Giulia Spizzichino: la donna che affrontò Priebke

di Angelo Sonnino
La figura di Giulia Spizzichino rappresenta una delle testimonianze più significative e coraggiose nella memoria della persecuzione degli ebrei romani durante il secondo conflitto mondiale. Al contempo, è il motore umano e morale che ha condotto all’estradizione dall’Argentina e alla condanna definitiva in Italia dell’ex ufficiale delle SS Erich Priebke, responsabile materiale dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Nata a Roma nel 1926, Giulia crebbe nel cuore dell’antico ghetto ebraico, in una famiglia numerosa e profondamente legata alle tradizioni della comunità. La sua adolescenza fu però segnata bruscamente dal 1938. Le leggi razziali fasciste la costrinsero, a soli dodici anni, ad abbandonare la scuola e a confrontarsi con una discriminazione che avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Ma l’emarginazione sociale era solo il tragico preludio a un orrore ancora più profondo. Con l’occupazione nazista di Roma, quella che era stata una discriminazione quotidiana si trasformò in una caccia all’uomo senza pietà.
Tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1944, la furia nazista decimò la sua famiglia. Giulia perse ventisei persone care. Sette di loro furono fucilati alle Fosse Ardeatine, mentre altri diciannove furono deportati nei campi di sterminio. Tra questi, undici cugini ancora bambini che non fecero mai ritorno. Giulia, solamente diciassettenne, sopravvisse all’orrore insieme al nucleo ristretto della sua famiglia. Si ritrovò però a essere la custode di una genealogia quasi interamente cancellata.
Per quasi cinquant’anni, Giulia custodì il vuoto lasciato dalla perdita dei suoi cari in un silenzio privato, come molti sopravvissuti che, nell’immediato dopoguerra, non trovano parole per raccontare l’indicibile. Quel silenzio, però, non era dimenticanza, ma un dolore che attendeva il momento giusto per trasformarsi in giustizia.
Nel 1994, quando si scoprì che Priebke viveva libero a San Carlos de Bariloche, in Argentina, Giulia capì che non poteva più tacere. Decise di partire, non per vendetta, ma per chiedere che i responsabili della morte dei suoi cari rispondessero davanti a un tribunale. A spingerla a compiere quel viaggio non fu solo il senso del dovere civile, ma anche un tormento intimo e notturno. Raccontava spesso che i suoi familiari, e in particolare quegli undici cugini bambini mai tornati da Auschwitz, le apparivano in sogno. Non erano incubi, ma presenze silenziose che sembravano chiederle perché loro fossero diventati cenere mentre il loro carnefice viveva una vecchiaia serena. Quei sogni le ricordavano che, finché Priebke fosse rimasto impunito, i suoi morti non avrebbero avuto pace.
A Bariloche portò la sua testimonianza alle autorità locali e ai media, creando pressione internazionale e raccogliendo documentazione che avrebbe permesso di avviare un lungo e complesso procedimento giudiziario tra Argentina e Italia. Giulia seguì ogni fase con una tenacia incrollabile, diventando il motore di una battaglia legale che culminò nell’estradizione di Priebke e, infine, nella sua condanna all’ergastolo nel 1998.
Per Giulia, quella sentenza non fu un atto di vendetta, ma il compimento di un debito d’amore. Come avrebbe poi scritto nel suo libro, La farfalla impazzita, ottenere giustizia era l’unico modo per dare finalmente una degna sepoltura a chi non aveva avuto nemmeno una tomba.
Fino alla sua scomparsa nel 2016, Giulia ha continuato a raccontare la sua storia, trasformando la cenere dei suoi ventisei familiari in un monito eterno. La sua testimonianza è diventata un pilastro nelle istituzioni e nei luoghi della memoria, ma è soprattutto tra i banchi di scuola che ha lasciato il segno più profondo. Affidando ai giovani il compito di restare vigili, Giulia ha trasformato il suo dolore in un’eredità civile collettiva. Voleva che il vuoto lasciato dalla sua famiglia non fosse solo una perdita, ma una lezione di giustizia per il futuro.
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