28 Ottobre 202013min271

Intervista a Tobia Zevi: “La mia grande passione e il mio grande sogno”

tobia

di Luca Spizzichino

 

Trentasette anni appena compiuti, romano, ex presidente UGEI, e dallo scorso agosto candidato sindaco di Roma per il centro-sinistra. Ecco il didascalico identikit di Tobia Zevi, ricercatore presso l’ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, per il quale analizza le grandi città del mondo e studia il loro ruolo nell’ambito della geopolitica. Da anni attivo politicamente e civilmente a Roma, che considera “la mia grande passione e il mio grande sogno”. Si candida con la speranza di migliorare le cose nella sua città, perché crede che “sia responsabilità di ognuno di noi di cercare di cambiarla è meglio”.

 Sei stato consigliere e presidente dell’UGEI, come fu quell’esperienza? Com’era l’UGEI allora?

Per me è stata sicuramente una grandissima palestra, un’esperienza molto formativa, di cui ho un bellissimo ricordo. Ormai sono passati esattamente una quindicina di anni; anche allora, come forse ai tempi vostri, diciamo così, si temeva che l’UGEI potesse chiudere, che in qualche modo non ci fosse un futuro. Poi invece, per fortuna, di emergenza in emergenza l’UGEI, come tante altre cose per altro in Italia, ha mantenuto una sua resilienza e capacità di andare avanti. Per me fu anche l’occasione di sperimentare la possibilità di confrontarmi con quel ruolo, con una serie di tematiche esterne, politiche, nazionali, civili che poi in qualche modo mi hanno anche accompagnato nel corso della mia vita politica e culturale.

Che consiglio daresti all’associazione?

Cercate di aumentare la partecipazione delle grandi comunità, ma senza disperdere quel patrimonio, numericamente esiguo ma assai prezioso, che sono le piccole comunità sparse essenzialmente per il centro-nord Italia.

Sei stato uno dei primi a candidarti a Sindaco per la Capitale, nel 2021. Che cosa ti ha spinto a fare questa scelta?

Dal punto di vista personale, governare Roma e provare a cambiarla in meglio è un onore immenso e, per quanto mi riguarda emotivamente, il sogno della mia vita. Io l’ho sempre pensata come la mia missione, la metà più alta cui potessi aspirare. Dal punto di vista politico, invece, ritengo che questo sia stato anche il frutto di una serie scelte che forse la politica, i partiti, le istituzioni, non sono stati in grado di fare. Io ho una posizione molto critica nei confronti dell’attuale amministrazione. Penso che Virginia Raggi, al di là del fatto che non ho nulla contro di lei sotto il profilo personale, abbia governato male la nostra città, e che tutte le grandi questioni che influenzano la vita delle persone siano oggi messe peggio di prima. Credo che di fronte a tutto questo si sarebbe dovuto fare un lavoro di 5 anni e non è un caso, perché da una parte è un tempo logico per governare, ma dall’altro è anche un tempo logico per costruire l’alternativa. In questi cinque anni si sarebbe dovuta costruire l’alternativa, con vari modelli che si possono utilizzare: quello in cui dall’alto propongono un nome e intorno a questo si costruisce la squadra, oppure si può utilizzare un modello in cui dal basso si cerca di costruire la partecipazione e da quella partecipazione si tira fuori un candidato. Tutto questo secondo me non è stato fatto, o si è fatto troppo poco. Naturalmente io parlo del mio lato politico, quindi del centro-sinistra, ma devo dire, e questo è secondo me un elemento di interesse e di preoccupazione per la città, che qualcosa di molto simile si può dire anche della destra. A Roma fondamentalmente si è persa l’abitudine di fare un lavoro preciso e certosino che consente di costruire un’alternativa e siccome si stava continuando quel balletto di nomi, per cui si doveva chiedere col cappello in mano se avevano voglia di fare il sindaco di Roma. Quasi che fare il sindaco sia una rogna e non un onore. Io, che da anni faccio politica in questa città, che lavoro, studio e mi impegno, ho ritenuto che per età, formazione, indole e carattere, fosse arrivato il momento di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Quello che ho fatto è stato chiedere un modello di costruzione della candidatura che coinvolgesse le persone, le quali scelgano il programma, la squadra di governo e il candidato attraverso delle primarie. Non è pensabile che alla luce di un lavoro non fatto, si pensi che tre o quattro dirigenti nel chiuso di una stanza possano scegliere tutto o, come sembra di vedere, qualcuno si alzi la mattina e scelga di candidarsi senza coinvolgere nessun altro. Occorre ascoltare le persone, le associazioni, i comitati e le realtà sociali che moltissimo hanno fatto in questi anni, ignorati in gran parte non solo dalle istituzioni ma anche dai partiti.

Potresti diventare il secondo sindaco di religione ebraica nella Città Eterna dopo Ernesto Nathan, come ti fa sentire? Come vivi l’evenienza di poter entrare nella storia?

Al di là del paragone che mi rendo conto possa sembrare arrogante da parte mia, mi sembra interessante notare come le nostre due estrazioni siano in effetti molto diverse. Nathan era inglese, un profilo internazionale, estremamente radicale sotto alcuni aspetti: nei rapporti con la Chiesa, con la romanità, con le istituzioni. Io da questo punto di vista rappresento una storia molto più autoctona, la mia famiglia sta a Roma da due millenni. Gli ebrei romani come noto sono ultra-radicati in questa città, e secondo me questo rende molto più morbida la mia candidatura rispetto a quella di Nathan. Mi piace ricordare che Nathan fu un sindaco di grandi programmi e azioni di inclusione sociale e democrazia, e per questo può essere un punto di ispirazione. Per esempio, lui considerava l’istruzione uno dei pilastri della città che andava costruita, tanto che costruì decine di nuove scuole nell’agro romano, aumentando di molto la percentuale di ragazzi che frequentavano quelle pubbliche. Questi aspetti di “progressività”, come si direbbe oggi, delle politiche locali di Ernesto Nathan sono secondo me molto attuali anche oggi. Lo sono perché questa è una città che ha visto aumentare enormemente le ingiustizie e disuguaglianze negli ultimi anni, forse negli ultimi decenni. È una città che va ricucita perché altrimenti si strappa, e in tal senso direi che la lezione di Nathan può essere estremamente utile. Personalmente ho un ricordo familiare divertente: il mio bisnonno, Guido Zevi, fece il responsabile della nettezza urbana, anche questo tema molto attuale, con il sindaco Ernesto Nathan. Nel nostro lessico familiare, si ricorda una volta che il sindaco Nathan riprese il mio bisnonno perché in un momento di esasperazione disse in una riunione: “Ma qui non funziona niente! È un disastro, è tutto zozzo!” Il sindaco, guardandolo fisso, gli disse: “È proprio sicuro che non funzioni niente? Che non ci sia neanche una piccolissima cosa che funziona? Non generalizzi mai giovanotto, non generalizzi mai!” E questo rimane un nostro ricordo familiare.

Roma viene dipinta come una città sull’orlo del baratro, e forse è vero. Quali sono le sue maggiori criticità?

Parlando tutti i giorni con la gente comune, le urgenze che emergono come le più insuperabili e sentite sono: la pulizia, il traffico, il livello del trasporto pubblico e la manutenzione stradale, quindi le buche. È evidente che debbano essere affrontate e risolte in maniera drammatica. Dopodiché, però, una città come Roma non può ripartire senza una prospettiva anche di medio termine, una visione, un orizzonte a cui tendere. Il mio sogno è che Roma, da qui a 5-10 anni, diventi una città nella quale un ragazzo o una ragazza di 25 anni, quindi un vostro coetaneo, non debba andare via se vuole trovare un lavoro che lo soddisfi, oppure costruire un progetto di famiglia se lo desidera. Questa cosa qui oggi ci sembra naturale, ma non lo è affatto. A Roma, effettivamente, non è possibile costruire una prospettiva esistenziale soddisfacente perché non ci sono opportunità. Deve diventare una città che da una parte garantisca le opportunità, e dall’altra sia in grado di ridurre le ingiustizie e le disuguaglianze sociali che in questi anni sono cresciute a dismisura. Noi siamo, per capirci, al di qua, ma di poche settimane, da una crisi economica e sociale pazzesca. Perché in questa città decine di migliaia di persone hanno perso il lavoro, o lo perderanno, quando nelle prossime settimane finirà il blocco dei licenziamenti, e decine di migliaia di attività commerciali hanno chiuso o chiuderanno a breve. Ci troviamo di fronte a una città che va ripensata completamente.

Recentemente hai presentato una tua “ricetta”, “L’ultimo Sindaco di Roma”, per far tornare la Capitale motore economico del nostro Paese. In che cosa consiste? In che modo migliorerebbe la Città Eterna?

È un progetto tecnico, frutto di uno studio che ho fatto nel corso dei mesi. Poggia su una consapevolezza diffusa, ovvero che la macchina pubblica, la pubblica amministrazione di Roma non sia efficiente, e questo lo sappiamo tutti. Non è efficiente soprattutto per una ragione strutturale: il Comune di Roma è allo stesso tempo troppo piccolo e troppo grande. Troppo piccolo per gestire alcune questioni che riguardano ormai un’area più vasta, ma allo stesso tempo è troppo grande, perché se si sporca un’aiuola nel giardinetto sotto casa mia, o se c’è un secchio pieno o anche una licenza commerciale da dare, non è detto che tutto debba passare per il comune. Bisognerebbe dare più autonomia e responsabilità ai municipi, che di fatto devono essere gli interlocutori naturali dei cittadini, e pertanto devono avere più risorse e potere. “L’ultimo sindaco di Roma” è un titolo provocatorio per dire a che cosa serviranno i prossimi cinque anni: ovvero a fare tutte quelle riforme necessarie dal punto di vista istituzionale per passare dal Comune di Roma alla Città Metropolitana, che già esiste ma non conta nulla, attraverso un processo democratico. Per questo dico l’ultimo sindaco, perché il prossimo sindaco dovrebbe essere il sindaco della Città Metropolitana, scelto tramite elezione diretta, che raggruppa i comuni della ex provincia di Roma più i municipi, ognuno con competenze diverse. Da una parte i comuni della provincia e i municipi devo essere dei veri e propri comuni, dotati di bilancio, contabilità e risorse, e dall’altra ci dev’essere un ente di governo territoriale che possa fare delle scelte ambiziose. Sostanzialmente è quello che sono già le altre grandi capitali europee, perché Londra e Parigi sono già gestite così: il sindaco di Parigi è una figura politica che garantisce una visione alla città, che poi però verrà gestita a livello locale dai presidenti delle municipalità.


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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