OPINIONE | Parte della sinistra italiana ha problemi di amnesia

di Gabriel Venezia
Mentre il fronte mediorientale torna a infiammarsi dopo il recente scambio di attacchi tra Israele e la Repubblica Islamica dell’Iran, l’Occidente si mostra diviso tra chi sostiene l’intervento preventivo israeliano e chi lo condanna come aggressione tale da generare una escalation incontrollabile. Anche in Italia, la politica si spacca.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha lanciato un appello alla de-escalation del conflitto in Medio Oriente, sottolineando l’urgenza di evitare un allargamento delle ostilità e ribadendo la disponibilità dell’Italia a favorire una soluzione diplomatica. “Di fronte a una minaccia nucleare, non può esserci ambiguità: l’Iran non deve dotarsi della bomba atomica”, ha dichiarato il titolare della Farnesina. Dall’opposizione, invece, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, in un videomessaggio, ha puntato il dito contro Israele accusando Netanyahu di alimentare l’escalation. Così anche Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, che ha chiesto di fermare Israele.
Ma la polemica politica non si ferma dentro i palazzi istituzionali. Fuori dal Parlamento, una parte dell’attivismo della sinistra extraparlamentare ha espresso un appoggio senza riserve all’Iran. “Potere al Popolo”, ad esempio, ha pubblicato un post sui social intitolato “Giù le mani dall’Iran”, annunciando una manifestazione in solidarietà con la Repubblica Islamica. Un sostegno che solleva non poche perplessità, considerando il lungo e documentato storico repressivo del regime degli ayatollah, in particolare nei confronti delle opposizioni di sinistra.
Nel 1988, una fatwā dell’allora Guida Suprema Ruhollah Khomeyni diede il via a un’ondata di esecuzioni sommarie che, secondo stime di osservatori internazionali, coinvolsero tra le 8.000 e le 30.000 persone, perlopiù studenti e donne di sinistra che avevano partecipato alla rivoluzione del 1979. Un capitolo mai riconosciuto ufficialmente da Teheran, ma ampiamente documentato da sopravvissuti e organizzazioni per i diritti umani.
Questa apparente “amnesia” di parte della sinistra radicale occidentale stride anche con l’impegno dimostrato solo due anni fa, durante le proteste esplose in Iran dopo la morte di Mahsa Amini, la giovane uccisa dalla polizia morale per non aver indossato correttamente il velo. All’epoca, molti dei gruppi oggi schierati con l’Iran avevano aderito alle manifestazioni in Italia a fianco delle donne iraniane e degli esuli politici.
Il sostegno incondizionato a regimi dichiaratamente repressivi, in nome dell’anti-imperialismo o dell’opposizione all’Occidente, solleva interrogativi sulla coerenza ideologica di una parte del fronte radicale. È davvero possibile coniugare il sostegno ai popoli oppressi con l’appoggio a governi che quegli stessi popoli continuano a opprimere?
Domande che, ancora una volta, mettono alla prova la memoria storica e il senso critico della sinistra extraparlamentare, chiamata oggi a interrogarsi sul confine tra solidarietà internazionale e cieca ideologia. Una sinistra extraparlamentare che sembra non volere più la bandiera rossa, simbolo del sangue pagato dai proletari, ma verde come le fascette indossate dai pasdaran.

Laureato in storia all’Università di Firenze, studente magistrale in scienze storiche. Appassionato di politica, viaggi, calcio, letture, ed est Europa.



