Shabbat Hagadol a Padova: l’eccezione di “Ve‘arevà”

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di Simone Colombo

Tra le molte tradizioni che caratterizzano le comunità ebraiche italiane, quella di Padova presenta una particolarità singolare: nello Shabbat Hagadol non si legge la haftarah di “Ve‘arevà”.
Un passo: “sarà gradita all’Eterno l’offerta di Yehudà e Yerushalayim” (Libro di Malachia 3,4–24) che viene invece letto nella quasi totalità delle comunità ebraiche.

Una breve indagine ha mostrato come questo uso padovano rappresenti un unicum nel panorama italiano. Esso trova tuttavia un interessante parallelo nel rito seguito dal movimento, nel quale pure non si distingue lo Shabbat Hagadol con una haftarah specifica. In tali contesti si legge semplicemente la haftarah corrispondente alla parashà della settimana; nel caso dell’anno 5786, ad esempio, quella di Tzav.

La peculiarità padovana non si esaurisce qui. Solo per due parashot, Vaiqrà e Tzav, la tradizione locale presenta dei “tagli” nella haftarah rispetto agli altri usi italiani, avvicinandosi in questo caso al rito yemenita. Si tratta di un ulteriore indizio della complessità e stratificazione del minhag cittadino.

Un contributo significativo alla questione proviene da una recente indagine di Rav Locci, che, sulla base di una testimonianza riportata da Rav Ovadia Yosef, segnala come anche a Smirne fosse attestato l’uso di non leggere la haftarah di “Ve‘arevà”. Questo elemento apre alla possibilità di un collegamento con tradizioni sefardite o levantine.

Per comprendere tali peculiarità è necessario considerare il contesto storico della comunità padovana. Nel corso del XVI secolo, Padova ospitava diverse “congregations” ebraiche, espressione di provenienze e riti differenti: italiani, ashkenaziti e sefarditi. Solo alla fine dell’Ottocento queste realtà furono unificate sotto il rito italiano, in un processo che non cancellò completamente le tradizioni precedenti.

Alla luce di ciò, si può ipotizzare che il minhag padovano conservi tracce di questa pluralità originaria. In esso convivono infatti elementi riconducibili all’antico rito ashkenazita, come nel caso del numero delle sonate dello shofar a Rosh Hashanà, accanto ad altri di matrice levantina, come la mancata lettura della haftarah di Shabbat Hagadol.

Il minhag di Padova è descritto in un dattiloscritto del 1955 redatto dal rabbino Aldo Luzzatto e dal chazan Vitaliano Colombo, preziosa testimonianza di una tradizione che, lungi dall’essere marginale, si rivela invece come un interessante crocevia di storie liturgiche.


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