L’intervista al Rabbino Capo di Roma, Di Segni: «Giovani Ebrei, l’ebraismo va difeso»

Rav Riccardo Shmuel Di Segni, Rabbino Capo di Roma dal 2001 è stato intervistato in esclusiva dalla rinnovata redazione HaTikwà. Le sue parole: 

Lei ha assistito al Congresso di quest’anno, che era qui a Roma. Quali differenze e affinità ha notato rispetto a quando era lei a partecipare attivamente all’organizzazione?
«Ho visto tanta gente e questo mi ha fatto piacere. All’epoca si chiamava FGEI, Federazione Giovanile Ebraica Italiana, poi è divenuta Unione Giovani Ebrei d’Italia. Per andare ad un congresso, “ai tempi nostri”, bisognava fare prima l’elezione dei delegati, quindi le persone che andavano erano rappresentative delle realtà locali con apposita delega. Mi pare di capire che oggi non sia tanto un congresso, quanto un regime assembleare nel quale si decide a seconda di chi è presente. Chi c’è si rappresenta, ma bisogna capire quanto sia realmente rappresentante, è una forma diversa di democrazia».

In questi anni stiamo assistendo ad un progressivo allontanamento dei giovani dalle Comunità. Secondo lei qual è la causa?
«Non è assolutamente una novità, c’è sempre stata una percentuale considerevole di giovani ebrei che si sono allontanati ed una percentuale, invece, che ha sentito la partecipazione agli eventi ebraici come un fatto positivo e coinvolgente. Un conto è allontanarsi dalle attività giovanili organizzate ed un altro è allontanarsi dall’identità ebraica. Esistono diversi modelli di identificazione ebraica e non è detto che quello proposto dall’UGEI sia quello che soddisfa tutte le persone che cercano un’identità ebraica. Non c’è solamente un problema di allontanamento dall’ebraismo, ma anche un allontanamento da quello che si pensa che sia il modello dell’UGEI. Ho la sensazione che a Milano, ad esempio, esista una fascia considerevole di giovani di famiglie, in media più osservanti, che non considerano l’UGEI il posto ideale dove affermare il proprio ebraismo, perché vi circolano idee, pensieri e comportamenti che non considerano sufficientemente religiosi. Forse succede anche il contrario, che si rifiuta l’UGEI perché la si pensa fin troppo chiusa e confessionale. Per fare un confronto con il passato: questi fenomeni, decenni fa, erano forse molto più contenuti. Nella struttura dell’UGEI c’era una notevole molteplicità di identità e di partecipazione alla religiosità, ma si conviveva tutti insieme fissando del paletti comuni da non attraversare».

Entro quali paletti dobbiamo muoverci?
«L’associazionismo ebraico, di qualsiasi tipo sia, che sia un’associazione giovanile, ricreativa o una Comunità o l’Unione delle Comunità, si basa su regole condivise, che ne stabiliscono l’identità. Necessariamente queste regole includono ed escludono. Entra quindi in gioco la stessa finalità del movimento. In Italia, a differenza di altre nazioni del mondo, abbiamo realizzato, direi fino ad ora con molta saggezza, un modello di coesistenza derivato da un compromesso: ognuno fa a casa sua quello che vuole, ma l’istituzione è formalmente ortodossa, ovvero che rispetta determinate regole identitarie e di comportamento. Un’antica regola degli anni ’30 della FGEI era che nei campeggi il cibo era kasher e “non si arriva e non si parte di shabbat”. Questo fa sì che, malgrado ci sia una totale libertà individuale, la nostra compagine sia riconosciuta come ortodossa ed ebraica in tutto il resto del mondo. Il fatto che una persona si professi non ortodossa, in tutte le sfumature possibili, che vanno dal conservative, al reform o al non credente, non le preclude l’iscrizione nelle nostre strutture. E’ sempre il benvenuto nella sua diversità di pensiero. Il momento in cui si crea la possibile conflittualità è quando una persona è riconosciuta come ebrea da un movimento reform e non lo è secondo le regole dell’ortodossia ebraica. E’ una decisione apparentemente molto soft, ma che cambia completamente i connotati alle nostre strutture. Nel momento in cui questi connotati cambiano si paga un prezzo considerevole, si diventa un’associazione diversa e generica, non basata su un legame che ha un significato più profondo. Di tutto ciò bisogna tenerne conto quando si decide chi siamo e qual è il nostro futuro».

Come dovrebbero interagire giovani e maestri?

«Intanto ci sarebbe bisogno di giovani maestri (Ride, ndr). Dovrebbe esserci una certa reciprocità e fiducia, che molto spesso manca. Le responsabilità sono sempre di entrambe le parti».

Che cosa dovrebbe fare un rabbino per incrementare il rapporto con la gioventù ebraica?

«Cercare di trasmettere un esempio ed una proposta formativa. Dall’altra parte deve esserci un minimo di interesse e disponibilità all’ascolto. Ciò non significa che il giovane non debba essere critico, anzi, la critica è fondamentale nel processo formativo. Ma ci si dovrebbe fidare e rispettare un po’ di più».

Lo slogan di HaTikwà è “Un Giornale aperto al libero confronto delle idee”. Sul confronto siamo d’accordo, ma gli interlocutori quali devono essere?

«Questo slogan è stato fatto, che io sappia, intorno agli anni ’60. Credo fosse uno slogan polemico contro le Istituzioni, che erano considerate sempre rigide e non aperte alla discussione. E’ ovvio che bisogna discutere e confrontarsi, e va bene. Quando si discute però deve esserci spazio uguale per tutti. Questo qualche volta nelle direzioni non è così scontato».

L’ultimo Congresso ha stabilito che nel 2019 ci sarà un Congresso straordinario per accettare i figli di matrimonio misto, a prescindere dal Ghiur in corso. A livello locale, in alcune città, sono già accettati, mentre a livello Nazionale no. Come si pone il Rabbinato sulla questione che dovremo discutere?
«Dico che non sarebbe più un’associazione veramente ebraica, ma di dialogo, come potrebbe essere l’Amicizia Ebraico Cristiana, che non è certo da rigettare, ma è altra cosa, che cambierebbe i connotati alla nostra identità. L’ebraismo va difeso. Ci sono sempre stati casi, non ufficiali, di persone non halakhicamente ebree che frequentavano e che poi avrebbero scelto in un senso o nell’altro. Nessuno chiude la porta, ma se da casi singoli diventano regole istituzionali significa che noi abbiamo cambiato i nostri connotati e spostato avventatamente i paletti della convivenza. Pensiamo cosa succederà nella generazione futura, bisogna avere una visione a medio e lungo termine. Che piaccia o no l’ebraismo si basa sul rispetto delle regole. Non è la pressione di qualcuno o un regime assembleare che può cambiare regole millenarie. I conti poi sono fatti male e sotto pressione, tutte queste aperture possono fare entrare nell’associazione qualcuno, ma farne uscire o tenere lontani molti altri. Cambiare i connotati in questo modo significa escludere una parte considerevole del pubblico potenziale».

Quant’è importante la memoria per un giovane? Lei ha parlato di “Shoaismo”, che si intende?

«La memoria della Shoà è fondamentale, è la nostra storia ed è un grande monito universale. Questa però non deve diventare l’ossessione e la causa della nostra ebraicità. Posso riassumerlo in un breve concetto: non dobbiamo essere ebrei in quanto ci perseguitano, ma essendo ebrei sappiamo che possiamo essere perseguitati».

Su che cosa dovrebbe concentrarsi oggi un giovane ebreo italiano?

«Un ebreo, in quanto tale, ha tantissimi impegni. Ci sono impegni riguardanti la sua ebraicità e quelli che riguardano il suo futuro. Oggi un giovane ebreo italiano deve capire bene qual è il suo posto nel mondo in cui vive e dov’è che è giusto e più sicuro vivere in base ai suoi desideri, ai suoi ideali e alla realizzazione ebraica. Deve prepararsi professionalmente e coltivare la sua ebraicità. Mai dare per scontato quello in cui ci si trova e valutare con una prospettiva allargata il proprio futuro».

«Auguri di ottimo lavoro, con la massima disponibilità a collaborare. Questa è una porta aperta per la collaborazione, non un muro di divieti, come viene da molti percepito».


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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