Grattacieli e baracche. Luoghi per un’altra realtà possibile.

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Una sciarpa abbondante e una giacca leggera, di pelle nera, bastano per proteggersi dal tiepido freddo di un mite inverno a Tel Aviv. È munita di questi due capi, la ragazza che cammina nel cortile. Ha i capelli rossi, una carnagione chiara, uno sguardo che non si distrae, resta tenacemente  aggrappato a quanto riempie il suo campo visivo. Ha negli occhi azzurri una grande concentrazione e una singolare curiosità, costantemente dissimulata come fa chi sa che con la propria presenza c’è il rischio di alterare la natura di ciò che si sta osservando. Fuma: in un’ora e mezza l’ho vista tirare fuori la confezione di tabacco più volte per fabbricare da sé le sigarette. Ne avrà fumate cinque, forse sei.

Chi è questa ragazza?

Si chiama Yael ed è la protagonista di “Ana Arabia”, l’ultimo film di Amos Gitai.

Incaricata dalla sua redazione di curare un reportage su un borgo alle porte di Tel Aviv,Yael ricostruisce la storia di Hanna, una donna realmente esistita, che ha abitato il villaggio e sulla quale deve indagare e raccogliere informazioni.

Con il taccuino che ospita le sue impressioni, Yael disseppellisce la storia di Hanna Kilbanov, sopravvissuta ai campi di concentramento e che subito dopo la guerra è venuta a vivere in Israele e ha conosciuto il suo futuro marito,Yussuf, un uomo arabo.

Per poter sposare Yussuf Hanna si converte e diventa per tutti ANA ARABIA[1].

La giovanissima Yael, così, si inoltra fisicamente in un esperimento insolito,  un territorio in cui coesistono due culture separate da decenni dall’odio. Durante l’intervista però Hanna è assente – è scomparsa da poco- e a rispondere ai suoi dubbi e perplessità trova i suoi figli, frutto dell’unione che la donna ha stretto con l’uomo che amava. Hanna, o Ana Arabia, diventa sin dalle prime domande un personaggio-pretesto che Yael usa per interrogare la possibilità di un’altenativa allo stato di cose presente, un’alternativa proprio a quella bolla di odio di cui pochi giorni fa,  in un suo articolo, parlava Grossman.

“se rinunciassimo per un momento a considerare le ragioni e le motivazioni con le quali ci proteggiamo da sentimenti di compassione e di semplice umanità verso i moltissimi palestinesi le cui vite sono sconvolte da questa guerra, forse riusciremmo a vederli girare assieme a noi, all’infinito”.

Con la sua singolare storia Hanna si è identificata del tutto con ciò che ha fatto: Hanna è una scelta. Ha lasciato in eredità alla società israeliana una atipica famiglia, che mette insieme più credi, più tradizioni, più lingue. Ha dato vita a un caos pacifico e brulicante di umanità. Un’eredità che mette in discussione stereotipi cristallizatisi in decenni di conflitto e sfida palestinesi e israeliani a conoscere realmente i propri vicini, a una amicizia reciproca. Essenzialmente di questo si tratta: una scelta di umanità. Ed è con questo che Yael dialoga per tutto il film, aiutando Gitai a compiere un’indagine su un’altra realtà possibile. Proprio il regista ha dichiarato che ha un significato importante la scelta di girare il film con un unico piano sequenza: per ottantacinque minuti consecutivi la telecamera ha ripreso gli attori, i loro dialoghi, gli spostamenti all’interno degli edifici e quelli tra cortili, le vie e gli spazi all’aperto del villaggio. Dice Gitai:

“La ripresa continua, e il suo ritmo, vuole anche essere una specie di affermazione politica: i destini di ebrei e arabi di questa terra non saranno spezzati, non saranno separati. Al contrario, sono intrecciati e dovranno trovare un modo pacifico di coesistere, vivendo ognuno la propria vita e insieme nutrendosi gli uni con gli altri”.

Il film, costellato di riflessioni (o forse ammonizioni?), come

“Una volta alla base di tutto c’era il rispetto: non importava essere arabi, ebrei, cristiani o beduini, si stava insieme”,

conduce per mano a percepire la naturalezza che risiede dietro l’abitare una terra insieme, costruendola e curandola in una sorta di comunione solidale, accettando di essere una pluralità di tante voci. Non sembra, forse,  la stessa maniera di scavalcare categorie imposte dagli eventi luttuosi degli ultimi decenni; la stessa maniera di andare oltre dialettiche meramente nazionalistiche; di scansare  quei discorsi che escludono progetti (utopici di sicuro, ma non impossibili) di reale comprensione di “quello che sta dall’altra parte”, per osare affermare che “ebrei ed arabi rifiutano di essere nemici”?

Gaia Litrico

[1]. Traduzione “Io, l’araba”.