I social: come si forma l’opinione politica dei giovani?

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di David Zarfati

Preoccupano i risultati del nuovo rapporto del Reuters Institute for the Study of Journalism, intitolato “How young people get their news”. Il report evidenzia come una quota crescente di giovani tra i 18 e i 24 anni utilizzi i social media come principale fonte di informazione. In particolare, piattaforme come TikTok e Instagram stanno progressivamente affiancando, e in alcuni casi sostituendo, i media tradizionali come televisione e radio. Secondo i dati raccolti in nove paesi (tra cui Stati Uniti, Germania, Italia, Danimarca e Francia), circa il 39% degli intervistati dichiara di fare affidamento sui social per informarsi.

Questo cambiamento non implica necessariamente una minore attenzione alla veridicità delle notizie, ma modifica profondamente le modalità di esposizione all’informazione. I contenuti brevi e altamente visivi, tendono a privilegiare immediatezza e coinvolgimento rispetto all’approfondimento. In questo contesto, diversi studi segnalano come gli utenti possano essere più esposti a contenuti non verificati o decontestualizzati, anche a causa dei meccanismi di algoritmi che premiano l’engagement.

Negli ultimi anni, un esempio significativo è rappresentato dalla guerra a Gaza tra Israele e Hamas. Nonostante si tratti di uno dei numerosi conflitti armati attualmente in corso a livello globale, questo ha ricevuto un’attenzione particolarmente elevata tra i giovani utenti dei social. Una possibile spiegazione risiede nell’enorme quantità di contenuti video prodotti e condivisi direttamente da utenti, attivisti e organizzazioni, spesso capaci di raggiungere milioni di visualizzazioni in tempi rapidi.

Dopo gli eventi del 7 ottobre, diverse rilevazioni indicano un’evoluzione dell’opinione pubblica in vari paesi occidentali. Tuttavia, attribuire questo cambiamento esclusivamente al ruolo dei social media sarebbe riduttivo: esso è probabilmente il risultato di una combinazione di fattori, tra cui la copertura dei media tradizionali, le dinamiche politiche interne e la circolazione di contenuti digitali. Indagini condotte da YouGov, riprese anche da testate come The Guardian, mostrano comunque un aumento delle opinioni critiche nei confronti di Israele in diversi contesti nazionali tra il 2023 e il 2024.

Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda la diffusione di contenuti manipolativi o apertamente discriminatori. Sono stati segnalati, ad esempio, profili costruiti anche con strumenti di intelligenza artificiale che veicolano stereotipi antisemiti, come nel caso di account noti online come “Rabbino ricco” o “Rabbi Goldman”. Questi contenuti, pur non essendo necessariamente rappresentativi dell’intero ecosistema informativo digitale, dimostrano come i social possano essere utilizzati per amplificare narrazioni distorte e incentivare dinamiche di odio, soprattutto in assenza di adeguati strumenti critici da parte degli utenti.

In questo scenario, il ruolo delle piattaforme digitali appare sempre più centrale. Più che determinare direttamente le opinioni, i social contribuiscono a strutturare l’ambiente informativo in cui esse si formano. Per questo motivo, diventa fondamentale rafforzare l’educazione ai media e la capacità di valutare criticamente le fonti, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione.


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