Quando l’odio si maschera da critica: il no dell’opposizione al ddl sull’antisemitismo

Italy's Prime Minister Renzi talks during a confidence vote at the Senate in Rome

di Gabriel Venezia

Con il voto del Senato del 4 marzo 2026, in Italia è ufficialmente avvenuto l’ennesimo passaggio fondamentale nella lotta contro l’antisemitismo. Con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti, il disegno di legge S.1004 introduce finalmente un quadro normativo chiaro per riconoscere e contrastare una delle forme di odio più antiche e persistenti della storia europea.

Il provvedimento, presentato dai senatori leghisti Romeo, Pirovano e Bergesio, ha ricevuto un sostegno trasversale: da Maurizio Gasparri di Forza Italia a Ivan Scalfarotto di Italia Viva, fino a Graziano Delrio del Partito Democratico. La lotta all’antisemitismo non dovrebbe essere materia di scontro ideologico, ma una causa che dovrebbe superare le divisioni politiche.

Il disegno di legge si articola in cinque punti fondamentali. Il primo introduce nell’ordinamento italiano la definizione operativa di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che descrive l’antisemitismo come una forma di odio o pregiudizio contro gli ebrei, che può manifestarsi attraverso atti, discorsi o comportamenti discriminatori. L’obiettivo è fornire alle istituzioni uno strumento chiaro per riconoscere e individuare questi fenomeni. Il secondo articolo stabilisce che tale definizione possa essere utilizzata dalle amministrazioni pubbliche come riferimento nelle politiche di prevenzione e monitoraggio. Il terzo prevede l’elaborazione di una strategia nazionale contro l’antisemitismo, che includa attività educative, programmi di formazione e iniziative di sensibilizzazione nelle scuole e nelle università. Il quarto rafforza il ruolo del Coordinatore nazionale per la lotta all’antisemitismo, chiamato a coordinare le iniziative delle diverse amministrazioni pubbliche. Il quinto chiarisce infine che l’attuazione della legge non comporterà nuovi oneri per la finanza pubblica.

La discussione politica, tuttavia, si è concentrata soprattutto sulla definizione IHRA. Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno votato contro il provvedimento, mentre il Partito Democratico si è diviso scegliendo in larga parte l’astensione. Le critiche mosse dai contrari, riguardano il timore che la definizione possa limitare la critica politica allo Stato di Israele.

Uno scetticismo comprendibile ma, nei fatti, infondato. La stessa definizione IHRA chiarisce che le critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Stato non sono antisemite. Ciò che viene messo in discussione non è il diritto di criticare un governo, ma la tendenza a trasformare il dibattito politico su Israele in una forma di delegittimazione dell’esistenza stessa dello Stato ebraico. Un esempio calzante è l’equazione Israele=nazismo, un paragone offensivo e totalmente antistorico, volto esclusivamente a denigrare uno Stato.

Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, o sostenere che l’esistenza di Israele sia di per sé illegittima, non è una semplice opinione politica. È una forma di antisemitismo contemporaneo.

Un ulteriore elemento che aiuta a comprendere il senso del provvedimento arriva direttamente dalle comunità ebraiche italiane. Livia Ottolenghi, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha definito il disegno di legge “una risposta a un’esigenza reale”, sottolineando come negli ultimi anni il fenomeno dell’antisemitismo abbia registrato un aumento preoccupante.

Ottolenghi ha inoltre evidenziato come il fenomeno non si limiti più alla dimensione digitale, ma si manifesti sempre più spesso con aggressioni e atti concreti. Solo pochi giorni fa, ha ricordato, due ragazzi sono stati aggrediti e mandati in ospedale a Milano perché ebrei. Episodi che si inseriscono in un contesto europeo sempre più teso, dove gli atti antisemiti sono tornati a crescere in modo significativo. La presidente dell’UCEI ha anche descritto le condizioni di sicurezza in cui vivono molte comunità ebraiche in Italia: scuole sorvegliate, edifici protetti, studenti spesso costretti a muoversi sotto scorta e rappresentanti delle comunità che vivono quotidianamente sotto tutela delle forze dell’ordine. Una realtà che, secondo Ottolenghi, dimostra come la questione dell’antisemitismo non sia un tema astratto o ideologico, ma una condizione concreta con cui molte persone devono fare i conti ogni giorno.

I dati raccolti dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea confermano la gravità del fenomeno. Nel Rapporto annuale sull’antisemitismo in Italia 2025, l’Osservatorio della Fondazione CDEC ha registrato 963 episodi di antisemitismo nel Paese, un numero mai raggiunto prima. Si tratta di un aumento del 10% rispetto al 2024, del 100% rispetto al 2023 e addirittura del 400% rispetto al 2022. La maggior parte degli episodi si verifica online, ma crescono in modo significativo anche le aggressioni e le discriminazioni nel mondo reale. Un quadro che dimostra come l’antisemitismo non sia un fenomeno marginale o puramente retorico, ma una realtà concreta che riguarda la società italiana contemporanea.

Alla luce di questo quadro, la legge approvata dal Senato appare come una risposta politica a un problema reale. Allo stesso tempo, la stessa Ottolenghi ha sottolineato come sarebbe stato auspicabile un consenso ancora più ampio, osservando che i voti contrari e le astensioni hanno lasciato un certo rammarico. Chi oggi grida alla “legge liberticida” dovrebbe interrogarsi su un fatto evidente: nessun altro Stato al mondo viene sistematicamente paragonato al nazismo come accade a Israele. Questo doppio standard, più che una critica politica, spesso rivela un pregiudizio profondo. La lotta all’antisemitismo non limita la libertà di parola. Al contrario, la difende. Perché una democrazia autentica non può tollerare che l’odio verso una minoranza venga travestito da legittimo dibattito politico.

Il voto del Senato non risolve il problema dell’antisemitismo. Ma segna un passo importante nella direzione giusta. Ed è un segnale che l’Italia, almeno su questo terreno, ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.


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