elaborare briefing su come comportarsi in periodi storici e sensibili come questi. Penso che non sia un’opportunità da perdere, ma non è per tutti. Bisogna davvero avere a cuore la propria comunità e conoscerla bene, in modo da farla conoscere anche ad altri. Se verrà riproposto, consiglio a chiunque parta di essere molto motivato perché non è una vacanza ma quasi un lavoro, ma è sicuramente molto formativo da tutti i punti di vista.

Ruben Veneziani 
abita a Roma e studia ingegneria delle telecomunicazioni alla Sapienza