L’Opinione | Perché Israele dovrebbe aspettare l’ultimo minuto per attaccare?

di David Fiorentini
Su Il Foglio è uscita un’ottima analisi riguardante il programma nucleare iraniano, firmata dall’Avvocato dell’Atomo Luca Romano. Un testo prezioso, specie in un momento in cui i talk show si riempiono di pseudo-esperti di fisica nucleare capaci di commentare una materia tecnica così complessa. Come la giornalista Giovanna Botteri alla trasmissione In Onda, secondo la quale “l’arricchimento dell’uranio al 60% serve per scopi civili, che è quello che ha sempre chiesto di fare l’Iran”.
L’approfondimento di alto livello fornito da Romano chiarisce in primis che la quota del 60% sia inequivocabilmente rivolta al raggiungimento della soglia “weapon-grade” del 90% di U235, considerando che le centrali nucleari a uso civile operano solitamente con un uranio arricchito solo al 3-5%. Soprattutto, sottolinea come la velocità del complesso processo di arricchimento non sia lineare.“Salire dallo 0,72% di fissile dell’uranio naturale al 3% del combustibile nucleare civile richiede parecchio tempo e abbastanza energia, passare dall’attuale 60 al 90% necessario per una bomba a fissione richiederebbe al massimo un paio di settimane”.
Sebbene questo, prosegue l’Avvocato, il possesso di “circa 200kg di uranio weapon-grade, sufficiente per fabbricare il nocciolo di 9 o 10 ordigni nucleari” non equivale ad avere dei missili nucleari pronti al lancio perché “manca infatti ancora tutto il resto, in particolare occorre assemblare l’innesco e montare il tutto su un vettore adeguato. (…) Anche ipotizzando un trasferimento tecnologico da parte di Russia o Cina la realizzazione di un ordigno moderno pronto all’uso richiederebbe come minimo 18 mesi”. Allora perché Israele ha deciso di intervenire ora?
Lo scorso 12 giugno, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha condannato l’Iran per violazione degli obblighi nucleari. Un fatto avvenuto in concomitanza con lo scadere dei 60 giorni dati dagli USA all’Iran per firmare il negoziato sul nucleare. Quando questo non è avvenuto, Israele ha lanciato l’operazione che, strategicamente, gli avrebbe permesso di ridurre la minaccia iraniana e spegnere così il principale fornitore di Hamas a Gaza, Hezbollah il Libano e milizie sciite in Siria e in Yemen con gli Houthi. La guerra iniziata il 7 ottobre 2023 ha un carattere esistenziale per lo Stato ebraico, non si limita alla distruzione delle centrali nucleari, ma ha l’obiettivo finale di eliminare una volta per tutte la spada di Damocle che pende sulla testa di milioni di israeliani dal giorno della sua fondazione. Per questo motivo c’è da prendere in considerazione una visione strategica che va al di là della valutazione tecnica scientifica. Chi può dire se nei prossimi 18 mesi si sarebbe presentata un’altra occasione simile? Di fronte a un pericolo così concreto, non è ammesso esitare.
Ma la vera domanda è: perché Israele dovrebbe sempre aspettare l’ultimo momento per agire?
All’ombra di anni di negoziati falliti, di proclami contro l’Occidente, e dell’enorme orologio che in piazza a Teheran segna il conto alla rovescia per la distruzione del Stato ebraico, a quale altro Paese sarebbe richiesta così tanta pazienza per intervenire solo quando l’Ayatollah è ormai sul punto di premere il pulsante rosso e far decollare i caccia nei cieli persiani?
Un doppio standard evidente, che merita una riflessione nel dibattito pubblico, complementare alle analisi tecniche, per comprendere davvero perché Israele non può più permettersi di aspettare.
Laureato con Lode in Medicina e Chirurgia presso Humanitas University di Milano, è stato Presidente UGEI nel biennio 2022-2023.
Nato e cresciuto a Siena, attualmente ricopre il ruolo di Policy Officer UGEI e di redattore HaTikwa.



