Shemot: la missione morale di ogni ebreo


di Daniele Steinhaus
Con il primo Shabbat del 2026 si è chiuso il Libro di Bereshit (Genesi), conclusosi con la morte di Yosef Hazzadik, e a partire da questa settimana si inizierà un nuovo capitolo, Shemot (Esodo), incentrato sull’esilio e sulla nascita del Popolo Ebraico.
La derashà mostra come sulle origini e sui primi anni di vita del protagonista dei prossimi quattro libri della Torá, Moshè, si sappia ben poco.
Nella Parashá di Shemot sono riportate tre storie differenti, apparentemente scollegate, che riguardano il “Principe d’Egitto”. La prima racconta che un giorno Moshè andò a controllare le condizioni del popolo ebraico ridotto in schiavitù e vide un egiziano che frustava un ebreo. Non vedendo alcuna persona intorno a lui, uccise il soldato del Faraone e lo nascose sotto la sabbia. Un altro giorno Moshè uscì e vide due ebrei che si azzuffavano. Chiese loro perché si battessero, ma uno dei due gli rispose: «Chi ti ha costituito giudice tra di noi? Pensi forse di uccidermi come uccidesti l’Egiziano?». In seguito, fuggito dal Regno d’Egitto per sottrarsi all’ira del Faraone, egli andò ad abitare a Midian. Recatosi al pozzo del villaggio, vide le figlie di Itró, sacerdote midianita e suo futuro suocero, infastidite dai pastori che impedivano loro di abbeverare il bestiame. Il profeta allora le difese e le aiutò.
Sebbene questi racconti possano apparire poco connessi tra loro, in realtà essi nascondono un significativo messaggio etico e morale, che va oltre il semplice altruismo di Moshè.
In primo luogo, è possibile notare come i tre episodi riguardino situazioni estremamente differenti tra loro: mentre il primo costituisce un palese caso di antisemitismo (un egiziano che percuote un ebreo), il secondo è un conflitto “interno” tra due ebrei. Invece, l’ultimo episodio coinvolge esclusivamente non ebrei (midianiti).
Inoltre, si può addirittura cogliere un apparente paradosso nelle parole stesse della Torá. Prima di uccidere l’egiziano, Moshè si sarebbe voltato per controllare che non vi fosse nessuno intorno a lui. Come è dunque possibile che, subito dopo, la Torá racconti che i due ebrei avevano visto l’atto? Forse il principe d’Egitto è stato poco attento? Quale morale si può trarre dal comportamento di Moshè in questa Parashá?
Sul primo episodio la Torá riporta il versetto ויפן כה וכה וירא כי אין איש, letteralmente traducibile come “e si voltò di qua e di là e vide che non c’era uomo”. Una possibile interpretazione del pasuk potrebbe essere che, in realtà, Moshè non si voltò per assicurarsi che non vi fosse nessuno, ma che non vi fosse nessun uomo pronto a intervenire in difesa di suo fratello.
Da qui traiamo una lezione morale importante: un ebreo deve, esattamente come Moshè, aiutare i suoi fratelli attaccati e perseguitati. Solo in questo caso possiamo definirci uomini.
Ma non ci si può fermare qui.
Un ebreo deve anche intervenire nel portare pace all’interno del Popolo Ebraico, così come tentò di fare Moshè con i due ebrei che si battevano, e nella lotta contro le ingiustizie degli altri popoli, così come egli fece a Midian.
In conclusione, dalla Parashá di Shemot possiamo trarre uno dei valori più importanti della religione ebraica, il Tikkun Olam, ossia l’impegno continuo a riparare alle ingiustizie di questo mondo.
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