Ricordando Rabin

Rabin_ Daniele di nepi

Il primo novembre, sono andato all’evento in ricordo dell’assassinio del Primo Ministro di Israele,

Yitzhak Rabin, 19 anni dopo il tragico accadimento. Alla fine di Shabbat, una folla di qualche migliaia di persone si è radunata nel centro di Tel Aviv. (Ci sarà un altro evento una settimana dopo, organizzato dai movimenti giovanili israeliani, alla quale parteciperò allo stesso modo).

La pioggia, che ha colpito violentemente Tel Aviv nel pomeriggio, ha dato qualche ora di tregua, per permettere alla folla di raggiungere la piazza dove Rabin fu ucciso.

Arrivando da Rechov Frishman, superati i controlli di sicurezza del caso, sono entrato in una piazza abbastanza piena. Molti giovani e qualche meno giovane. Molti cartelli e loghi presenti, principalmente di movimenti giovanili e politici tendenti alla sinistra. Bandiere di partito, ma anche bandiere israeliane. Accanto ad una di queste, ne spunta anche una palestinese, che attira l’attenzione di molti. Alcuni, in modo pacifico (almeno per quanto ho avuto modo di vedere) chiedono spiegazioni al ragazzo che la sventola, credendo forse che non sia un atteggiamento adeguato alla situazione. Il ragazzo spiega come, secondo lui, il punto sia proprio quello di arrivare alla pace e che quindi crede sia giusto portare anche quella bandiera.

Molti sono gli slogan presenti, tra cui uno che  parafrasa il vecchio slogan più volte rivolto al ricordo di Rabin “Haver, ata Chaser” (Amico, ci manchi), che diventa “Eskem, ata Chaser” (Trattato, ci manchi), riferendosi un trattato di pace con i palestinesi.

Moltissimi cartelli che, in un modo o nell’altro, richiamano alla pace. Shalom è sicuramente la parola più utilizzata.

Viene proiettato il video del discorso dell’allora presidente nella stessa piazza, pochissimi istanti prima dello sparo di Igal Amir. Sono parole di un leader forte, cariche di speranza. Alcune di queste parole, anche se vecchie di 19 anni, rimangono nella testa. “Il governo che ho l’onore di presiedere… ha decido di dare una possibilità alla pace. Una pace che risolverebbe la maggior parte dei problemi di Israele. Sono stato un uomo dell’esercito per 27 anni, ho combattuto come se non ci fosse una possibilità di pace. Io credo che ora ci sia una possibilità di pace.” Un velo di commozione colpisce i presenti.

Un commosso Shimon Peres sale sul palco. Nonostante i suoi 91 anni, la sua voce rimbomba forte in tutta la piazza. Una voce diversa rispetto a quella che aveva nei discorsi da Primo Ministro. Racconta che si ricorda di essere stato accanto a Rabin quella sera e che da quel momento il suo cuore non ha più smesso di piangere. Grida che la strada tracciata da Rabin è ancora viva e che alla fine quella strada vincerà. Elenca le eccellenti lodi e capacità dello stato di Israele, ma sottolinea che la pace renderebbe tutto migliore. Avverte che sarà impossibile rimanere uno stato ebraico e democratico se non si arriverà alla pace. Sa bene che i palestinesi dovranno riconoscere l’esistenza dello stato di Israele, ma che a renderlo uno stato ebraico deve essere la sua popolazione. Si rivolge ai religiosi e ai non religiosi dicendo: “Ricercare la pace è una mitzvah”. Prosegue chiedendo a coloro che non vogliono percorrere questa strada quale sia la loro soluzione. “La pace si fa con il nemico”, ma sostiene che dobbiamo farla soprattutto per noi come israeliani. “Non so se arriveremo ad una pace perfetta, ma meglio una pace fredda che una guerra calda… Ero un giovane e ora sono invecchiato, ma spero di essere qui al momento della firma”. Usa una frase della famosa canzone Shir la Shalom, cantata da Rabin quella sera di 19 anni fa: “Non dite che arriverà un giorno, fate in modo che quel giorno arrivi”. Poi grida alla folla che la pace arriverà.

Mi allontano dalla piazza e salgo su un taxi.

Il tassista: “eravate alla manifestazione? Non capisco perché debbano politicizzare l’omicidio di Rabin. L’omicidio è stata una cosa terribile, ma bisognerebbe ricordarlo con qualcosa di apolitico. Invece si trasforma in una manifestazione di sinistra”.

Chissà cosa sarebbe successo se Rabin fosse ancora vivo. Sarebbe riuscito a firmare uno storico trattato di pace con i palestinesi? Gaza e West Bank sarebbero unite in un solo stato in pace con Israele? Non lo sapremo mai. Sappiamo solo che questo possibile futuro oggi sembra solo un sogno lontano, vecchio almeno di 19 anni.

Daniele Di Nepi – twitter @danieledinepi