Le figlie di Zelofcad: quando cinque donne cambiarono la legge

di Eitan Gean
Il ruolo della donna nell’ebraismo è da sempre un argomento complesso e discusso, ricco di sfumature e collegamenti, certamente non scontato. Sin dalle prime Parashot, le donne assumono un ruolo non solo marginale nella vita familiare, ma anche di protagoniste di eventi cardine nello sviluppo e nella costruzione dell’identità ebraica. La stessa “cittadinanza” ebraica si ottiene per discendenza materna.
In occasione della Giornata internazionale della donna dell’8 marzo, la tradizione ebraica offre, tra i tanti, un episodio sorprendentemente moderno, mostrando come anche le donne potessero, in un contesto sociale fortemente patriarcale, rivendicare con successo diritti pubblici e giuridici. È il caso delle figlie di Zelofcad, narrato nel Libro dei Numeri, Bemidbar, in cui cinque sorelle chiedono giustizia davanti a Mosè e ottengono una modifica della legge sull’eredità.
Siamo nel deserto del Sinai, verso la fine dei quarant’anni di peregrinazione. H. ha ordinato un censimento per distribuire la Terra Promessa tra le tribù e le famiglie. La distribuzione avviene secondo la discendenza maschile: è la norma del tempo, del contesto, e di tutto il Vicino Oriente antico. In questo quadro rigidissimo, cinque sorelle capiscono che quel sistema cancellerà loro e la loro famiglia.
Noa, Machla, Chogla, Milka e Tirtza “si presentano davanti a Mosè, *al sacerdote Eleazar, ai capi e a tutta la comunità”. In pubblico dicono,* con una precisione giuridica disarmante: “Perché il nome di nostro padre deve scomparire solo perché non ha avuto figli maschi? Dateci una proprietà.”
Mosè non sa cosa rispondere e decide di portare il caso davanti a H. La risposta del Signore:“כן בנות צלפחד דוברת”
“Le figlie di Zelofcad parlano giustamente” (Numeri 27:7).
H. conferma la loro richiesta e ordina: “נתן תיתן”, letteralmente “dai, darai”, un’espressione enfatica raddoppiata che sottolinea la legittimità della loro richiesta. Si crea così persino un precedente legale.
Non è una concessione, non è una grazia, è una sentenza di giustizia e, subito dopo, una modifica permanente della legge ebraica. Da quel momento, le figlie possono ereditare in assenza di figli maschi. Una norma nuova, scritta nella Torah per volontà di cinque donne che non accettarono la condizione del silenzio.
Tutto questo è estremamente significativo quando ci rendiamo conto che l’iniziativa parte da donne comuni: non principesse, non regnanti, non un uomo benevolo, né da un intervento spontaneo divino. Usano l’argomentazione razionale e giuridica, non la supplica né le lacrime, e la legge viene permanentemente riscritta per il popolo ebraico. In molte tradizioni religiose antiche esistono donne coraggiose, ma raramente una donna prende la parola in pubblico e ottiene che la legge stessa venga modificata.
Rashi sottolineerà poi come le sorelle scelsero il momento giusto: si presentarono quando Mosè stava insegnando proprio le leggi sull’eredità. Sapevano cosa stavano facendo e cosa volevano.
È tutto sorprendentemente moderno, se non fosse che risale a più di tre millenni fa.
La Torah è un testo che contiene al suo interno tensioni profonde: norme che limitano le donne e storie che le celebrano, leggi che le escludono e voci che le ascoltano. È anche un testo che vive attraverso lo studio e l’interpretazione continua di ogni generazione.
Le figlie di Zelofcad non sono un’eccezione curiosa. Sono una mappa. Mostrano che dentro la tradizione stessa esistono strumenti per interrogarla, per spingerla, per farla crescere.
Le ragazze di Zelofcad ci insegnano a non aver paura di prendere iniziative e innovare.
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