Installazione antisemita a Umeå. La distorsione del passato per nutrire l’odio del presente

svezia

di Sara Menascì

Lo scorso 18 luglio, nel Vänortsparken di Umeå, durante una manifestazione pro-palestina è apparsa un’installazione che ha indignato l’opinione pubblica ben oltre i confini svedesi: due bambole impiccate, vestite con pigiami a righe simili a quelle dei deportati nei campi di sterminio, con Stella di David cucita e un numero identificativo. Ai loro piedi, una figura incappucciata con il volto coperto da una kefiah che teneva in braccio la bambola di un neonato. Alle spalle, la scritta:“ Un genocidio è un genocidio” con accanto due bandiere palestinesi. L’immagine, diffusa inizialmente sui social dal gruppo “Umeå för Palestina”, è stata poi rimossa. I membri del collettivo hanno dichiarato che si trattava di un’opera indipendente, non pianificata né realizzata da loro, per denunciare “ogni forma di genocidio, ovunque e comunque si manifesti”.

Chiamare in causa la Shoah non è mai un atto neutro. Quella “distruzione”, di cui quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario dalla fine, è stata il frutto di un progetto “industriale” di disumanizzazione totale: identificazione, ghettizzazione, deportazione, annientamento. Non un’esplosione d’odio, ma una macchina logica e sistematica, con cui milioni di esseri umani sono stati annullati.

A differenza di qualsiasi altro orrore della storia, non fu la risposta di qualcosa ma il fine premeditato di un disegno scritto. Come ricorda anche lo storico Yehuda Bauer: “Non tutti i genocidi sono Shoah. Ma la Shoah fu un genocidio unico. I nazisti vollero uccidere tutti gli ebrei, ovunque, anche se non rappresentavano alcuna minaccia”.

Come ammoniva Primo Levi, la Shoah è un unicum. E gli unici non si usano, non si mettono a confronto, ma si rispettano, ricordano e custodiscono. Il popolo ebraico era stato condannato per il solo fatto di esistere. Non aveva esercito, milizia o governo, ma solo quell’identità attraverso cui è stato criminalizzato. Paragonare la Shoah a qualunque conflitto attuale, per quanto drammatico, significa confondere la storia con l’ideologia. Evocare Auschwitz per parlare di Gaza non è solo storicamente falso, ma un atto che svilisce la memoria e strumentalizza il dolore per piegarne la verità.

La polizia svedese ha aperto un’indagine preliminare per istigazione contro un gruppo etnico. Il caso sarà trasmesso al Cancelliere di Giustizia, competente in materia di libertà d’espressione e incitamento all’odio. Il presidente del consiglio comunale di Umeå, Hans Lindberg, ha definito l’installazione «inappropriata», aggiungendo:“ È positivo che la polizia stia indagando. Probabilmente dovremo fare di più contro l’antisemitismo, come in molte altre città“. Perché Umeå non è un’eccezione, ma lo specchio che riflette una tendenza trasversale che oggi attraversa piazze, social, università, media in cui è stato sdoganato l’uso distorto della memoria come leva ideologica. Il termine genocidio è diventato un’etichetta da brandire. Una parola che dovrebbe tremare sulla lingua, viene pronunciata con disinvoltura, per schierarsi, per semplificare, per dividere. E in questo gioco al ribasso, gli ebrei tornano a essere un bersaglio collettivo, identificati con Israele, a prescindere da idee, vissuti, dissidenze, culture. È l’antico antisemitismo con un nuovo abito, ma il volto è sempre lo stesso.

La vice prima ministra Ebba Busch ha dichiarato “L’antisemitismo è stato a lungo mascherato da ‘critica a Israele’, ma questo lo supera di gran lunga.
Ridicolizzare l’Olocausto è inaccettabile. Umeå rischia di diventare un rifugio per l’odio”. Il parlamentare Christian Carlsson ha scritto:“ È possibile criticare Israele senza evocare l’Olocausto. Questo simbolismo minaccioso è disgustoso” mentre Anders Ågren, dei Moderati, ha aggiunto:“ Il paragone è ripugnante. Un altro limite è stato superato”.

L’arte ha il diritto di provocare, ma anche il dovere di conoscere il linguaggio che utilizza. Certi simboli non hanno il diritto di esser toccati, perché “non dimenticare” significa anche non falsificare. Ma quel limite, ormai, sembra scivolare sempre più ogni volta che l’odio si traveste da coscienza e l’ideologia da giustizia. Allora resta solo una domanda, la più difficile e urgente: che cosa resta della verità, se ogni memoria può essere deformata? Non esiste verità senza memoria. Non esiste futuro senza passato. E soprattutto, non esiste memoria senza rispetto.


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