Leshon Harà, la cattiva parola – Intervista a Rav Jacov Di Segni

lashon

di Ruben Caivano

In un mondo sempre più in disordine, dove i conflitti umani prendono il sopravvento, la maldicenza gioca un ruolo decisivo nell’inquinamento della società. Nell’ebraismo è detta “Leshon Harà”, letteralmente la “lingua cattiva”, e costituisce un divieto fondamentale. In passato ha causato grandi fratture interne al popolo ebraico, provocando addirittura, secondo i maestri, la distruzione del Beit Hamikdash, il Tempio di Gerusalemme. Ciò nonostante, la maldicenza è parte dell’essere umano. “In molti versi della Torah è sancito espressamente il divieto di parlar male del prossimo – spiega ad HaTikwa Rav Jacov Di Segni, Direttore dell’Ufficio Rabbinico di Roma – Nel Levitico, capitolo 19 verso 16, è scritto: «Non andare qua e là a sparlare del tuo popolo, non assistere inerte al sangue del tuo compagno. Io sono il Signore». La maldicenza è quindi un’arma complessa e multiforme, che in determinati contesti può nascere persino dalle parole positive. “Parlare troppo bene di un individuo, quando ci si trova davanti a persone che non lo apprezzano, potrebbe spingere a parlarne male. Proprio per questo la Torah spiega che non bisogna parlare né bene né male, ma con moderazione”. Le parole sono strumenti capaci di sollevare o alleviare, ma anche di ferire e uccidere. In un mondo sempre più digitale, in cui queste sembrano aver perso il proprio peso specifico, la maldicenza rappresenta un cratere culturale importante e un nemico insidioso. Complice l’avvento dei Social, capaci di trasmettere le parole con maggiore velocità e a una platea maggiore. È bene notare che la Leshon Harà sia attribuibile non solo a chi la pronuncia, ma anche a chi ne fa ascolto. Infatti “il pubblico che non interviene per fermare la maldicenza, diventa colpevole. Viene messa sullo stesso piano di chi rimane fermo di fronte all’uccisione di una persona: chi la fa e chi l’ascolta senza interromperla è come se stesse facendo scorrere il sangue di un ferito senza soccorrerlo”. A questo si somma un altro problema legato ai nostri tempi, cioè l’impossibilità di cancellare quanto scritto o detto sui telefoni. Un marchio indelebile che resta impresso sia nella mente sia sulla carta e che traccia una grande differenza col passato, quando chiedere scusa era molto più semplice e con meno problematiche. Quindi anche la Leshon Harà muta forma, si adatta ai tempi della storia, ma non cambia mai la sua natura distruttiva. “I maestri spiegano che ogni precetto della Torah corrisponde a una parte del nostro corpo e la maldicenza viene associata alla lingua. Poiché la parola è ciò che ci distingue dagli animali, il parlar male non solo ci allontana dalla Torah, ma anche da quell’elemento che ci contraddistingue in quanto di essere umani”. Considerato che la Leshon Harà sembra inevitabile, sono necessari strumenti capaci di guidare verso la retta vita. “Nelle Massime dei Padri, i Pirke Avot, è scritto di non giudicare qualcuno fino a quando non ci si trova nella sua stessa condizione. Un ruolo importante lo gioca la scelta delle persone che ci circondano: non bisogna affiancarsi a quelle che fanno maldicenza”. Spesso le cattive parole vengono giustificate da una inappropriata libertà di pensiero, dimenticando spesso come lo spazio vitale di qualcuno finisca dove inizia quello del prossimo. Allora ecco che la libertà, non intesa nel contesto regole ma del caos, diventa anarchia e quindi si spoglia della sua accezione positiva. “Il limite tra libertà d’espressione e maldicenza esiste, ma è molto sottile. Si può essere liberi di dire ciò che si vuole, ma bisogna esprimersi attenendosi alla verità. E anche nel farlo bisogna essere molto attenti, perché la maldicenza si presenta anche dicendo una verità che possa ferire il prossimo: su questo c’è il divieto”. Rav Israel Meir HaCoen, uno dei grandi rabbini del secolo scorso, ha scritto vari testi sul significato e le regole della maldicenza. “La sua opera più importante sulla Leshon Harà è il «Chafez Chaim», che significa «Chi ama la vita», e si riferisce a un verso dei Salmi in cui è scritto «Chi ama la vita è colui che sta attento a ciò che esce dalla sua bocca». Ha dedicato la sua vita a studiare e insegnare le regole della maldicenza, non solo diffondendo la teoria, ma anche la pratica”. Oggi è un faro nella lotta alle cattive parole, in un momento in cui le parole tornano nuovamente al centro del mondo.


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