Liliana Segre: “Janine. Trasmetto questo nome a voi, prendetelo per favore per mano”

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HaTikwà (K.Perugia) – Lo scorso 22 gennaio sono stata invitata al Teatro della Scala di Milano dall’Associazione Figli della Shoah, dove si è tenuta una conferenza con la senatrice Liliana Segre in occasione della Giornata della Memoria. L’incontro è stato introdotto dai saluti del vicesindaco di Milano, del presidente ANPI e del vicepresidente dell’Associazione Figli della Shoah. È stata suonata da un pianoforte e un violoncello Kol Nidrei, formula con la quale inizia Yom Kippur, musica composta da Max Bruch, musicista e direttore d’orchestra tedesco. Non ero la sola ragazza ad ascoltare la testimonianza. C’erano molti giovani, alcuni accompagnati dai propri insegnanti, altri lì da soli, ma tutti lì per ascoltare ciò che è stato. Il giornalista Enrico Mentana ha poi introdotto la testimonianza dicendo: “Ricordatevi sempre quello che sentirete stamattina da Liliana, sarete voi i portatori di questo ricordo, di questa lezione”. È fondamentale passare tutti questi messaggi a noi giovani. È e sarà nostro compito tramandare ciò che è stato, soprattutto quando queste persone non saranno più in grado di raccontare

“Sono una nonna che racconta purtroppo in prima persona di quando era bambina […] io sono quella bambina diventata vecchia a cui è stata chiusa la porta della scuola di via Ruffini”. È così che Liliana Segre ha iniziato la sua testimonianza. Liliana Segre nasce a Milano da una famiglia ebraica borghese. È importante ricordare che gli ebrei, anche allora erano perfettamente integrati nel tessuto sociale e professionale del paese in cui vivevano, vantavano inoltre eccellenze in campo artistico, scientifico e più in generale culturale. La sua famiglia era atea, solo con le Leggi Razziali Liliana viene messa davanti alla realtà di essere ebrea. Da quel giorno inizia per Liliana e il suo adorato padre Alberto un periodo tremendo che durerà dal 1938 fino al giorno della loro deportazione ad Auschwitz-Birkenau. Liliana e suo padre trovano diversi rifugi presso amici di famiglia, finché decidono tentare la fuga a Lugano: “Io lo so cosa vuol dire negare l’asilo, io sono stata clandestina, io sono stata una richiedente asilo che mi è stato negato”. Il giorno dopo venne catturata e portata nel carcere di Varese, in quello di Como e poi in quello di San VittoreCome si va in carcere a tredici anni, cosa ho fatto per essere io a tredici anni in prigione?”. Il 30 gennaio del 1944 viene caricata sui convogli e, dalla stazione di Milano arriva ad Auschwitz-Birkenau. I prigionieri caricati sui carri bestiame in condizioni igieniche tremende; alcuni cantavano le lodi a D-o o pregavano D-o, ma, come dice Liliana “D-o era distratto”. E qui l’argomento irrisolto, lacerante, dibattuto, tragico su “il silenzio di D-o” ma che prova anche come il rapporto tra D-o e gli Ebrei sia esclusivo, senza frapposizioni, ognuno si rivolgeva a Lui in maniera diversa, chi si reca nelle camere a gas intonando Ani Maamin, io credo e chi perde completamente la fede. Appena arrivata viene divisa dal padre, che sarà mandato immediatamente nelle camere a gas: “tutti calmi, vi dobbiamo solo registrare; beh ci abbiamo creduto, io ci ho creduto e spero che anche mio padre ci avesse creduto” La senatrice racconta poi la sua vita nel campo, le atrocità viste e subite. Sono rimasta molto colpita dalla sua lucidità e dall’oggettività con cui è riuscita a raccontare la sua storia, come se la stesse analizzando punto per punto. Un episodio continua ad ossessionarla in modo particolare. Liliana viene assegnata al lavoro in fabbrica, aveva conosciuto una ragazza francese di nome Janine, la macchina le aveva tranciato due falangi durante il lavoro. Nei giorni seguenti ci fu la selezione, Liliana riuscì a passarla ma Janine no: “Io non mi voltai, non le dissi ti voglio bene, fatti coraggio, ma cominciai a chiamarla Janine, Janine! Vorrei che vi ricordaste di Janine, perché solo io mi ricordo di lei e trasmetto questo nome a voi, prendetelo per favore per mano”. Liliana rimane nel campo fino alla Marcia della Morte. È il suo attaccamento alla vita, la sua voglia di vivere che le permette di uscirne viva: “Hai voglia di vivere. Tu cammini, una gamba davanti all’altra”, continua, “la vita è una cosa meravigliosa, e noi volevamo resistere con tutte le forze”.

Conclude la testimonianza con un episodio particolare su cui tutti dovremmo riflettere. Liliana Segre vede il comandante dell’ultimo campo, una SS terribile e crudele, buttare la sua arma per terra. Ha la tentazione di prendere la pistola e sparargli, vuole farsi giustizia per le violenze subite. In quel momento capisce però di non essere come lui, di non avere il diritto di togliere la vita a nessuno. Supremo ed eccellente esempio di persona che preserva la sua integrità morale nonostante tutto. Voglio concludere con una considerazione personale. Liliana Segre e gli altri sopravvissuti sono una ricchezza preziosa per tutti noi. Nonostante le violenze fisiche e psicologiche subite sono riusciti a rialzarsi, costruirsi un futuro ed hanno trovato la forza di raccontare la loro storia. Per noi ebrei la memoria è uno dei fondamenti della nostra vita: “ricordati di ciò che ti ha fatto Amalek”; ogni giorno ricordiamo di ciò che ci è accaduto, ma sempre con uno sguardo rivolto al futuro. Ed è proprio la memoria che consente al popolo ebraico di avere una straordinaria capacità reattiva che ci ha permesso, nel corso dei secoli, di rialzarci da ogni persecuzione più forti di prima.