Introduzione alla Iggeret HaRamban, la Lettera del Ramban

HaTikwà (D. Spizzichino) – Cari amici ugeini e cari lettori, vi ringrazio per l’attenzione con cui vi siete espressi nel sondaggio e sono felice di corrispondere alla vostra richiesta con questa piccola rubrica di Mussar, la morale ebraica. Cercando un punto di incontro tra lo studio personale e il desiderio divulgativo, vi propongo di studiare insieme a me un’opera che, pur nella sua brevità, rimane un monumento fondamentale della letteratura del genere: la Iggeret HaRamban, la Lettera del Ramban.

Rabbi Moshè ben Nachman – più famoso come Ramban o Nachmanide – è stato uno dei più grandi Maestri del medioevo spagnolo e di tutto il pensiero ebraico. Nato a Girona nel 1194 da un’importante famiglia rabbinica, visse la maggior parte della sua vita in Spagna prima di emigrare in Israele nel 1267, dove terminò la sua vita pochi anni più tardi (1270 circa). Proprio nell’ultimo periodo della sua vita scrisse è la Iggeret, la Lettera, diretta al figlio Nachman dalla città di Acco, per guidarlo moralmente e ispirarlo all’umiltà. Secondo quanto riporta l’opera Meufelet Sappirim, il Ramban istruì il figlio a leggerla una volta a settimana e a insegnarla ai figli in modo che questi la potessero imparare a memoria per istruirli al timore divino. Il Nachmanide, sempre secondo questa fonte, sosteneva che l’abitudine di leggere la lettera procurasse protezione dalle sofferenze e rendesse degni della vita nel Mondo Futuro.

Concludo questa breve introduzione sottolineando che non è un caso che il Ramban sia stato autore di un tale capolavoro della letteratura etica ebraica. Uno dei temi fondamentali del suo pensiero complesso può essere riassunto infatti dalla frase “Lò nitnù HaMitzvòt Ella LeZarèf Et HaBriot ” “(D-o) non ha dato le mitzvòt, i precetti,  se non per purificare le creature”, commento a Devarim 22:1. Così, spiega ad esempio il Ramban, le regole che ci portano a mostrare compassione nei confronti degli animali non ci sono state comandate per essi, ma per estirpare il tratto di crudeltà insita in noi. Lo stesso avviene per le mitzvòt legate al ricordo dei miracoli compiuti da D-o verso di noi, le quali non ci sarebbero state comandate nella sua interpretazione tanto per onorare D-o Benedetto, quanto piuttosto per istillarci i tratti positivi della gratitudine, dell’umiltà e dell’amore divino.  Così via, mitzvà dopo mitzvà, per imitarLo e conoscerLo in tutte le nostre vie.

Cari amici, vi ringrazio per l’attenzione e bEzrat Hashem, con l’aiuto di D-o, approfondiremo nelle prossime settimane la Iggeret HaRamban.

Un caro Shalom.

 

David Spizzichino si è laureato con lode in Medicina e Chirurgia all’Università “La Sapienza” di Roma. Appassionato di cultura, dedica parte del suo tempo agli studi ebraici scrivendo inoltre sulla rivista “Momenti di Torà”. 


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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