Italia campione d’Europa: quando il Rinascimento diventa rinascita

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Il 7 ottobre del 2019 la Puma presentava la nuova maglia della Nazionale italiana di calcio, da indossare in occasione di Italia-Grecia, valevole per le qualificazioni agli Europei. Verde, come quella di 66 anni fa, quando sconfiggemmo in un’amichevole l’Argentina per 2-0.

La vera particolarità, però, è il messaggio lanciato dallo sponsor tecnico attraverso i motivi della divisa, ispirati ai tessuti e all’architettura del Rinascimento. La clamorosa eliminazione con la Svezia alle Qualificazioni dei Mondiali del 2018 è stata di fatto uno spartiacque generazionale. Ora c’è Donnarumma, c’è Chiesa, poi Barella, Locatelli, Bernardeschi e così via.

Nasce una nuova Italia. A raccogliere le ceneri della vecchia fenice e ad accudire l’appena nata ci pensa il CT Roberto Mancini, che costruisce pezzo per pezzo una squadra mista di giovani talenti e solidi veterani, scegliendo come assistenti i fidatissimi Vialli, Evani, Lombardo, Nuciari e Salsano (praticamente la grande Sampdoria degli anni ’90).

Nel mezzo, la tragedia. Una pandemia mondiale che spazza via ogni certezza, costringe in casa un’intera popolazione, porta via persone care. D’un tratto il Rinascimento sportivo assume un valore differente, avvicinandosi più al concetto di rinascita: gli atleti diventano il simbolo del riscatto di un’identità, quella italiana, desiderosa non più di aggrapparsi alle bandiere – come straordinariamente raccontato dal commentatore Sky Fabio Caressa – ma di abbracciarsi, di condividere, di vivere.

Ecco allora riempirsi le piazze, reali e virtuali. I giocatori della Nazionale iniziano partita dopo partita a diventare parte delle famiglie e delle comitive di amici, vengono chiamati con affetto: Spinazzola diventa ‘’Spina’’, Immobile ‘’Ciro’’; diventano iconici ‘’o’ tiraggir’’ di Insigne, la ‘’Chiesa’’ al centro del villaggio, il ‘’rischia la giocata’’ di Bernardeschi.

Sui social impazza la scaramanzia. Prima di ogni gara si fanno i complimenti a questa o quella squadra per la vittoria del titolo, finché non ne rimane soltanto una da battere, che guarda caso si presta perfettamente al gioco: l’Inghilterra. Il loro motto è ‘’Football is coming home’’, cioè ‘’il calcio sta tornando a casa’’, alludendo al fatto che furono proprio gli inglesi ad inventarlo. Dichiararsi apertamente vincitore prima dell’inizio di una partita è impensabile per l’italiano, che proprio per fortificare il circolo virtuoso della fortuna sta assolutamente al gioco. Ecco allora sui profili dei Three Lions: ‘’È già vostra’’, ‘’Non abbiamo speranza’’, ‘’It’s coming home’’.

Sappiamo com’è finita. Abbiamo negli occhi la calma inconsapevole di Donnarumma, l’abbraccio tra Mancini e Vialli, la corsa in stampelle di Spinazzola, l’esultanza del presidente Mattarella, la coppa alzata da capitan Chiellini a casa loro, Wembley, il tempio del calcio. Benedetto calcio.

La verità è che lo sport non ha il potere di cambiare la realtà. Una coppa non farà sparire il ricordo della pandemia, non riporterà in vita le persone che abbiamo perso, non restituirà denaro indietro. A nessuno è dato cambiare il passato, si può solo andare avanti. È tuttavia possibile decidere come farlo. Qui entra in gioco la magia di un Europeo che ha restituito agli italiani la capacità di sognare, di sentirsi grandi, di vivere appieno un’emozione insieme. Ieri tanti di noi si sono svegliati più forti. Le gesta di pochi hanno fatto breccia nel cuore di tanti, il Rinascimento è diventato rinascita.