“Nessun test politico per le minoranze” – Intervista ad Ariel Heller (Keshet Europe)

di Dario Saralvo
Con la conclusione di giugno e del Pride Month, il bilancio delle settimane dedicate alla rivendicazione dei diritti civili e alla celebrazione della diversità LGBTQIA+ lascia dietro di sé un’ombra difficile da ignorare. Se da un lato le strade delle città occidentali si sono colorate di bandiere arcobaleno riempiendosi di giovani e meno giovani in festa, dall’altro quella che doveva essere una vera oasi di inclusione è stata incrinata da derive escludenti. Ogni anno, infatti, alcune frange del movimento queer pro-Palestina prendono di mira con insulti e cori le organizzazioni ebraiche. Un copione drammatico che si è ripetuto anche al Pride di Napoli, dove gli attivisti di Keshet Italia sono stati accerchiati.
Durante questi gravi episodi, le piazze degli attivisti “queer filo-palestinesi” sembrano muoversi in netta controtendenza rispetto alla storia profonda del movimento LGBTQIA+ italiano, che ha tra i suoi padri fondatori un intellettuale proveniente proprio dal mondo ebraico: Mario Mieli. Attivista, scrittore e pensatore radicale, Mieli rivendicò la propria identità fin dall’adolescenza, diventando un punto di riferimento cruciale per la cultura queer nel nostro Paese.
Nel 1971 si trasferì a Londra per studiare, dove aderì al Gay Liberation Front. Rientrato in Italia, contribuì alla fondazione del gruppo FUORI! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), la prima grande organizzazione gay del Paese, partecipando a iniziative storiche come la manifestazione di Sanremo del 1972 contro i congressi che promuovevano le “cure” per l’omosessualità. Nel 1974 fondò il collettivo autonomo di Milano, di cui fece parte fino alla sua morte, avvenuta il 12 marzo 1983 a soli trent’anni per suicidio.
Mieli considerava la creazione di “nuove etichette” e la stessa separazione rigida tra le identità come un’imposizione da superare. Secondo lui, l’obiettivo profondo del movimento non era la frammentazione in categorie chiuse, ma una liberazione universale dell’essere umano. Sebbene i movimenti LGBTQIA+ contemporanei abbiano intrapreso strade diverse, tese a mappare e dare un nome a una pluralità di identità specifiche, il vero paradosso di certe piazze odierne risiede altrove: nell’adozione di schemi ideologici rigidi. L’imposizione di “test di purezza politica” e la categorizzazione dell’altro in base alla sua origine sono l’esatto opposto del pensiero autenticamente liberatorio e anti-dogmatico da cui il movimento è nato.
Per comprendere meglio la figura di Mario Mieli e gli inquietanti episodi che hanno caratterizzato gli ultimi Pride, HaTikwa ha approfondito questi temi con Ariel Heller, presidente di Keshet Europe e membro del direttivo di Keshet Italia.
Ariel, trovi che gli attacchi antisemiti siano aumentati all’interno dei Pride dopo il 7 ottobre 2023?
«Sì, purtroppo la nostra esperienza ci porta a dire che, dopo il 7 ottobre, lo spazio per le persone ebree LGBTQIA+ all’interno di alcuni Pride è diventato più difficile. Non parlo di tutti i Pride né di tutto il movimento LGBTQIA+, che resta profondamente plurale, ma di episodi concreti che abbiamo vissuto. Abbiamo assistito a esclusioni, contestazioni e richieste rivolte esclusivamente alle organizzazioni ebraiche di prendere posizione politica per poter partecipare pienamente agli spazi del movimento.
Discriminare persone ebree o subordinare la loro partecipazione a un “test di politica estera” non è accettabile. Se nessuna minoranza viene esclusa o costretta a giustificare la propria identità, c’è un problema nel movimento LGBTQIA+ che deve essere preso come un allarme e un attacco alla democrazia e al pluralismo.»
Tornando un attimo indietro nel tempo, quanto la figura di Mario Mieli ha influenzato la tua lotta per i diritti?
«Mario Mieli è una figura fondamentale della storia del movimento LGBTQIA+ italiano. Ha avuto il merito di aprire un debate radicale sulla liberazione sessuale, sull’autodeterminazione e sulla critica alle norme che opprimono le persone LGBTQIA+. La sua eredità appartiene a tutto il movimento e merita di essere studiata e conosciuta. Detto questo, come Keshet Italia crediamo che ogni generazione debba reinterpretare quell’eredità alla luce delle sfide del presente.
Oggi la nostra battaglia è anche quella di affermare che non esistono diritti “a geometria variabile”: una persona non dovrebbe essere costretta a scegliere tra la propria identità LGBTQIA+ e quella ebraica. L’inclusione deve essere coerente con i principi su cui il movimento è nato: dignità, pluralismo e rifiuto di ogni forma di discriminazione. L’insegnamento più importante che possiamo raccogliere da figure come Mieli è proprio questo: la liberazione non può essere selettiva. O riguarda tutti, oppure perde il suo significato. Mario Mieli ha sempre descritto l’omosessualità come un “ponte verso l’ignoto”, temuto dalla società che preferisce la repressione al passaggio verso una nuova consapevolezza. È proprio da questa frase che i movimenti, ma soprattutto le persone, dovrebbero ripartire, perché la consapevolezza di ciò che siamo ci dà la forza per affrontare qualsiasi tipo di sfida o ostacolo.»
Organo ufficiale di stampa dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia. Fondato nel 1949, dal 2010 è una testata online e inserto mensile di Pagine Ebraiche.



