Mai un Iran nucleare: la “Strategia di negazione” israeliana

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di David Di Segni

Lo scorso 12 giugno, l’AIEA ha votato una risoluzione contro Teheran per la violazione degli “obblighi nucleari”. Il programma iraniano di arricchimento dell’uranio è divenuto talmente avanzato da poter trasformare rapidamente la Repubblica Islamica da Paese “soglia” a potenza “nucleare”. Una minaccia concreta per la regione, Israele in primis, e per il mondo intero.
Per questo il premier israeliano Netanyahu ha dichiarato: “Negli ultimi mesi ha mosso passi che non aveva mai compiuto prima: questo è un pericolo vero e concreto per l’esistenza di Israele”, annunciando successivamente l’inizio dell’operazione “Rising Lion”. Un attacco preventivo che combina raid aerei sui siti nucleari all’eliminazione mirata degli scienziati coinvolti nello sviluppo dell’arma atomica.
Colpire il “genio” nemico non serve solo a interrompere la catena di produzione, ma anche a distruggere la “conoscenza tacita” dell’avversario: quella non codificata, derivante dall’esperienza, insita esclusivamente nelle persone e che, in quanto tale, non può essere né rubata né emulata, ma solo neutralizzata per impedirne la diffusione. Si tratta di un ampliamento sostanziale della cosiddetta “Strategia di negazione“, che mira a impedire all’avversario di raggiungere i propri obiettivi, convincendolo dell’improbabilità della vittoria.
Israele ha così coordinato raid aerei frontali con infiltrazioni dei servizi segreti per sabotare preventivamente la contraerea iraniana, provocando un’offensiva indiscriminata dell’Iran contro i civili. Se da un lato la neutralizzazione dei siti nucleari appare un obiettivo realizzabile, l’idea che un attacco al cuore della dittatura islamica possa indurre il popolo iraniano a favorire un Regime Change resta incerta e apre due possibili scenari. Se Israele e i suoi alleati, grazie alle infiltrazioni a Teheran, sono riusciti a individuare una potenziale classe dirigente dissidente da insediare una volta data luce verde, allora il rovesciamento del regime potrebbe portare a un governo democratico in grado di ridisegnare il Medio Oriente. In caso contrario, il vuoto di potere potrebbe essere colmato, nello scenario peggiore, da forze filo-regime o da uno status permanente di guerra civile, rendendo l’Iran simile all’Iraq post-Hussein e aprendo un nuovo fronte internazionale difficilmente gestibile. In entrambe le prospettive, tuttavia, la caduta della dittatura islamica produrrebbe un effetto domino a cascata, con il conseguente spegnimento dei gruppi terroristici di Hamas e Hezbollah: un’opportunità storica per Israele di porre fine al conflitto che dura da due anni.
Oltremare, la situazione resta complessa. La guerra contro gli “Stati canaglia”, come definiti da Bush nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 29 gennaio 2002, sembra non essersi mai davvero conclusa. Il presidente Trump aveva promesso di porre fine rapidamente alla guerra in Ucraina e a quella tra Israele e Hamas, ma il traguardo appare oggi ancora lontano, peggiorato dal fallimento delle soluzioni negoziali sul fronte mediorientale. Tuttavia, in politica, l’apparenza è tutto. “Avevo dato all’Iran 60 giorni. Oggi è il 61esimo. Avrebbero dovuto fare un accordo”, ha dichiarato il Tycoon, il cui atteggiamento altalenante, fatto di mediazione e pugno duro, di logica taftiana e dialettica reaganiana, sembra rispolverare la celebre “Mad Man Theory” di Richard Nixon: una strategia di deterrenza basata sull’imprevedibilità, sull’apparente irrazionalità e potenziale pericolosità, con l’obiettivo di disorientare i nemici e costringerli ai negoziati. Una teoria affine a quella del “cane pazzo” formulata dal generale israeliano Moshe Dayan. Il governo di Gerusalemme sta dimostrando che le ridotte dimensioni non gli impediscano d’esser una potenza globale e un attore imprevedibile, capace di operazioni straordinarie e di vincere le guerre non solo con la superiorità militare ma con l’efficacia della propria strategia. Smentendo, dunque, chi crede che, come Sansone, Israele abbia deciso di crollare trascinando con sé le colonne dell’intero Medio Oriente. Il rispetto del diritto internazionale, recentemente invocato nel dibattito pubblico, sollecita una riflessione più profonda sulla sua struttura. Infatti, l’anarchia del sistema internazionale rende l’efficacia del diritto subordinata al suo rispetto collettivo e trasversale. Le leggi, le convenzioni e i trattati sono strumenti essenziali per regolamentare fenomeni sociali disordinati come la guerra. Tuttavia, presentano una criticità comune: sono applicabili solo agli Stati che ne riconoscono la legittimità. Come denunciato dall’AIEA, l’Iran ha violato unilateralmente gli obblighi nucleari, minando la solidità giuridica del sistema e legittimando de facto la risposta preventiva di Israele.
Una bomba atomica nelle mani di un governo fondamentalista, strutturalmente privo di meccanismi di controllo e bilanciamento (Checks and Balance) e votato al “piacere dell’autodistruzione” se questa implica anche la distruzione del nemico, rappresenta un pericolo reale e tangibile per la sicurezza globale.

 


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