“L’India è il nostro luogo di nascita, Israele è il nostro destino”

di Eitan Gean
All’indomani di Yom HaAtzmaut, accolti da canti, lacrime e bandiere, oltre 250 membri della comunità indiana dei B’nei Menashe sono atterrati all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, provenienti dagli stati di Manipur e Mizoram. Secondo quanto annunciato dalle autorità israeliane, entro il 2026 sono previste circa 1.200 aliyot da questa remota comunità ebraica asiatica.
Ma chi sono i B’nei Menashe? Tra le comunità ebraiche nel mondo, rappresentano una delle più isolate. Vivono nel nord-est dell’India, al confine con il Myanmar, e sono circa 10.000. Rivendicano di discendere da una delle dieci tribù perdute d’Israele, quella di Menashe, figlio di Yaakov, scomparsa oltre 2.700 anni fa. Secondo la loro tradizione orale, i loro antenati migrarono dal Medio Oriente attraversando Persia, Afghanistan, Tibet e Cina, fino a stabilirsi nell’attuale India nord-orientale. Non esistono tuttavia prove storiche definitive di questa origine, che resta oggetto di dibattito.
Convertiti al cristianesimo nel XIX secolo, molti B’nei Menashe hanno mantenuto pratiche e racconti riconducibili all’ebraismo, come l’osservanza dello Shabbat, norme alimentari simili alla kashrut e rituali che richiamano Pesach.
L’interesse verso la comunità emerse alla fine del Novecento, anche grazie agli studi del rabbino Eliyahu Avichail. Dopo una prima ondata migratoria nei primi anni 2000, gli arrivi furono sospesi per controversie sulla loro ebraicità. Il Rabbinato israeliano ha poi riconosciuto il loro forte legame religioso, richiedendo comunque una conversione formale.
Nel 2014 la Knesset ha approvato nuovi ingressi, inseriti in un programma più ampio. Nel 2026 è ripresa l’operazione di trasferimento, sostenuta dal governo in carica.
Le motivazioni dei migranti non sono solo spirituali. Nello stato indiano del Manipur è in corso da anni un violento conflitto etnico tra la maggioranza Meitei e la minoranza Kuki, alla quale appartengono i B’nei Menashe. Centinaia di morti e migliaia di sfollati hanno spinto molti a lasciare il Paese.
Alcune persone parlano di “ingegneria demografica” riferendosi a queste aliyot, evocando scenari di sostituzione o manipolazione della popolazione. Ma per comprendere davvero il fenomeno bisogna partire da chi sono, concretamente, i B’nei Menashe.
In questo contesto, le aliyot non rappresentano un’operazione improvvisa o opaca, ma l’esito di un percorso lungo, documentato e regolato, che intreccia elementi religiosi, storici e umanitari. Il numero limitato di persone coinvolte, le procedure ufficiali e il carattere volontario del trasferimento rendono poco fondate le letture che parlano di strategie demografiche occulte. Piuttosto, siamo di fronte a un caso complesso di ritorno identitario e migrazione regolata, che va analizzato con strumenti storici e scientifici, evitando semplificazioni ideologiche che rischiano di distorcere la realtà dei fatti.
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