L’infiltrazione del fondamentalismo islamico nelle democrazie dell’Occidente – Intervista a Giulio Meotti

Foto articolo David Di Segni

di David Di Segni

Il politologo statunitense Francis Fukuyama definì la fase distensiva postera alla Guerra Fredda come “la fine della storia”, proponendo dunque una visione ottimistica di un futuro liberale, capitalista e democratico. Il suo omologo Samuel Huntington, invece, la interpretò come l’inizio di uno “scontro di civiltà” fra l’Occidente secolarizzato e il fondamentalismo islamico. Una lettura drammaticamente lungimirante, passata per eventi indelebili come l’attentato dell’11 settembre 2001 contro gli USA, l’attacco al Bataclan e allo Stade De France di Parigi del 13 novembre 2015, fino al più recente pogrom di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023. Un terrorismo che non colpisce solo attraverso la forza, ma che si infiltra nelle democrazie dell’Occidente per provocarne il collasso dall’interno e piegarne le rispettive politiche nazionali. HaTikwa ha intervistato Giulio Meotti, autore e giornalista de Il Foglio, per comprendere la dimensione del problema e i possibili risvolti.

Quando parliamo di infiltrazione islamica in Occidente, a quali soggetti stiamo facendo riferimento e qual è il grande progetto che perseguono?

I macro-attori sono principalmente tre. Il primo è quello che fa capo ai Fratelli Musulmani, che perseguono l’entrismo, cioè l’infiltrazione nelle
democrazie occidentali tramite mezzi pacifici. Il secondo è l’Iran. Come riportato dal think tank “Francia 2050”, la Repubblica islamica ha accelerato il suo ingresso in Francia attraverso eventi in parlamento, cavalcando il mondo pro-pal e tramite il supporto ideologico degli intellettuali. Il terzo e ultimo attore appartiene a un generico estremismo islamico salafita e jihadista. Nel complesso, si tratta di una nebulosa di soggetti che spesso agiscono in sinergia, seppur con mezzi diversi, col fine di penetrare il ventre molle occidentale.

Lo scorso maggio, la Francia ha pubblicato un rapporto d’intelligence dal titolo “Fratelli Musulmani e islamismo politico in Francia”. È scritto che questi attori operano tramite una islamizzazione dal basso e una delle élite. Come interagiscono fra loro queste due dimensioni?

Dal basso, si infiltrano nelle realtà sociali comuni come associazioni sportive, sindacati, organizzazioni comunitarie e di quartiere, ONG caritatevoli e organizzazioni femminili dove parlano di “emancipazione della donna tramite il velo”. Proliferano nei contesti difficili, dove c’è bisogno di speranza, e la loro retorica gioca sul vittimismo verso un sistema patriarcale, filosemita, bianco e occidentale, verso un’emarginazione socio-economica che non attribuiscono mai a carenze interne ma piuttosto al contesto esterno. Inserirsi nella vita cittadina è sempre stato il loro grande talento, fino a raggiungere il livello più alto. In Egitto, tramite le prime e uniche elezioni democratiche, hanno preso il potere con Mohamed Morsi, prima che venisse rovesciato da al-Sisi. Il loro scopo è influenzare le legislazioni attraverso attività di lobbying. Questi attori hanno rapporti anche con la Commissione Europea, dove promuovono progetti culturali che sdoganano l’islam politico.

Il rapporto francese scrive che “gli islamisti stanno perdendo influenza nel mondo arabo e si dedicano all’Europa”. Similmente, Osama Bin Laden diceva di spostare la lotta dal “nemico vicino a quello lontano”, per garantire un jihad continuo e globale. Hanno lo stesso obiettivo?

L’attacco terroristico scatena una reazione immunitaria, l’infiltrazione no. Metaforicamente, è più facile abbattere le Torri Gemelle che farsi dare le chiavi per entrare. Il loro è un progetto di dolce conquista e infiltrazione, che richiede più tempo ma che al contempo è più efficace. Comunque non hanno rinunciato alla lotta armata. Nel 2025, in Europa, ci sono stati una cinquantina di complotti terroristici sventati dalle varie intelligence, sebbene qualcuno sia andato a segno se si pensa all’attentato contro la Sinagoga di Manchester avvenuto durante lo Yom Kippur. In generale, non so quanta influenza stiano perdendo in Medio Oriente. La realtà palestinese voterebbe nuovamente per Hamas; in Siria hanno buttato giù una terribile dittatura laica e alawita per metterci uno pseudo-camaleonte islamico qual è Al Jolani; il Qatar è lo stato più importante e l’Iran è ancora in piedi.

Con il pogrom del 7 ottobre, Hamas sperava in una chiamata alle armi generale contro Israele che, di fatto, non è avvenuta. Se il suo obiettivo, nel colpire lo Stato ebraico, fosse stato anche quello di colpire l’Occidente e di infiltrarvisi attraverso un Cavallo di Troia come l’antisemitismo? 

Il 7 ottobre è stato il colpo più terribile inferto a Israele dalla guerra del 1948 a oggi. Secondo la logica islamista, diversa da quella degli occidentali
laici che valorizzano la vita e la morte, quanto accaduto è stato un grande successo. Nonostante la terribile guerra che Israele gli ha scatenato contro, una parte di loro sopravvive ancora e non è chiaro quale sarà il ruolo di Hamas nella Striscia di Gaza. Il vero grande successo, però, è stato in Europa e negli Stati Uniti. La reazione europea, oltre ai grandi proclami di solidarietà a Israele, è cambiata già dall’ottobre 2023 con appelli come “non entrate a Rafah” oppure “cessate il fuoco”, all’inseguimento quindi delle richieste dei terroristi islamici. La strategia di Hamas è stata formidabile. Nei media, ai quali hanno venduto con successo qualsiasi menzogna, e nelle pubbliche relazioni, dove hanno coltivato rapporti con partiti politici. Si può dire che la sopravvivenza di Hamas come entità è possibile grazie al loro lavoro in Occidente, i grandi centri del potere sono qui.

In Italia a che punto siamo?
Stiamo come la Francia vent’anni fa. Abbiamo fenomeni migratori meno intensi rispetto al Nord Europa, il nostro Paese è stato risparmiato per un lungo periodo dall’entrismo, ma ha recuperato terreno. Il libro “Qatar papers”, scritto dai giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot, sostiene che l’Italia sia il luogo dove il Qatar abbia maggiormente investito nel finanziamento di moschee. Nella cronaca leggiamo dell’imam che prega nell’Università di Torino inneggiando al jihad; dell’autocensura nelle scuole, dell’istituto di Pioltello che voleva chiudere per il periodo del Ramadan. Notizie che anni fa leggevamo a Bruxelles e in Francia, e noi andremo in quella direzione.

È stata aperta la Finestra di Overton…
Sono tutti fenomeni di sdoganamento dell’impensabile. Fino a qualche anno fa era impensabile che milioni di persone potessero scendere in piazza inneggiando al terrorismo islamico. Anni addietro, lo slogan “uno, cento, mille Nassirya”, riferito alla strage subìta dai militari italiani impegnati in Iraq, fece tanto scandalo. Oggi dicono lo stesso concetto applicato a Israele e all’Occidente, ribaltando la realtà in maniera martellante a tal punto da confondere vittime e terroristi. Le notizie di antisemitismo non fanno neanche più notizia, ma prima era impensabile che gli ebrei venissero aggrediti per strada. Si pensava che qui fosse un’oasi felice, diversa da altri paesi. Invece è già qui, e la cosa terribile è che ci siamo assuefatti.

Nel maggio 2024, una grande bandiera della Palestina è stata issata sulla facciata del Duomo di Milano e la Chiesa non disse nulla. Cosa significa tutto questo?
Quando srotolano la bandiera palestinese sulla facciata di una basilica o quando si ritrovano davanti alle cattedrali per le manifestazioni pro-pal, non è mai un caso. È un tentativo di appropriarsi dei luoghi simbolo dell’Occidente e quindi anche della cristianità, che è chiaramente un pilastro dell’Europa. Vogliono sporcarli, appropriarsene e rovesciarli contro l’Occidente stesso. Basti pensare che molti vescovi e cardinali hanno difeso la cosiddetta resistenza palestinese, dicendo che Israele fosse il “nuovo Erode” e rispolverando quindi un vecchio immaginario antisemita che si sperava cancellato con Nostra Aetate. Lo spirito dei tempi è entrato nella Chiesa cattolica, a partire dal presepe con la kefiah.

Come si rimedia?
Primo, fermare il più possibile l’immigrazione islamica, è politicamente scorretto ma necessario. Finché sono il 3-4% il fenomeno è gestibile, ma quando aumentano – come avvenuto in Europa, a Birmingham, dove degli israeliani non potevano entrare in città a tifare la propria squadra – la questione diventa ingestibile. Secondo, fermare i flussi di capitali delle dittature islamiche straniere in Europa, come il Qatar. Terzo e ultimo, promuovere un vasto progetto di alleanza globale per i valori occidentali, di cui Israele è al cuore. Se non torniamo a educare i giovani all’occidente, alla nostra cultura e storia e all’importanza di Israele, nel giro di vent’anni è finita.


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