Itamar Ben Gvir, il ministro che imbarazza Israele

di Gabriel Venezia
I video del Ministro della sicurezza nazionale israeliana Itamar Ben Gvir purtroppo non sono una novità né una sorpresa per nessuno, né in Israele né all’estero. I video dell’arresto e del trattamento umiliante dei membri della Global Sumud Flotilla sono solo l’ultima dimostrazione di un ministro da sempre osteggiato in Israele e dalla politica nazionale.
Questa volta a prendere le distanze non sono stati soltanto i singoli attivisti, i governi stranieri o le organizzazioni umanitarie, ma esponenti centrali dello stesso establishment israeliano e della diaspora ebraica. Ad affermarlo sono le note pubbliche del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar in cui afferma senza mezzi termini “Tu non sei il volto di Israele”. È una presa di distanza che rivela quanto l’estremismo di Ben Gvir stia diventando ingestibile perfino per chi lo ha legittimato politicamente. Benjamin Netanyahu ha definito il comportamento del suo ministro “non in linea con i valori di Israele“. Una frase che pesa enormemente, soprattutto perché pronunciata da un premier che, per anni, ha retto la propria maggioranza proprio sull’appoggio dell’estrema destra nazionalista.
Sono bastati pochi secondi per danneggiare, se non addirittura vanificare, anni di lavoro da parte di Israele e della diaspora ebraica, da sempre impegnati nella lotta all’odio e al riconoscimento pubblico. Quando un ministro israeliano trasforma la gestione di detenuti in uno spettacolo mediatico, non colpisce solo gli avversari politici: mette in difficoltà ogni ebreo che nel mondo combatte quotidianamente contro stereotipi, odio e accuse collettive.
Per questo è importante sottolineare la posizione dell’UCEI. La presidente Livia Ottolenghi ha definito quelle immagini “inaccettabili e gravi“, ribadendo che nulla può giustificare le modalità adottate contro gli attivisti della Flotilla, pur riconoscendo che la strumentalizzazione politica delle sue azioni ne abbia snaturato la missione umanitaria.
Una presa di posizione fondamentale, perché rompe la narrazione tossica secondo cui “gli ebrei” sarebbero compatti dietro ogni scelta del governo israeliano. Non è così. Ed è profondamente sbagliato continuare a sovrapporre Israele, il suo governo contingente e l’intero popolo ebraico. Anzi, proprio molte voci ebraiche stanno oggi tentando di salvare Israele da sé stesso. Cercano di difendere l’idea originaria di uno Stato democratico, fondato sul diritto, sulla dignità umana e sulla memoria storica di un popolo che ha conosciuto sulla propria pelle cosa significhi essere umiliati, perseguitati e privati della propria umanità. Ed è qui che il dibattito diventa decisivo anche per l’Europa: criticare Ben Gvir non significa essere anti-israeliani. Al contrario, significa riconoscere che esiste un Israele democratico, pluralista e civile che non vuole essere rappresentato dall’estremismo. La vera posta in gioco oggi non è soltanto una crisi diplomatica. È la battaglia per l’anima stessa di Israele.

Laureato in storia all’Università di Firenze, studente magistrale in scienze storiche. Appassionato di politica, viaggi, calcio, letture, ed est Europa.



