27 Novembre 201910min1170

Sacha Baron Cohen, il “dittatore” che ha sfidato i big tech

Il dittatore 2

HaTikwa (N. Greppi) – Ha fatto molto parlare di sé il discorso tenuto dall’attore e comico britannico Sacha Baron Cohen il 21 novembre, quando ha ricevuto l’International Leadership Award dall’Anti-Defamation League (ADL), organizzazione ebraica impegnata nel combattere il razzismo e l’antisionismo. Durante la cerimonia, Cohen ha lanciato una dura invettiva contro i colossi della Silicon Valley, e in particolare contro Facebook, che ha accusato di permettere al razzismo di diffondersi pur di fare profitti. “Se Facebook fosse esistito negli anni ‘30,” ha affermato, “avrebbe permesso a Hitler di pubblicare annunci sulla ‘soluzione’ al ‘problema ebraico’.”

Per chi da anni conosce i suoi film è difficile credere che quello fosse lo stesso Baron Cohen che ha interpretato personaggi come Ali G e Borat, tra i più politicamente scorretti del cinema anglosassone degli ultimi 20 anni. È anche vero che negli ultimi tempi il comico inglese, nato a Londra nel 1971 da genitori ebrei ortodossi, sembra aver deciso di impegnarsi in ruoli più seri, di cui l’ultimo è quello della spia israeliana Eli Cohen che ha interpretato nella miniserie The Spy, uscita a settembre su Netflix.

Ma c’è un altro film, tra i suoi più celebri, che andrebbe ricordato soprattutto perché rivederlo oggi, a 7 anni da quando è uscito nelle sale, ci dice molto su come è cambiato lo scenario politico: Il dittatore.

La trama (attenti agli spoiler)

Il dittatore, uscito nel 2012, narra la storia dell’Ammiraglio Generale Aladeen, dittatore dello stato fittizio nordafricano di Wadiya: infantile, autoritario, narcisista, razzista, antisemita e misogino, viene costretto dalle pressioni internazionali a recarsi a New York per parlare alle Nazioni Unite. Una notte, viene fatto rapire per ordine di Tamir, suo zio e consigliere che intende sostituirlo con un sosia per trasformare Wadiya in una democrazia, il che in realtà è solo un pretesto per svendere il petrolio del paese a potenze straniere.

Aladeen riesce a fuggire, ma prima gli viene tagliata la folta barba senza la quale nessuno lo riconosce. A dare una svolta ai suoi piani di riconquista del potere saranno gli incontri con Nadal, che a Wadiya era a capo delle ricerche sulle armi nucleari ma era fuggito negli USA dopo che Aladeen aveva dato l’ordine di giustiziarlo, e Zoey, un’attivista per i diritti umani per la quale Aladeen inizierà a provare qualcosa. In quei giorni, Aladeen farà di tutto per tornare al potere e impedire alla democrazia di sorgere nel suo paese.

Analisi (sempre attenti agli spoiler)

Il film, diretto da Larry Charles e in cui Cohen è anche co-sceneggiatore oltre che attore protagonista, fece parlare di sé per l’alto tasso di battute politicamente scorrette sia sulle minoranze etniche e sulle donne, sia sulle questioni geopolitiche; a pesare fu anche il fatto che alla cerimonia degli Oscar di quell’anno Cohen si era recato vestito da Aladeen e portando con sé un urna che secondo lui conteneva le ceneri del dittatore nordcoreano Kim Jong-il, che rovesciò addosso a un giornalista. Ovviamente non erano vere ceneri, ma lo scherzo ebbe comunque il risultato di fare pubblicità al film.

Nonostante le critiche che ricevette, Il dittatore ebbe un merito non indifferente: esso è riuscito a prendere in giro a 360 gradi tutte le maggiori forme di estremismo politico di quegli anni. Infatti non è solo una parodia dei regimi autoritari di Gheddafi e Saddam (analogamente a un altro film, Il grande dittatore in cui nel 1940 Charlie Chaplin faceva la parodia di Hitler), ma mette anche in luce le ipocrisie e le contraddizioni del politicamente corretto, incarnato dal personaggio di Zoey: la ragazza gestisce un negozio di prodotti vegani, dove lavorano solo rifugiati di paesi del Terzo Mondo e ci sono anche i bagni per le lesbiche. Per dimostrare di non essere razzista, la ragazza gli dice: “Pensa che non vado a letto con un bianco dalle superiori”, il che però sarebbe comunque razzista ma verso i bianchi.

A essere prese in giro sono anche le concezioni che abbiamo di democrazie e dittature, e il desiderio delle prime di imporre il loro modello con la forza alle seconde. Ciò emerge soprattutto nella scena in cui Aladeen parla alle Nazioni Unite, quando per glorificare il modello della dittatura ne elenca i presunti pregi: un sistema dove l’1% della popolazione è più ricco di tutti gli altri, dove si possono intercettare le comunicazioni delle persone e creare false emergenze attraverso media solo apparentemente liberi: tutte cose, se uno ci fa caso, che sono state fatte dagli Stati Uniti.

In Italia il film si distinse per una censura nel doppiaggio, nella scena in cui Aladeen ha appena finito di avere un rapporto sessuale con Megan Fox: nella versione originale lei gli dice che dopo doveva andare con “the Italian Prime Minister”, il Primo Ministro italiano, un chiaro riferimento a Berlusconi (che era Primo Ministro durante le riprese, ma già rimpiazzato da Monti quando il film uscì al cinema).

Confronto con l’attualità (stavolta niente spoiler)

Rivedere oggi Il dittatore ci dice molto su cosa è cambiato sul piano geopolitico negli ultimi anni: se allora negli USA erano in molti, sia a destra che a sinistra, e ritenere giusto rovesciare i dittatori tramite gli interventi della NATO, oggi chiaramente non è più così, tutt’altro: da quando Donald Trump è alla Casa Bianca, l’America sta rinunciando sempre di più a esercitare la propria influenza in Medio Oriente, con tutti i pro e i contro che ne derivano.

In Medioriente ci sono stati degli sviluppi che hanno messo in discussione tutto ciò che si diceva nel 2012: solo un anno prima erano scoppiate le Primavere Arabe, che in un primo momento si pensava avrebbero portato libertà e democrazia, ma non è andata così: molti paesi della regione, Siria e Libia in primis, sono finiti nel caos; Assad, che si dava quasi per scontato che sarebbe stato rovesciato, oggi è più forte che mai anche grazie all’appoggio della Russia e dell’Iran; in seno alle guerre civili scoppiate nella regione è nato l’ISIS, che ha compiuto attentati anche in Europa.

E proprio in Europa l’aumento del terrorismo islamico e la mancanza di una reazione adeguata da parte delle istituzioni è stato tra i vari fattori che hanno sdoganato i partiti nazionalisti in tutto il continente, tanto che concetti come “populismo” e “sovranismo”, che fino a pochi anni fa erano ai margini del dibattito pubblico, oggi ne sono al centro.

E qui arriviamo all’argomento più recente, ovvero i social: perché nel 2012 erano molto meno pervasivi rispetto ad oggi nella nostra società, e vi era ancora chi fosse convinto che avrebbero portato alla creazione di una comunità globale dove tutti vivono in armonia. Invece i social si sono rivelati un luogo dove le posizioni si sono fatte sempre più polarizzate, tanto da creare delle divisioni quasi tribali nella società. In questa situazione, da un lato risorgono gli episodi di razzismo e antisemitismo, dall’altro anche il politicamente corretto si è manifestato con toni molto più violenti di quelli descritti nel film: basti pensare a quando, negli Stati Uniti, dopo l’elezione di Trump numerosi attivisti di estrema sinistra hanno iniziato a distruggere le statue dei generali sudisti o, come a Los Angeles, a rimuovere statue di Cristoforo Colombo.

In conclusione, rivedendo questo film nel 2019 si impara una lezione importante: che il futuro è molto più imprevedibile di quanto pensiamo, e che non è detto che la storia vada sempre nella direzione da noi voluta.