I colori della discriminazione: Keshet e l’esclusione dal Roma Pride

di Gabriel Venezia
La mancata partecipazione di Keshet al Roma Pride 2026 ha aperto un confronto all’interno del movimento LGBTQIA+ italiano. La decisione è stata comunicata dal coordinamento della manifestazione e motivata pubblicamente con una presunta incompatibilità con i valori del Pride e con la posizione dell’associazione rispetto al governo israeliano, come riportato nel comunicato ufficiale.
La scelta ha suscitato reazioni e ricostruzioni diverse sulle ragioni dell’esclusione e sul clima interno al coordinamento, riportando al centro del dibattito il rapporto tra rappresentanza delle minoranze e posizionamenti politici all’interno delle manifestazioni Pride.
HaTikwa ha intervistato Ariel Heller, presidente di Keshet Europe, rete che riunisce le organizzazioni LGBTQIA+ ebraiche attive in Europa e impegnate nella tutela delle minoranze all’interno delle comunità queer e delle comunità ebraiche. Nell’intervista, Heller ricostruisce la vicenda e risponde alle motivazioni espresse dal Roma Pride.
Quando e in che modo avete saputo ufficialmente di essere esclusi dal Roma Pride 2026?
Per tutto l’anno, dopo aver subito durante il Pride attacchi e manifestazioni antisemite — che non venivano solo dall’ARCI ma anche da membri del coordinamento del Pride, e questo ci tengo a chiarirlo — abbiamo continuato a lavorare in un clima molto difficile.
Noi avevamo chiesto di entrare nel coordinamento e quindi anche nella stesura del manifesto. Il portavoce del Roma Pride, Mario Colamarino, ha tentennato per tutto l’anno, rimandando continuamente, senza mai darci una risposta concreta. Di fatto, non siamo mai stati messi nelle condizioni di partecipare.
A un certo punto, dopo aver pubblicato un post per chiarire le nostre posizioni, veniamo convocati. In quell’occasione ci viene detto che la nostra partecipazione è considerata incompatibile con i valori del coordinamento.
Tra questi valori, come si legge nel manifesto, vi è anche un uso politico della parola “genocidio”, senza considerare l’impatto che questo ha sulle persone ebree, e il riferimento alla “resistenza palestinese”.
Il comunicato del Roma Pride cita la vostra mancata presa di distanza dal governo israeliano. Qual è la vostra risposta?
Questa è una pura falsità.
Premesso che, come cittadini italiani, non ci sentiamo in dovere di prendere posizione contro qualsiasi governo estero. Noi siamo ebrei LGBTQIA+ italiani, e richiedere una presa di posizione politica agli ebrei italiani rientra, secondo la definizione IHRA di antisemitismo, in dinamiche discriminatorie nei confronti degli ebrei.
All’interno del Pride non viene chiesto ad altre comunità di prendere posizione su governi o conflitti internazionali. Questo crea, a nostro avviso, un evidente squilibrio.
La nostra posizione non è mai cambiata: siamo sempre stati vicini ai civili di entrambi i popoli e critici sia verso il governo Netanyahu sia verso Hamas. Ma rifiutiamo l’idea di dover aderire a un linguaggio politico imposto o all’uso obbligato di termini come “genocidio”.
Per loro il punto vero è proprio questo: l’imposizione dell’uso di quella parola. Su questo non accettiamo diktat. Non è una questione bianca o nera, ci sono sfumature e le esperienze devono essere rispettate tutte.
L’anno scorso durante la parata avete subito attacchi antisemiti espliciti. Come reagì allora il Roma Pride?
Reagì con il silenzio.
E quel silenzio non è stato neutro, ma una scelta precisa del coordinamento, per evitare conflitti interni con le organizzazioni più radicali che lo compongono.
Nel tempo il coordinamento ha subito assestamenti interni, e oggi tende a mantenere equilibri delicati tra le diverse componenti.
Il risultato è che alcune esperienze vengono lasciate senza tutela o risposta.
Nel 2025 il portavoce Mario Colamarino aveva difeso pubblicamente la vostra presenza. Cosa è cambiato?
Non è cambiata la nostra posizione, che è rimasta identica.
È cambiato il contesto politico interno al coordinamento. Dopo la nostra denuncia delle discriminazioni subite, siamo diventati un soggetto scomodo.
Le stesse realtà coinvolte si sono sentite chiamate in causa, e questo ha modificato gli equilibri interni, portando alla nostra esclusione dal tavolo di confronto.
Keshet è l’unica associazione LGBTQIA+ ebraica italiana. Come definite quanto accaduto?
Lo definiamo con le parole giuste: discriminazione e antisemitismo.
Non si possono più attenuare o aggirare le definizioni. Le parole devono essere usate con precisione.
Chiediamo che questo venga riconosciuto anche da partiti politici, istituzioni e dal Comune di Roma, che non può ignorare dinamiche di questo tipo.
Il Pride nasce come spazio di resistenza delle minoranze oppresse. Che cosa resta oggi di quella vocazione?
Resta una vocazione originaria importante, ma che oggi viene declinata in modo contraddittorio rispetto ai suoi principi.
Il Pride dovrebbe essere uno spazio realmente intersezionale, ma nella pratica alcune minoranze vengono marginalizzate, e tra queste anche quella ebraica.
Questo è particolarmente grave nel contesto europeo e italiano, alla luce della nostra storia.
Quando uno spazio di resistenza inizia a escludere alcune voci interne, perde una parte della sua funzione originaria.
Cosa chiede oggi Keshet Italia?
Chiediamo l’apertura di un tavolo di confronto reale, inclusivo di tutte le minoranze, comprese quelle ebraiche.
Chiediamo di tornare a una logica di solidarietà tra movimenti, senza esclusioni.
E chiediamo che il dibattito torni sulle rivendicazioni concrete della comunità LGBTQIA+, senza deviazioni che spostano il focus politico.
Infine, chiediamo una presa di posizione chiara contro ogni forma di discriminazione da parte delle istituzioni e delle forze politiche coinvolte.

Laureato in storia all’Università di Firenze, studente magistrale in scienze storiche. Appassionato di politica, viaggi, calcio, letture, ed est Europa.



