Intervista a Doron Medalie: “Ecco la mia rivoluzione nella musica israeliana”

דורון מדלי צילום משה נחמוביץ'

di Luca Spizzichino 

 

Chi c’è dietro le più grandi hit della musica israeliana degli ultimi 10 anni? In pochissimi lo conosceranno, ma dietro Tel Aviv di Omer Adam, conosciuta in ogni angolo del globo, Golden Boy di Nadav Guedj, Toy di Netta Barzilai, che ha vinto l’Eurovision Song Contest nel 2018, e la canzone realizzata per i settant’anni dello Stato d’Israele Shevet Achim veHachaiot, c’è sempre la stessa persona: Doron Medalie. Nato a Ramat Hasharon nel 1977, Medalie è considerato uno dei più importanti compositori, autori e produttori di tutto il panorama musicale israeliano. Nell’arco della sua carriera, ha scritto quasi 500 canzoni, anche per i più popolari show televisivi israeliani e per artisti stranieri come la pop star greca Eleni Foureira. Considerato uno dei “padrini” del nuovo pop israeliano, Medalie è stato non solo un autore, ma anche direttore artistico della delegazione israeliana all’Eurovision e di vari talent show musicali, nonché manager artistico di due tra i più importanti artisti del momento: il già citato Omer Adam e Noa Kirel, che l’anno scorso è riuscita a firmare un contratto milionario con l’Atlantic Records, importante casa discografica americana.

In Israele tutti conoscono Doron Medialie. Se ti dovessi presentare ad un pubblico italiano, come ti presenteresti?

Beh, sono un ragazzo di Tel Aviv, in Israele, un compositore e un direttore artistico. Forse in Italia conoscono l’Eurovision. Ecco, io sono un vincitore dell’Eurovision. Sto scherzando (ride, ndr).

Come è nata la tua passione per la musica?

Mia madre mi racconta che imparavo a memoria e cantavo canzoni già in tenera età, addirittura prima di imparare a parlare fluentemente. Inoltre, aveva notato come fossi portato per il canto e il ballo, così ha deciso di mandarmi a studiare musica. Ho imparato a suonare l’organo attraverso il Metodo Yamaha, una tecnica giapponese di insegnamento che si fa in gruppi, che ti fa sentire molto fiducioso dei propri mezzi. Senza neanche rendermene conto, ho finito per studiare per 9 anni questo strumento, riuscendo a suonare qualsivoglia genere. Ho amato la musica e il canto. Sono cresciuto in una casa che è sempre stata, per così dire, “musicale”: abbiamo avuto vinili di musica israeliana di tantissimi generi diversi. Mentre la principale musica internazionale che ascoltavo da bambino proveniva dall’Eurovision, e ovviamente le più grandi hit che trasmettevano in radio e che io registravo sulle mie cassette. La musica e il fare musica sono da sempre parte della mia vita, tanto che, quando ho iniziato a fare teatro al liceo, ho capito che tutto gira intorno all’esibizione, al fare show. E poi, molti miei amici erano ossessionati come me, quindi non ero solo.

Sei tra gli autori di maggior successo di tutto il panorama israeliano, ma cosa ti ha spinto a cominciare a scrivere anziché cantare?

Canto anche in ognuna delle mie hits: sai, quando senti in Tel Aviv la parte in cui si dice “Holeli Holeli…”, quella è la mia voce. Sono un bravo cantante, e nel lavoro come direttore artistico mi piace lavorare come vocal coach per l’artista e lavorare in studio. Se sei un cantante, quella è l’unica cosa che fai. Mentre come direttore puoi anche fare di tutto: il produttore, il paroliere e il compositore. Faccio tante cose dietro le quinte. Mentre tutti i miei amici hanno deciso di diventare attori, io ho deciso di diventare un produttore e un direttore dietro le quinte. Le prime canzoni serie che sono state pubblicate e che hanno fatto di me un vero autore sono uscite quando avevo 25 anni: ho scritto canzoni divertenti, parodie e ho anche riscritto in ebraico canzoni famose. Ma devo dire che ciò che mi ha spinto veramente è stato il pop spagnolo, quelle che veniva trasmesso in Operacion Triunfo, che ho tradotto dallo spagnolo all’ebraico. Era come un parco giochi per me. Poi, una di queste canzoni è stata pubblicata, e così ho cominciato a scriverne una dopo l’altra, tanto che dopo vent’anni sono più di 500 le canzoni che ho scritto.

Qual è la tua maggiore fonte d’ispirazione?

Le scadenze: ti illuminano qualcosa nella mente, e ti portano a concentrarti anziché dire “Okay, ho tempo”. Quando non hai tempo e hai una missione da portare a termine, allora cominci. È così che lavoro, perché la musica è la mia professione, non un hobby. Ma agli inizi, la mia fonte d’ispirazione erano i miei sentimenti, le storie che sentivo, e io volevo dire qualcosa, dirla in maniera poetica e musicale. Quando avevo 16 anni, la mia insegnante di danza a teatro ci ha detto, in maniera molto drammatica: “Aprite gli occhi! Aprite le orecchie! Tutto è lì, tu devi solo guardare e ascoltare!”. Aveva ragione, devi farti risucchiare da tutto ciò che vedi e tutto ciò che hai qui (indicando il cuore, ndr). Tutto ciò che senti, quella è l’ispirazione.

Lo so, le canzoni per un autore sono come dei figli, quindi è difficile scegliere quale sia la preferita… Ma te lo chiedo lo stesso. Qual è la canzone a cui tieni di più?

È veramente difficile, molti mi fanno questa domanda. Penso comunque che Tel Aviv di Omer Adam sia quella più importante, perché con questa canzone è iniziata una rivoluzione. O meglio, la mia rivoluzione nella musica israeliana dell’ultimo decennio. Ha scosso veramente tutti. Anche se ce ne è un’altra che non posso ignorare e che è stata in qualche modo terapeutica: Aba (Padre) di Shlomi Shabat.

Qual è invece la tua canzone preferita? Non necessariamente israeliana.

Quando hai un milione di canzoni in testa, è difficile scegliere, ma credo sceglierei probabilmente una canzone di Whitney Houston. Penso che una delle canzoni più belle del mondo è I Will Always Love You di Dolly Parton, resa famosa proprio dalla Houston. Ma sai cosa? Scelgo qualcosa che è importante per me, di quando sono bambino. È la prima canzone che ho imparato a memoria in inglese e di cui ho capito il significato di ogni singola parola quando avevo 8-9 anni: è Like a Prayer di Madonna.

E il tuo artista preferito?

Beh, sono ossessionato da Whitney Houston. Non mi stanco mai di sentire la sua voce, è qualcosa di fenomenale. Lei è la mia cantante preferita. Anche Madonna, però, ha cambiato la mia vita. Lei è molto più di una cantante, è una vera e propria Artista; ha cambiato e sta cambiando il mondo. Lei fa “casino”, proprio come un artista dovrebbe fare. Devi smuovere il mondo come artista.

Quello con cui hai collaborato invece?

Sai, io e Omer Adam siamo come una famiglia. Ho lavorato con lui come manager artistico e autore da quando aveva 16 anni, e ho collaborato con lui per più di un decennio. Penso che con lui ho fatto una grande rivoluzione.

Ora apriamo un capitolo a te molto caro: l’Eurovision. Cos’è per te l’Eurovision Song Contest?

È la vita. Quando sei bambino, prima ancora che tu capisca qualcosa, già sai che qualcosa ti piace, che ti attrae. Ecco, tu non scegli, perché tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ’80, tutti i bambini sapevano cos’era l’Eurovision. Veniva trasmesso sull’unico canale delle TV israeliane, quindi non è che uno potesse scegliere cosa vedere, dato che non c’era ancora internet. Chiunque lo guardava, poteva piacerti o non piacerti, ma era qualcosa che scegli dentro di te. Avevo amici a cui piacevano i Giochi Olimpici, altri a cui piaceva Miss Universo, i Mondiali oppure l’Eurolega di basket. Io, per esempio, provengo da una famiglia in cui ci sono due giocatori di pallacanestro. Quindi a casa si respirava la NBA tutto il giorno, ma non ne ero attratto; io ero attratto dall’Eurovision, e grazie ad esso ho imparato tantissime cose sulla musica e sulle lingue. La mia sensibilità per le lingue proviene proprio da questa competizione, per esempio so cantare in italiano senza sapere una parola di italiano. O almeno, penso di saperlo (ride, ndr). Inoltre, ho imparato la geografia dell’Europa grazie ad essa. Era come Google. Non avevo idea che sarei diventato un vincitore dell’Eurovision e nemmeno mi importa, quello che per me è importante è che l’Eurovision mi ha reso un ragazzo più felice e simpatico, facendomi legare con gli amici. È una delle cose più importanti in cui mi sia imbattuto nella mia vita.

Perché Israele è tra le più vincenti all’Eurovision?

Questa è una bella domanda. In realtà non dovremmo far parte dell’Eurovision, perché non facciamo parte dell’Europa. E infatti per trent’anni non abbiamo partecipato alla competizione. Noi siamo entrati nel 1973, mentre l’Eurovision esiste dal 1956. La European Broadcasting Union decise di adottarci perché eravamo circondati da nazioni con le quali non avevamo buoni rapporti, sfortunatamente. Come nazione ospitata a questa competizione, dovevamo fare uno sforzo maggiore per far pensare che sia stata la scelta giusta far entrare Israele all’Eurovision. E abbiamo anche iniziato bene, arrivammo quarti con Ey Sham di Ilanit. In soli 5 anni abbiamo vinto con A-ba-Ni-bi e abbiamo portato l’Eurovision in Israele. Realizzammo un Eurovision indimenticabile, con grandi canzoni, dove vincemmo di nuovo con Hallelujah, la più grande canzone di sempre uscita fuori da Israele. 2 anni di fila, solo in 4 sono riuscito a farlo in 65 anni della competizione. Siamo stati ospitati, certo, ma non passiamo inosservati. Questo è Israele. Ogni canzone che noi portiamo all’Eurovision è indimenticabile: per fare un confronto, l’Irlanda ha vinto 7 volte, la Svezia 6 e il Lussemburgo 5. Ma dubito che tutti conoscano a memoria le canzoni irlandesi; se invece parli di Israele all’Eurovision, allora tutti conoscono le 4 canzoni vincitrici, e se non le conoscono, ne hanno comunque sentito parlare. Come racconto in ogni presentazione che faccio, devi essere indimenticabile, perché non è sicuro che i tuoi amici dall’estero ti votino. Devi essere indimenticabile per prendere punti in questa competizione. Credo sia la più grande motivazione.

Una canzone che per te ha un forte significato è Chai di Ofra Haza. So che l’hai analizzata a fondo, cosa la rende così potente?

Prima di tutto, è una canzone molto orecchiabile e questa è la base di ogni hit. Anche se non capisci le parole della canzone, sei comunque attratto dal sorriso di Ofra Haza e dalla sua bellissima voce, che ha un qualcosa di angelico. Ma la cosa più importante è che parla di politica, parla della storia dello Stato d’Israele e del popolo ebraico in 3 minuti. La storia dietro Chai è che siamo nel 1983, a Monaco di Baviera, esattamente 11 anni dopo l’assassinio degli atleti israeliani alle Olimpiadi e quarant’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Sia mentalmente che fisicamente, era difficile, per una delegazione israeliana, prendere un aereo, atterrare a Monaco e salire sul palco per rappresentare Israele. Sappiamo tutti cosa significhi dire Chai di fronte ai tedeschi, di fronte alla Germania e dire: “Voi avevate deciso di cancellarci dalla Storia, avevate deciso di ucciderci, di farci sparire dalla faccia della terra. E ci siamo tirati fuori da questa guerra. Noi abbiamo un paese e 40 anni dopo siamo qui a salutarvi. Sorridiamo. Siamo vivi”. “Am Israel Chai”, lei canta lì. Non immagineresti mai di andare in un altro paese, andare sul palco e cantare qualcosa di così patriottico. È politica. E il tutto in faccia alla Germania. E non potevamo scappare. Alla fine abbiamo raggiunto il 2° posto. Anche se non vinse, fu qualcosa di grandioso. Abbiamo avuto in nervi di andare sul palco con la cantante vestita di bianco e i coristi con abiti gialli con fiori rossi, come il sangue. E gli abiti gialli, come le stelle per riconoscere gli ebrei. E tutto questo in soli 3 minuti, ridendo e ballando. Ballando i nostri rikudei am, come la Hora.

Parliamo di Toy; come è nata?

Allora, Netta stava gareggiando in “Rising Star for the Eurovision” (HaKokhav HaBa, הכוכב הבא), e io stavo guardando la TV come una persona normale, seduto sul divano a guardare la prima esibizione di Netta. C’era questa ragazza con un looper che faceva ogni tipo di suono con la sua bocca, e di fronte a lei i giudici rimasti senza parole. Se una ragazza ti lascia senza parole, vuol dire che la performance è potente. Dopo un minuto, sono saltato sul divano e ho cominciato ad urlare alla tv. Non fu una competizione semplice per lei, c’erano tantissimi bravi cantanti che poi sono diventate delle star, ma lei era unica e speciale. Avevo realizzato quanto fosse fenomenale, e che nessuno l’avrebbe ignorata se avesse partecipato all’Eurovision. E come ho detto prima, devi essere indimenticabile, e lei lo era. Così ho chiamato Stav Berger, un mio amico che fa il produttore e l’autore di canzoni, e gli ho chiesto se l’avesse vista; mi rispose che la reputava eccezionale. Così decidemmo che se avesse vinto il talent, avremmo scritto una canzone per lei. Se non avessimo visto Netta in TV, Toy non sarebbe mai nata, lei è stata la nostra vera ispirazione. Abbiamo iniziato così a giocare con i giocattoli, poi Stav ha deciso di andare in un negozio di strumenti e ha portato tanti tipi di giocattoli rumorosi e ci abbiamo giocato. E così è nata l’ispirazione. Abbiamo messo sul tavolo ogni cosa che avesse a che fare con i giocattoli, per questo la canzone è piena di Barbie, di Pikachu e di Teddy Bear; immagazzini tutto attraverso gli occhi e lo inserisci nella canzone. Abbiamo impiegato 5 giorni per scriverla. Poi dopo che la commissione ha scelto la nostra canzone e dopo aver conosciuto Netta per la prima volta, abbiamo iniziato a fare piccoli cambiamenti nel testo e nella melodia. L’abbiamo creata tutti insieme. E dopo averla sentita in studio, abbiamo avuto la sensazione che avremmo vinto.

Che cos’hai provato nel momento della vittoria dell’Eurovision? Quanto senti tua questa vittoria?

Il fatto è che mi comportavo come il Messia. Per 3 mesi, fino a quando non abbiamo vinto, io ho continuato a ripetere: “Stiamo vincendo!” Ero diventato contagioso, chiunque avesse voluto far parte della delegazione avrebbe dovuto accettare il fatto che avremmo vinto. E nel momento in cui inizi a dire “stiamo vincendo, stiamo vincendo, stiamo vincendo”, capisci che presto questa convinzione diventerà reale. Abbiamo fatto sì che si creasse una grande delegazione piena di energia. L’energia è ciò di cui hai bisogno se non vinci da vent’anni, dai tempi di Dana International. Quando siamo arrivati alla vittoria, eravamo esausti; non avevamo la forza per essere felici, perché la visione che avevamo portato era estenuante. Stai tutto il giorno a provare e ad esibirti, è dura. Ti ritrovi per 2 settimane in un altro paese in una piccola stanza d’hotel; non è una cosa tanto semplice. È una missione molto dura, perché devi essere al massimo in termini di show. Eravamo molto focalizzati, perché non ero solamente l’autore della canzone, ma anche il direttore artistico della canzone sul palco. E quindi lavoravo ogni giorno con Netta, con il mio collega, con il reparto trucco, quello coreografico, il coro e tutto il resto della delegazione. Non voglio dire che fosse una guerra, ma ti comporti come un governo all’interno della delegazione. È una cosa veramente difficile da fare. La vittoria ti porta in alto, ci ha portato veramente in alto, e penso di essere arrivato fino alle nuvole e di esserci rimasto. Ho camminato sulle nuvole negli ultimi 2 anni.

Per chi ti piacerebbe scrivere un singolo? C’è un artista israeliano in particolare con il quale ti piacerebbe collaborare?

Allora, teoricamente potrei collaborare con chi voglio tra gli artisti israeliani, ma devo scrivere la canzone giusta. Per me Shlomo Artzi e Rita sono come il re e la regina e ho buoni contatti con loro, ma non ho mai provato a scrivere una canzone per loro due. Forse ho paura. A parte questo, quello che importa veramente è che quando ho una canzone, voglio il cantante giusto che la canti, e sono in attesa di sorprese. Voglio essere sorpreso. In Israele ho fatto cominciare tantissime carriere: come Omer Adam, Netta, Nadav Guedj e Noa Kirel. Tutti loro sono stati grandi sorprese nella mia vita. Non devo crescere con loro per scrivere canzoni per loro. Il cantante deve svegliare l’ispirazione nella vita di uno scrittore e di un compositore. E io sto aspettando che l’ispirazione arrivi dai cantanti.

Cosa pensi di Eden Elena, che rappresenterà Israele all’Eurovision 2021?

Io ho scritto per lei Feker Libi, la canzone che avrebbe dovuto rappresentare Israele nella competizione l’anno scorso. L’ho scritta insieme a Idan Raichel, e ti posso assicurare che avremmo fatto grandi cose all’Eurovision. È una canzone speciale, come lo è Eden. I suoi genitori provengono dall’Etiopia, mentre lei è nata in Israele. Lei è la prima ragazza con un retaggio etiope a rappresentare Israele nel mondo. Avevamo deciso di fare una bellissima esibizione sul palco con artisti e ballerini con lo stesso patrimonio culturale. Volevamo rappresentare l’Israele nera, perché nessuno pensa ad Israele con persone di colore. Avevamo fatto un bellissimo show in cui volevamo raccontare una storia stile Cleopatra. Ed Eden ha certamente questa unicità: lei è una grandissima cantante, e nessuna assomiglia a lei. La nuova canzone che dovrà cantare ancora non è stata scelta, come d’altronde non si sa ancora come si farà l’Eurovision, sarà un bel casino. Ma io la ammiro, perché dopo tutto quello che è successo quest’anno lei ha voluto ricominciare. Credo che ciò che ci attende non sarà affatto noioso. La vita non è mai noiosa. E la vita di Eden Elena sicuramente non è noiosa.

 

*Credito foto: Moshe Nahumovitch