Gli embrioni scambiati e l’Halachà

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In questi giorni, molti di noi, alla notizia dello scandaloso scambio di embrioni avvenuto presso l’ospedale Pertini di Roma, si saranno probabilmente interrogati su chi siano da considerare i “reali” genitori dei gemelli che nasceranno. Ecco un breve riepilogo per chi non avesse seguito la vicenda: lo scorso 4 dicembre presso l’unità di Fisiopatologia per la riproduzione e la sterilità del Pertini sono stati scambiati gli embrioni da impiantare a due donne (a quanto pare dai cognomi simili); purtroppo però in un caso l’impianto è riuscito, nell’altro no. Così ora le due donne si ritrovano l’una con due gemelli propri in un utero altrui, mentre l’altra senza “figli genetici”, ma con una gravidanza in corso. Non stupisce di certo che, stando alle dichiarazione dei rispettivi legali, entrambe le parti siano intenzionate a lottare per ottenere l’affidamento dei gemelli. Infatti le coppie che si rivolgono a questi centri di infertilità sono disposte a fare qualunque cosa pur di avere un bambino, accettando persino un figlio non del tutto proprio.

Ai giudici italiani spetterà la decisione, ma quali sono le opinioni rabbiniche a riguardo?  A dirla tutta, neanche le fonti ebraiche sono in grado di risolvere il dilemma, in primis perché un caso del genere non è ancora mai stato sottoposto a parere rabbinico. Tuttavia, alcuni spunti di riflessione possono essere tratti dalle disposizioni riguardanti i casi di ricorso ad una madre surrogata, o più comunemente detto “utero in affitto”. Alfredo Mordechai Rabello, professore emerito di Storia del diritto e Diritto comparato all’Università ebraica di Gerusalemme, nella recente pubblicazione “Intorno alla vita che nasce. Diritto ebraico, canonico ed islamico a confronto”, scrive che su tale problematica i pareri sono contrastanti. Fino a poco tempo fa, infatti, sembrava che la maggioranza dei decisori fosse propensa a ritenere come madre quella uterina, ovvero colei che ha partorito il figlio; attualmente, però, l’opinione più diffusa considera madre quella genetica, posizione fatta propria anche da Rav Sh. Goren, Rav Ovadià Josef e Rav Sh. Amar. All’origine di tale opinione vi sarebbe il fatto che, secondo la Halachà, il bambino è figlio di colui che ha dato il seme; analogamente allora, la maternità potrebbe essere stabilita sulla base della donatrice dell’ovulo, come anche l’ebraicità del figlio nato. Vi è poi chi sostiene – sempre secondo quanto riportato da Rabello – che entrambe le donne siano da ritenersi madri. Tali considerazioni non debbono però confondere il lettore: il caso della madre surrogata, una donna che accetta, gratuitamente o a pagamento, di accogliere e nutrire per nove mesi nel proprio utero un figlio altrui, è ben diverso dal caso verificatosi al Pertini; sarebbe quindi azzardato affermare che anche in questo caso si considera madre quella genetica. L’attuale gestante infatti non si è proposta volontariamente di portare in grembo i figli altrui.

Tornando alle leggi vigenti in Italia, è assai improbabile che i genitori biologici riescano ad ottenere l’affidamento dei gemelli. Infatti secondo il codice civile la madre è colei che partorisce (art. 269), a meno che questa non disconosca il figlio, condizione che non si può però verificare in questa specifica circostanza, in quanto le leggi sulla fecondazione assistita impongono il riconoscimento del bambino nato con queste tecniche. Molto probabilmente, quindi, ci troveremo di fronte ad un caso di fecondazione eterologa (seme e/o ovulo provengono da un soggetto esterno alla coppia) involontaria, poiché i due individui dell’altra coppia non erano intenzionati a fare donazione dei propri gameti. Il caso vuole che l’errore si sia verificato proprio qualche mese prima che la Corte Costituzionale cancellasse il divieto di fecondazione assistita eterologa stabilito con la legge 40/2004.

Forse, nonostante la drammaticità dell’avvenuto, questa riflessione sulla genitorialità non farà male agli italiani, ancora così bigotti in termini di fecondazione assistita. Da anni in altri paesi europei la fecondazione eterologa è ammessa, così come in Israele dove è consentita giuridicamente, a prescindere dai pareri rabbinici non sempre favorevoli (il principale ostacolo è il rischio di un rapporto incestuoso tra due fratellastri nati inconsapevolmente dallo stesso seme); tra l’altro persino la maternità surrogata è concessa dalla legge israeliana. In Italia invece negli ultimi dieci anni siamo rimasti imbalsamati, convinti che il figlio possa essere solo colui che eredita il nostro DNA. E l’educazione?

 

Noemi Di Segni

 

Fonti: Dariush Atighetchi, Daniela Milani, Alfredo M. Rabello, Intorno alla vita che nasce.  Diritto ebraico, canonico ed islamico a confronto, G. Giappichelli Editore, Torino, 2013.


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