La lunga notte contro Priebke: intervista a Riccardo Pacifici

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Estradizione

Durante la ricerca dei documenti per il caso Kappler, il procuratore militare Antonio Intelisano trovò all’interno di un mobile a palazzo Cesi, sede della procura generale militare, 695 fascicoli contenenti informazioni compromettenti nei confronti di molti gerarchi nazisti. Fu rinominato “l’armadio della vergogna“. Nella documentazione sulle Fosse Ardeatine c’era anche il nome di Erich Priebke. Nel 1994, all’insediarsi del primo governo Berlusconi, il Ministro di Grazia e Giustizia, Alfredo Biondi, chiese l’estradizione del boia. La corte suprema argentina la concesse il 2 novembre 1995: il nazista venne portato in Italia e rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea, a Roma, in attesa del processo che si aprì l’8 maggio 1996 nel quartiere Prati, vicino al Vaticano. In agosto, il tribunale militare di Roma divenne il centro del mondo: Priebke venne assolto. Fu l’inizio di una grande protesta che attirò i media di tutti i paesi. Sotto la guida della Comunità Ebraica romana, politici, giornalisti e semplici cittadini antifascisti manifestarono contro l’ignobile sentenza della magistratura che aveva sciolto le accuse nei confronti del boia. Dopo Kappler, fuggito dal Celio con l’aiuto dell’Italia, un altro assassino sarebbe stato nuovamente in circolazione, se non fosse stato per i coraggiosi che aderirono a quel presidio al grido di giustizia. Riccardo Pacifici, all’epoca il più giovane Consigliere della Comunità Ebraica di Roma, ci ha raccontato per intero quella celebre pagina di storia.

“Era il 1° agosto 1996 e si era da poco insediato il primo governo Berlusconi. Grazie all’opera di Giulia Spizzichino, che accompagnò l’autorità di competenza a Bariloche (Argentina), Erich Priebke venne estradato in Italia. Avveniva un fatto straordinario, perché la situazione politica non faceva immaginare il successo di un’operazione del genere, era un evento che sovvertiva l’inerzia dello Stato se si considera che un nazista come Herbert Kappler venne fatto fuggire dal Celio col favoreggiamento dell’Italia. Il processo avvenne presso il tribunale militare di Roma con l’accusa di “crimini di guerra e contro l’umanità”, che non cadono mai in prescrizione. Per la prima volta la mia generazione poteva assistere a un processo nei confronti di un nazista presente in carne e ossa. Lo potevamo vedere da vicino: era seduto lì, a un metro da noi”.

I testimoni

Nonostante l’elevato numero di testimoni richiesti dal PM, Antonio Intelisano, il tribunale ne ridusse drasticamente la presenza in aula ammettendone solo una decina per le parti civili, altrettanti per l’accusa e quattro per la difesa. Alcuni dei partigiani torturati nella sede della Sicherheitspolizei, la polizia di sicurezza dalla quale dipendeva la Gestapo in via Tasso, erano ancora vivi: Felice Napoli e Riccardo Mancini testimoniarono le angherie subite da Priebke nei primi mesi del 1944.

“Il processo prese una piega negativa, perché non fu permesso né ai parenti delle vittime né ad altre cariche comunitarie di prendere posto in aula. Tirava una brutta aria, il rischio di prescrizione del reato era concreto. Solo la Presidente dell’UCEI, Tullia Zevi, venne fatta entrare. Fu molto doloroso, vennero chiamati i nomi delle vittime e parteciparono al processo i loro cari. Tra questi, Elvira Paladini, moglie di Arrigo Paladini – partigiano torturato nella sede della Gestapo durante l’occupazione – e Direttrice del Museo della Liberazione di Via Tasso. Le testimonianze furono scioccanti. Il processo avvenne molto a basso profilo e la Comunità Ebraica di Roma si costituì parte civile”.

La “Cinquina”

“Il giorno della sentenza poche persone avevano seguito costantemente il processo, tra di loro Mino Di Porto. Avemmo un’intuizione: in quelle modalità, Priebke avrebbe sicuramente percorso il lungo corridoio del tribunale per entrare nell’aula. Allora, insieme a Mino e Roberto Di Porto (Pucci) Z”L, ci venne un’idea: vi era la possibilità di tirargli una cinquina – uno schiaffo – nel tragitto dalla stanza all’aula. Ci incontrammo per pianificarla. Era pomeriggio e faceva caldissimo. Mi recai nel quartiere ebraico e bussai alla porta di Raimondo Di Neris, per tutti zi Raimondo, sopravvissuto alla Shoah e famoso nella nostra comunità perché la sera che tornò da Auschwitz volle fare la serenata sotto la finestra della fidanzata che lo aveva aspettato. Gli dissi ‘quando Erich Priebke esce dall’aula, tu gli dai una cinquina per farci vedere da fotografi e telecamere’. Accettò. Quando salì sul mio motorino, al portico di Ottavia, mi confessò che per l’agitazione non aveva chiuso occhio per quattro notti. Il nostro obiettivo era farci sentire, farci vedere. Questo lo imparai tanto tempo fa da Pacifico Di Consiglio, per tutti Moretto, quando stavamo manifestando davanti l’Ambasciata iraniana. Nessuno ci stava a sentire, ma quando Moretto tirò un sanpietrino contro una delle finestre, arrivarono subito le volanti. Allora ci disse ‘finché stiamo buoni nessuno ci si fila, se facciamo qualcos

a tutti ci sentono ’. Quando andammo al tribunale, però, il percorso che avevamo studiato fu barricato dalle transenne”.

La sentenza

“Nessuno poteva entrare e misero un televisore esterno all’aula per seguire il processo. Credevano bastasse. Manifestammo perché era inaccettabile, almeno i parenti delle vittime dovevano essere presenti. Tuttavia, ciò non fu permesso e poi, verso le 17, arrivò la sentenza. Assolto”.

Il presidente Quistelli lesse la seguente sentenza: “Il tribunale militare di Roma ha deciso di non doversi procedere contro Priebke, perché gli ha concesso le circostanze attenuanti e quindi il reato è considerato prescritto. Il tribunale, pur riconoscendo le responsabilità dell’imputato, ha prosciolto Priebke, ritenendo di applicare le circostanze attenuanti. Il tribunale ha deciso l’immediata scarcerazione dell’imputato”. È una sentenza terribile”, commentò Tullia Zevi. Nel quartiere ebraico si diffuse la voce, le botteghe vennero chiuse, una Signora disse:” Dicono che è troppo vecchio, poverino, ma mio marito che aveva 21 anni non ha avuto neanche la possibilità di invecchiare, adesso ci manca anche che gli diano anche una bella medaglia a Priebke”.

“Piccolo retroscena: con il responsabile delll’MCSE (Movimento Culturale Studenti Ebrei), Miky Steindler, organizzammo due striscioni, uno in caso di esito favorevole, un altro se negativo per contestare un’eventuale assoluzione. Volevamo farci trovare pronti per ogni evenienza. Anche altri furono di grande aiuto in quella battaglia. Fuori dal tribunale, ad esempio, Dario Coen intratteneva rapporti con alcuni politici ed in primis con Francesco Rutelli. Ricordo anche la rabbia di Emilia Di Veroli e di sua madre Ada Anticoli – la famiglia dell’ex pugile ebreo Lazzaro Anticoli(detto “Bucefalo”), ucciso alle Fosse Ardeatine – che mi spronò a non mollare con le autorità: erano due vere furie, grazie a loro sapevo di avere tutta Comunità con me. Con la sentenza si accese la manifestazione violenta. Il paese, nel frattempo, cambiò unendosi allo sdegno: il Parlamento fece un minuto di silenzio, il sindaco Rutelli fece spegnere le luci di Roma, arrivarono i giornalisti che iniziarono le dirette per raccontare l’ignobile sentenza. Sapevamo che la sera stessa c’era un volo Alitalia diretto in Argentina, se Priebke avesse lasciato l’aula sarebbe certamente fuggito. Chiamai subito il centralino degli aeroporti di Roma e mi spiegarono che il primo volo per Buenos Aires sarebbe decollato alle 23.30, così decidemmo che non ci saremmo più mossi dal corridoio. Gli avremmo fatto perdere l’aereo, era l’unica cosa che potevamo fare. Arrivò il Sottosegretario alla Difesa, Massimo Brutti, dicendoci che non vi fossero elementi per trattenerlo. Tullia Zevi ed il Consiglio CER fecero una sessione straordinaria in cui decisero di deporre dei fiori alle Fosse Ardeatine. A quel punto iniziò la formale richiesta di presidiare il tribunale e ci asserragliammo dentro alla struttura, ebrei e non ebrei. Chiedemmo dell’acqua con l’intento di rimanere là e dichiarammo formalmente di non lasciare il tribunale se non con l’arrivo del Presidente della Repubblica: eravamo davvero inferociti, perché erano tempi difficili e nessun esisto era scontato. La manifestazione ebbe un’escalation di tensione, Priebke fu chiuso all’interno di una stanza sotto la scorta delle forze dell’ordine ed il controllo periodico di una ragazza ebrea, Karen Di Porto, col compito di verificarne la presenza ed evitare la sua fuga: non volevamo accadesse come Kappler. L’aula era come una T, non poteva uscire senza che lo vedessimo. Addirittura, i vigili del fuoco ipotizzarono una sua estrazione attraverso la finestra, che non ebbe però seguito. Successe di tutto: iniziò una trattativa con il procuratore militare che aveva accusato Priebke, poi vennero mandati via i giornalisti e l’aula venne sgomberata. Si stava prefigurando il peggio”.

La breccia

“Verso le 21,30 arrivò una delegazione di senatori e deputati dei verdi, guidati da Athos De Luca, che al divieto di transito da parte delle forze dell’ordine tirarono fuori i cartellini del corpo diplomatico. Quando si aprirono le porte, duecento dei nostri ragazzi entrarono sfondando le transenne. Ci fu una colluttazione con i militari nel tentativo di prendere Priebke, che era terrorizzato dalle nostre grida. Il tribunale divenne il centro del mondo, tutte le televisioni ne parlarono ed arrivarono esponenti della politica e semplici cittadini antifascisti. Tutti insieme, in quanto italiani, sotto la guida della comunità ebraica orgogliosa e pronta a non permettere che quei morti potessero essere uccisi di nuovo. Nonostante tutto, ci fu l’ordine di non colpire assolutamente i carabinieri, perché noi non eravamo contro di loro. Anzi, ricordai loro che anche i carabinieri erano morti alle Fosse Ardeatine”.

La parola di Toaff

“Il giudice dispose uno sgombro coatto, bisognava allora trovare una soluzione. Raimondo Di Neris ci disse ‘Io gli devo dare la cinquina, non me movo da qui ‘. Insieme alla senatrice Carla Rocchi, entrammo in un’aula col giudice che ci spiegò la situazione, ma gli risposi che solo il rabbino Toaff potesse darmi degli ordini. In quel momento ci fu un miracolo, perché all’epoca in pochi avevano un telefono ed io, pur avendolo, non avevo il caricatore. Nonostante ciò, mi durò finché non tornai a casa. Lo chiamammo insieme e misi il vivavoce. ‘Vi sto seguendo dalla televisione, rimanete al vostro posto’, ci disse. Il giudice divenne bianco pallido, non se lo aspettava, ma Toaff veniva dalla resistenza e certi principi per lui erano imprescindibili. Noi eravamo figli della Shoah che avevano visto scappare Kappler, nessuno di noi avrebbe potuto vivere in pace lasciando quell’aula. I media furono unanimi nel sostenere che non bisognava lasciare soli gli ebrei a difendere l’onore dell’Italia. Solo dopo la mezzanotte venne il Ministro di Grazia e Giustizia, Giovanni Maria Flick, con la soluzione che prevedeva un nuovo arresto per dare seguito ad una richiesta d’estradizione dalla Germania per altri crimini”.

Epilogo

“Fu un successo, il boia delle Fosse Ardeatine non uscì impunito dall’aula e quel giorno la nostra comunità cambiò radicalmente: acquisimmo la consapevolezza della nostra forza e del nostro ruolo. Credo che Priebke debba cadere nell’oblio, per evitare che vi si possa creare un mito attorno. Ringrazio la Comunità Ebraica per aver sovvertito lo spirito di rassegnazione. L’Italia ha la necessità di riaprire quelle pagine per comprendere chi furono i giusti e gli eroi, e chi invece i colpevoli ed i delatori”.

 


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