HaTikwa, la speranza

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HaTikwà (D. Zebuloni) – Recentemente mi è capitato di incontrare una persona a me molto cara. “Ho dovuto trascorre un lungo periodo in ospedale”, mi ha raccontato. Sono stanchissima, ma molto rafforzata”. Per ovvi motivi non riporterò qui il suo nome, ma vorrei tanto che lei riuscisse a riconoscersi in queste righe e che ci trovi al loro interno tutto l’affetto e la stima che nutro per lei. “Ho visto tanta sofferenza, ma anche tanta luce; tante persone che fanno del bene. Perché non si parla mai di questo nei giornali?”. Non ho saputo darle una risposta. In effetti, perché non se ne parla mai nei giornali? Si cede sempre spazio al conflitto e alla polemica. Come mai non si parla mai delle persone che fanno del bene, spesso in silenzio e senza scomodare nessuno? Perché? Non lo so, ribadisco, ma nel dubbio: parliamone. Nell’ospedale Hadassa Ein Karem, a Gerusalemme, c’è una coppia di ebrei ortodossi; i coniugi Peretz. “Non troverai un solo paziente dell’Hadassa che non conosce la famiglia Peretz”, continua a raccontarmi la persona a me molto cara. “Ogni Shabbat organizzano un pasto alle famiglie dei pazienti degno del migliore ristorante stellato”. I coniugi Peretz dedicano infatti il loro unico giorno di riposo della settimana a chi necessita di un sorriso. Preparano tavole imbandite per decine e decine, talvolta centinaia di persone. Scopro tuttavia sul web che gli angeli sono spesso quelli che soffrono maggiormente. Senza mai compiangersi, ovviamente.

Un articolo pubblicato sul sito Kikar HaShabbat riporta che nel 2016 i coniugi Peretz sono riusciti ad avere la loro prima ed unica figlia dopo trent’anni di matrimonio, nonché dopo trent’anni di tentativi vani. Dove si trova la forza per fare del bene quando la vita pare così ostile, mi domando. “La bontà non ha limiti! Quando ho provato a offrire una donazione in segno di riconoscimento per i pasti consumati, mi è stato detto che non ce n’è alcun bisogno in quanto esiste già un donatore anonimo che finanzia questa straordinaria iniziativa”. I Peretz infatti non sono gli unici a portare luce tra le mura dell’ospedale. “Arrivano decine di soldati, di studenti, di volontari di ogni età e di ogni etnia a far visita ai pazienti, spesso con un vassoio di dolci, con una chitarra acustica o un violino. Suonano, cantano, ballano. Regalano un po’ di speranza a chi l’ha persa”. Ascolto e ripeto dentro di me: regalano un po’ di speranza a chi l’ha persa. Speranza, in ebraico HaTikwa. Proprio così, la stessa speranza che dà il nome a questa testata. Temo che ad aver perso la speranza non siano solamente i pazienti dell’Hadassa, ma tutti noi. Specialmente noi giovani e giovanissimi. La speranza in un futuro migliore, un futuro privo di conflitti (interni o esterni che siano), un futuro meno buio del presente in cui viviamo. La speranza che crea senza mai distruggere, il movente ad andare avanti senza mai retrocedere ai tempi ostili che hanno caratterizzato capitoli infiniti dei libri di storia.

Sarà pure un cliché, ma dico ciò che segue: affinché non si spenga, la speranza va alimentata come una fiamma, nutrita come un neonato. La speranza va cercata negli angoli delle città, nel sorriso di un amico, negli spazi che danno luce tra le foglie di un albero. La speranza va cercata dentro di noi, perché è lì, da qualche parte, che aspetta solamente di essere trovata. Uno studio psicologico dimostra che sorridendo ci si sente più felici. Il sorriso dunque, seppur disegnato, influisce sullo stato d’animo di chi lo dona. Applichiamo questo principio alle nostre vite. Sorridiamo, sorridiamo come i coniugi Peretz sorridono anche quando tutto sembra andare per il verso storto. Sorridiamo a chi ne ha più bisogno di noi. Sorridiamo come sorride la persona a me molto cara a cui dedico queste righe, capace di riconoscere il bello lì anche dove di bello non sembra esserci proprio nulla. Facciamo del bene, basterebbe una sola buona azione al giorno, un piccolo gesto. Un sorriso, appunto, per ricordare a noi stessi che non serve aspettare che arrivi un angelo a dare una svolta alla nostra vita. Bastiamo noi. Basta non perdere la speranza. Come diceva Rabbi Nachman: “Perdere la speranza è come perdere la libertà, è come perdere il tuo sé.”