8 Giugno 202011min449

Perché il BDS ha perso (o quasi)

bds fail

di Nathan Greppi

 

Nell’ultimo anno hanno suscitato numerose polemiche le esternazioni sui social di Chef Rubio, noto personaggio televisivo che in tempi recenti si è distinto per le sue invettive feroci contro Israele e le comunità ebraiche. Ma se si fa un confronto tra le campagne antisraeliane anche solo di 4-5 anni fa e quelle di oggi, sembra essere avvenuto un netto miglioramento almeno in Italia, soprattutto per quanto riguarda un preciso fenomeno: il fallimento della campagna BDS.

Facciamo un passo indietro: il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) è un movimento nato nel 2005, che mira a isolare Israele soprattutto a livello economico (boicottando prodotti israeliani) e culturale (cercando di impedire ad artisti stranieri di esibirsi o intrattenere scambi con lo Stato Ebraico). In molti paesi, come quelli anglosassoni, questo movimento gode dell’appoggio di una buona parte del mondo accademico e dello spettacolo, nonché di politici e movimenti di estrema sinistra. Pur riuscendo nell’ultimo decennio a suscitare preoccupazioni non indifferenti sia in Israele sia tra gli ebrei americani ed europei, in tempi più recenti sembra non essere più una grossa preoccupazione, già prima dell’emergenza coronavirus.

 

Il BDS in Italia

Partiamo dal contesto italiano: nel nostro paese il BDS non ha mai attecchito davvero, salvo quando, nel 2016, un gruppo di circa 350 docenti universitari firmarono una petizione per porre fine agli scambi tra i loro atenei e il Technion di Haifa; di questi, 50 insegnavano all’Università di Torino. Tuttavia, come spiegava in un’intervista a Mosaico nel 2017 il docente di Semiotica Ugo Volli, di questi 50 più di metà erano pensionati, su un totale di 1500 professori attivi. E se si guarda sul sito della loro divisione italiana, si nota come su 210 associazioni e imprese che vi aderiscono ben 154 sono concentrate in sole 4 città: Roma, Torino, Bologna e Cagliari.

 

Il BDS e i partiti

Scorrendo la lista degli aderenti, si comincia a capire perché in Italia il BDS ha poca influenza: come in altri paesi occidentali, anche da noi esso è legato soprattutto agli ambienti della sinistra estrema e terzomondista e alla galassia dei centri sociali. Tuttavia, mentre in altri paesi ciò gli vale il sostegno di politici provenienti da partiti importanti, come il Labour inglese o Podemos in Spagna, da noi vengono appoggiati apertamente solo da Potere al Popolo, che nel 2018 ha preso circa l’1% dei voti, e da 2 movimenti indipendentisti sardi.

In passato è stato appoggiato anche da singoli esponenti di LeU e del Movimento 5 Stelle; tuttavia, nel momento in cui i pentastellati sono andati al governo, il loro si è rivelato un antisionismo “monco”, nel senso che non sono riusciti a tradurre in azioni concrete le posizioni che avevano quando erano all’opposizione. Basti pensare all’ex-Ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, che quando insegnava all’Università di Pretoria si era espresso contro gli scambi con Israele, ma che una volta al governo non ha più detto niente sulla questione; o a quando, nel luglio 2019, il Movimento organizzò assieme all’Ambasciata israeliana una conferenza sulle relazioni tra i due paesi, in cui i deputati grillini Paolo Lattanzio e Antonio Zennaro dissero che il M5S era pronto ad abbandonare i suoi stereotipi su Israele.

Un’altra ragione alla base della loro scarsa presenza nella nostra penisola potrebbe stare nel fatto che, mentre altrove sono soprattutto i giovani a votare i partiti di estrema sinistra, in Italia questi sembrano essere meno progressisti dei loro coetanei inglesi, francesi e tedeschi: secondo un dossier del Centro Studi Machiavelli uscito nel luglio 2019, da noi alle ultime elezioni europee è stata la Lega il partito più votato dai Millennial (i nati tra il 1980 e il 1996, ndr), con il 28% dei voti. E sebbene anche nell’estrema destra italiana esistono frange antisioniste, il discorso dei grillini vale anche per loro: quando hanno occupato posizioni di rilievo, le loro posizioni sono sempre state marginali.

 

Fuori dall’Italia

Ma anche in altri contesti il BDS sembra arretrare; innanzitutto, prima della pandemia Israele stava vivendo uno dei migliori periodi della sua storia: i rapporti con i paesi islamici stanno gradualmente migliorando da anni, l’economia e il turismo crescevano a dismisura, e la disoccupazione era solo al 4% (salvo poi balzare al 16% con il lockdown). Ma anche nell’attuale crisi, pur indebolita sul piano economico ha retto molto meglio di altri paesi occidentali sul piano sanitario. Molti paesi hanno capito di non poter fare a meno delle scoperte mediche israeliane, tanto che persino il capo del BDS, Omar Barghouti, ha dichiarato ad aprile che se Israele dovesse trovare un vaccino al coronavirus non andrà boicottato.

Un’altra questione è legata al fatto che in altri paesi non sono solo i partiti di destra a difendere Israele, ma anche la sinistra più moderata e i partiti di centro: basti pensare a quando, all’inizio del 2020, il parlamento austriaco ha approvato all’unanimità una risoluzione che definisce “antisemita” il BDS, vedendo schierati dallo stesso lato sia i partiti di destra OVP e FPO sia i Verdi di sinistra. Un altro esempio simbolico riguarda il comune di Madrid dove, nel dicembre 2018, una risoluzione del partito di estrema sinistra Podemos voleva rendere la capitale spagnola uno “spazio libero dall’Apartheid israeliana”; tale risoluzione venne respinta dai conservatori del Partito Popolare, dai socialisti del PSOE e dai liberali di Ciudadanos. E anche il Partito Laburista Britannico, che sotto la guida di Jeremy Corbyn si è ritrovato al centro di numerosi scandali per accuse di antisemitismo, oggi è guidato da Keir Starmer, che almeno a parole è molto più vicino agli ebrei e a Israele del suo predecessore.

 

Le radici storiche

Non si può non capire le ragioni della sconfitta del BDS se non si riflette sul contesto storico e politico in cui è nato: nel 2005 stava per concludersi la Seconda Intifada, che aveva causato numerosi morti sia tra gli israeliani che tra i palestinesi, e al termine della quale si è costruito il muro al confine con la Cisgiordania. Inoltre, in quegli anni faceva molto parlare di sé il movimento no-global, che criticava da sinistra le disuguaglianze socioeconomiche create dalla globalizzazione. Fortemente intriso di terzomondismo e sentimenti antioccidentali, questo movimento accoglieva anche molti elementi antisionisti, tanto che già nel 2002 HaTikwa, che all’epoca era un bimestrale cartaceo, dedicò ai no-global una copertina intitolata Il dialogo impossibile. È questo il contesto che ha permesso la nascita del BDS, che in seguito è cresciuto soprattutto durante ognuno dei 3 scontri con Hamas a Gaza nel 2008, nel 2012 e nel 2014, quando la narrazione di un Israele “colonialista” ha permesso loro di fare proseliti in tutto il mondo.

Se oggi il BDS è in crisi è anche perché il contesto in cui è nato ormai non esiste più: i no-global sono stati dimenticati, ed è anche a causa del loro fallimento che oggi i ceti medio-bassi in molti paesi si rivolgono ai partiti sovranisti. E mentre una volta in Occidente molti erano convinti che il conflitto israelo-palestinese fosse l’unico problema del Medio Oriente, le guerre civili in Siria, Libia e in altri paesi arabi hanno gradualmente cambiato le priorità. Gli attentati terroristici avvenuti in Europa dal 2015 in poi, la questione dei migranti e l’avvento del populismo in molti paesi hanno fatto il resto, concentrando su di sé l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media.

In conclusione, un movimento che fino a pochi anni fa sembrava una minaccia per lo Stato Ebraico oggi è più debole che mai. Tuttavia, non bisogna abbassare la guardia, perché nessuno sa per certo come cambierà lo scenario politico al termine della pandemia da coronavirus. Nonostante ciò, fa ben sperare vedere come in soli 4 anni il BDS è passato dall’essere appoggiato da 350 docenti universitari ad avere come maggiore rappresentante un personaggio come Rubio.