Pesach 5786, che significato ha quest’anno?

di Eitan Gean
Come ogni anno, Pesach è arrivato con un significato diverso: per la prima volta dal 7 ottobre 2023, non sono più presenti ostaggi israeliani a Gaza. Un dato che, da solo, basterebbe a segnare una svolta simbolica moderna per una festa che, da millenni, celebra la liberazione dalla schiavitù. Eppure, continua a non essere un Pesach come gli altri. Quest’anno, molti ebrei si avvicineranno alla tavola del Seder portando con sé un miscuglio di emozioni: dolore e gratitudine, solidarietà e alienazione, orgoglio e vergogna, paura e coraggio. Per alcuni l’ebraicità è diventata una questione di appartenenza più profonda. Un qualcosa a cui aggrapparsi con forza in un contesto sempre più insicuro. La storia dell’uscita dall’Egitto, che si ripete ogni anno attorno al tavolo del Seder, parla di oppressione, attesa e redenzione. Uno dei più sentiti canti che risuonano con la lettura dell’Haggada, Vehi Sheamda, ci ricorda l’aspetto tragico fin troppo attuale dell’identità ebraica: in ogni generazione ci troveremo ad affrontare nemici che vogliono la nostra distruzione. A quasi un secolo di distanza dalla Shoah, mai questo pericolo è stato così concreto. Il Seder ci dà l’occasione annuale per ricordare che la sopravvivenza, è una costante nella storia del nostro popolo. Oggi la differenza più grande non risiede nelle intenzioni dei nostri nemici: queste cambiano ben poco nel tempo. In particolare, non viviamo più in un’epoca di diaspora obbligata: abbiamo una patria, Israele, che fornisce una forza militare, politica, culturale e sociale senza precedenti rispetto alle generazioni passate. Pertanto, giunti a questo punto del Seder, è importante che si comprenda questa distinzione, in ogni generazione il popolo ebraico si è trovato ad affrontare nemici malvagi, ma la sua capacità di contrastarli è cambiata radicalmente. Quest’anno, quella lezione è più chiara che mai, Israele è circondato da realtà che si impegnano attivamente per la sua distruzione. L’antisemitismo è riemerso nei modi che tutti speravano essere appartenenti al passato, rendendo insicura la vita di milioni di persone. Nonostante tutte queste paure e difficoltà, la notte del Seder del 2026 non può essere paragonata alla notte dei Sederarim svolti tra il 1933 e il 1945. Lo Stato di Israele è impegnato in una guerra volta a garantirsi la sopravvivenza e, quando ci chiediamo perchè questa notte sia diversa dalle altre (Manishtanà), dovremmo anche chiederci che cosa è cambiato nel DNA del popolo ebraico. Negli ultimi due anni, il tema della libertà non ha riguardato solo la memoria, ma un’esperienza reale e dolorosa. Le immagini degli ostaggi, le storie delle famiglie, l’angoscia dell’attesa hanno trasformato Pesach da una sola ricorrenza rituale a una riflessione urgente. Per tre anni il quesito, “Manishtanà” è stato accompagnato dalla domanda “che cosa significa essere liberi?”. Questo Pesach è comunque diverso, ha un sapore di Libertà che non aveva nei due anni passati: nessun ostaggio è più in mano ad Hamas, né a Gaza né altrove; si potrebbe pensare a una chiusura. Ma la realtà è più complessa. Molti non sono tornati vivi e troppi Chayalim sono morti per riportarli a casa. Le ferite individuali e collettive restano aperte, anche senza ostaggi, e il senso di incompletezza rimane. Pesach 5786 resta un punto di passaggio. È il primo senza ostaggi, ma non è ancora un Pesach di piena liberazione. È una festa sospesa tra sollievo, memoria, gratitudine e dolore. Una festa che ricorda che la libertà non è mai uno status definitivo, ma un qualcosa da difendere e ricostruire continuamente. La storia ci ha insegnato che la sopravvivenza del popolo ebraico non è scontata. Nonostante l’enorme forza che oggi possediamo come Stato ebraico, è ingenuo pensare che le minacce svaniranno. La Torah ci comanda di ricordare quel passato, perché è la radice della nostra forza e la nostra identità. Al Seder di quest’anno la sedia vuota può assumere un nuovo significato. Non più solo per chi era prigioniero, ma per chi non potrà esserci: i Chayalim e tutte le persone che con il proprio sacrificio, hanno contribuito a riportare a casa gli ostaggi. È l’iniziativa del Seder del CGEF a Firenze: lasciare una sedia libera come segno di memoria e riconoscenza. Perché la libertà che celebriamo a Pesach è anche il frutto di chi, oggi, ha reso possibile restituirla.
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