L’arte come rivendicazione della storia ebraica – Intervista al pittore israeliano Avraham Vofsi

di Ghila Lascar
Avraham Vofsi, è un artista di origini australiane conosciuto sui media per i suoi dipinti ad olio sulla vita in Israele prima e dopo il 7 ottobre e per i numerosi quadri di matrimonio su commissione. HaTikwa lo ha raggiunto lo scorso dicembre nel suo studio a Tel Aviv per una retrospettiva dedicata alla sua arte che, dopo il successo di Budapest, approda per la prima volta in Italia.
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Come ti sei avvicinato all’arte?
Durante i miei studi cinematografici e di illustrazione in Australia sono stato incoraggiato a prendere lezioni di pittura ad olio. Mi sono dedicato fin da subito ai ritratti perché ci sono elementi narrativi che parlano della persona che viene dipinta e della sua storia. Inizialmente mi concentravo su coloro che non avrebbero avuto la possibilità di essere raffigurati e mi sono dedicato alle identità marginalizzate, come gli aborigeni australiani. Gradualmente però ho cominciato a pensare di raccontare la mia storia, come ebreo, ma essendo cresciuto in una famiglia lontana dalla comunità non sapevo come affrontare il tema perché mi sono sempre sentito ebreo, ma non sapevo molto a riguardo. Quando nel 2021 ho conosciuto l’antisemitismo e l’odio, mi sono avvicinato ad amici ebrei e israeliani che avevo conosciuto online. Quando sono arrivato in Israele per sei mesi, ho dipinto la mia versione di Davide e Golia, è stato quello il mio primo quadro ebraico.
Come hanno influito l’ebraismo e poi la guerra sul tuo modo di essere artista?
Ho fatto l’Aliyah poco prima del 7 ottobre e ovviamente è stato un periodo molto intenso e difficile, con troppo dolore da elaborare tutto insieme, per questo ho sentito il bisogno di fare qualcosa, tra cui immergermi nella storia dell’ebraismo. Da quando ho scoperto la storia ebraica come fonte di ispirazione artistica, è una sorgente a cui posso sempre attingere.
Qui nel tuo studio a Tel Aviv l’atmosfera è molto intima, ogni dipinto racconta un pezzo di storia ebraica che appartiene ad ognuno di noi quotidianamente. Nella tua pagina parli spesso di Neoclassicismo Ebraico, come vuoi che venga interpretato?
Il Neoclassicismo tra ‘700 e ‘800 si è posto come un movimento che guardava al passato con elementi moderni, mantenendo una grande abilità tecnica con un’estetica classica ma trasmettendo un messaggio estremamente politico. Allo stesso modo, io credo che la tecnica sia alla base di tutto, perché più è grande la mia abilità, più forte sarà il messaggio che passa direttamente dalla mia mano alla tela. Al contrario, per noi guardare alla nostra storia è semplice oggi, grazie all’accesso a internet che ci permette di usufruire di informazioni sulla vita ebraica e sull’arte ebraica attraverso i secoli in modo compresso. Ad oggi possiamo finalmente rivendicare la nostra storia attraverso le immagini fatte da noi.

Per la prima volta a Roma abbiamo presentato i quadri della serie dedicata alle Sinagoghe, che al momento comprende due opere: uno che rappresenta la Sinagoga di Budapest, l’altro invece una sinagoga di 2000 anni fa vicino a Be’er Sheva. Quando ho visitato la sinagoga di via Kazinczy nella capitale ungherese sono rimasto colpito dalla bellezza dell’artigianato e da come questo luogo si inserisce nella più ampia storia europea, segnata anche dalla Shoah. È stata un’esperienza che mi ha davvero ispirato.
Perché?
Noi abbiamo portato avanti la nostra storia nella diaspora, per duemila anni prima di tornare in Israele e l’abbiamo custodita principalmente attraverso le sinagoghe e nei nostri cuori. Le sinagoghe diventano un portale verso diversi periodi della storia ebraica che oggi continua a prendere vita nello stesso tempo.

Qual è il messaggio che vuoi mandare con i tuoi dipinti e con le tue mostre?
Se dobbiamo ridurre all’essenziale, la nostra storia, come popolo ebraico, è importante. Dipingo ad olio non solo perché è la mia passione, ma anche perché, quando dico a qualcuno di essere un pittore a olio, pensano subito a Rembrandt, o magari Van Gogh, Caravaggio. Non importa da dove vieni, c’è una tradizione in cui la pittura a olio è considerata di altissimo livello. Io voglio portare quella sensazione, quella dignità, alla nostra storia: la storia ebraica. Voglio reclamarla per noi. Molte opere sull’ebraismo ci escludono, o non sono fatte da ebrei. Quindi voglio dare un posto sui muri dei musei dove meritiamo di stare. Vorrei che questo ispirasse altri ebrei: a guardarsi dentro, a trovare coraggio e forza nella nostra storia.
Sappiamo che sei disponibile per dipingere ai matrimoni su commissione, cosa ti ha portato verso quella strada?
Ho cominciato l’anno scorso a dipingere ai matrimoni ebraici, e questo oltre a rendermi felice è un modo fantastico per partecipare ad un aspetto fondamentale per l’ebraismo: celebrare la vita. E ancora una volta, per concludere, stiamo portando la storia del matrimonio di queste persone, merita di stare appesa su un muro ed è un motivo di orgoglio per me.
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